Un miliardo di euro o, per la precisione, 998 milioni. È quanto la Juventus ha chiesto ai suoi azionisti, con in prima fila la controllante Exor che la governa con il 65% del capitale, dal 2019 a oggi. Soldi necessari a ripianare le perdite subite anno dopo anno e che ogni biennio, con puntualità millimetrica, hanno finito per mangiarsi l’intero patrimonio del club posseduto dalla famiglia Agnelli-Elkann, costringendo a continue ricapitalizzazioni.
Passivi
L’azienda calcio, in genere, ci ha abituati a fiumi di rosso nei bilanci, a continue perdite, ma la Juventus sta stabilendo in questi ultimi anni un vero e proprio record quanto a cumulo di passivi. L’ultima richiesta di denaro per 98 milioni si è chiusa nei giorni scorsi e ha consentito di riportare il patrimonio netto da 13 milioni di fine stagione 2025 a poco più di 80 milioni. E veder scendere il debito finanziario da 280 milioni a 210 milioni. Un cuscinetto di denaro per affrontare questa stagione e la prossima. Che sarà ancora avara di soddisfazioni sul fronte dei risultati di bilancio. La stessa società, nella sua ultima comunicazione sui conti, ha infatti ammesso che per uscire dal gorgo delle perdite e raggiungere il cosiddetto break even occorrerà aspettare la fine della stagione 2026-2027.

Fino ad allora, ovviamente esclusi exploit significativi sul campo sia nella seria A sia nelle coppe europee che nessuno oggi può prevedere, il club dovrebbe continuare a produrre risultati negativi di conto economico. L’ultimo rosso di bilancio è quello della scorsa stagione, chiusa a giugno di quest’anno con 58 milioni di perdite nette su 529 milioni di ricavi. Ogni 100 euro di fatturato generato produce oltre 10 euro di perdite. Eppure si è fatta festa in casa Juventus, dato che l’anno prima il buco era stato di ben 199 milioni. E in effetti la via del miglioramento della situazione contabile sembra ben impostata dopo le vicissitudini anche giudiziaria dell’inchiesta Prisma sulle cosiddette plusvalenze fittizie. Caso chiuso di recente con il patteggiamento di Andrea Agnelli, l’ex amministratore deegato del club e altri due dirigenti. La vicenda giudiziaria ha imposto il cambio della guardia con il cugino John Elkann, subentrato nella gestione con i suoi manager di fiducia.

La gestione di Andrea Agnelli si è anche chiusa con il triennio peggiore sul lato dei conti. Dalle stagioni 2020/2021 al 2022/2023, in tre anni, le perdite cumulate sono ammontate a 588 milioni cui vanno aggiunti altri 150 milioni di passivo dal 2018, primo bilancio a inaugurare la lunga serie negativa del club a livello contabile.
Numeri che non dovrebbero sorprendere più di tanto, dato che stiamo parlando del business del pallone, più che unica attività imprenditoriale che, a parte rarissime eccezioni, non rende ricchi i suoi padroni, anzi li depaupera. Basti pensare alle perdite miliardarie subite da Inter e Milan sotto le gestioni Moratti e Berlusconi. Perdite poi continuate anche senza i vecchi benefattori, visto che anche i fondi subentrati nelle gestioni hanno avuto il loro bel daffare per limitare i danni.
Ma mentre oggi sia il Milan, che ha chiuso il terzo bilancio consecutivo in utile, sia l’Inter, che grazie ai successi sportivi ha visto aumentare fortemente i ricavi e quindi ridurre il passivo, sembrano attrezzate per chiudere i conti prossimi in progressivo miglioramento, per la Juventus la traversata nel deserto non è conclusa.
Brutto affare per casa Agnelli-Exor che vede il suo emblema più antico e prestigioso che veicola passioni e tifo, trasformato in un pozzo senza fondo. Uno schiaffo a livello di gestione imprenditoriale che si accomuna all’altro grande flop che è stata l’editoria, con l’avventura in Gedi, in via di cessione definitiva, costata non meno di mezzo miliardo di euro di conti in rosso.
Leggi anche:
Juve, aumento di capitale da 100 milioni. Il titolo scende
Come si vede, calcio e giornali – due business popolari e che servono a costruire consenso – sono la palla al piede di casa Agnelli. Certo, la finanziaria Exor ha talmente le spalle larghe da poter sostenere senza problemi business in crisi. Sia Juventus che Gedi non sono mai pesati più dell’1-2% sul totale degli asset in pancia alla finanziaria olandese. Ed è ovvio che l’asset bianconero, nonostante le voci ricorrenti di una cessione, non verrà mai abbandonato al suo destino per l’alto valore simbolico che rappresenta per la casata sabauda. Il punto non è il sostegno al club, ma la gestione che di fatto non è stata in grado di fare una cesura con molte conduzioni padronali dissennate che troppo spesso si vedono nel mondo del calcio. Qui il tocco manageriale proprio non si è visto. Al contrario. Il declino contabile è cominciato con le spese folli per i talenti. In primo luogo l’affare Cristino Ronaldo. Pur di portare a Torino il fenomeno, Andrea Agnelli non ha badato a spese. Tra costo d’acquisto, stipendi straripanti annui e bonus vari, la star portoghese è costata alle casse della società qualcosa come 300 milioni di euro. Senza peraltro raggiungere le vette sportive che Ronaldo doveva assicurare.
Passo troppo lungo
Un passo più lungo della gamba che ha finito per travolgere tutto e che alla fine è stato tamponato con il meccanismo delle plusvalenze incrociate nel calcio-mercato che ha dato vita all’inchiesta giudiziaria Prisma. In sintesi, il meccanismo degli scambi incrociati dei calciatori, in acquisto e vendita fatti in contemporanea, ha permesso di iscrivere ricavi aggiuntivi che però erano solo sulla carta, dato che non c’è stato scambio di denaro. Così i maggiori ricavi (fittizi) hanno consentito di limitare perdite che in realtà sarebbero ancora più rilevanti. Di fatto, un falso in bilancio. Non che la Juve sia l’unica ad aver utilizzato questo maquillage contabile. Molte altre squadre hanno fatto ricorso, come si evincerebbe dal recente rinvio a giudizio del patron del Napoli, Aurelio De Laurentis per falso in bilancio nell’affare Osimhen.
La presenza in Borsa
La Juventus è finita nel mirino da subito proprio perché è una delle poche società calcistiche quotate. Dopo il delisting della Roma, solo la Lazio sta sul listino con la Juve. E quando stai in Borsa e hai azionisti di minoranza che vanno tutelati, allora hai più occhi puntati addosso e devi sottostare alle autorità di vigilanza come la Consob.
Parco buoi
Già, ma che senso ha avere un club calcistico quotato? Di fatto il parco buoi degli azionisti di minoranza che rappresenta poco più del 20% del capitale si è sobbarcato la sua quota parte di aumenti di capitale per una cifra di almeno 200 milioni negli anni dal 2019 a oggi. Ne è valsa la pena? Il calcio quotato è soggetto a troppe variabili extra-contabili a partire appunto dai risultati sul campo. E il titolo Juventus, dopo i fasti iniziali dell’affare Ronaldo con il prezzo salito oltre 10 euro, ha finito per precipitare al suolo e da oltre tre anni a questa parte oscilla in media attorno a 2,5 euro per azione. Tra l’altro con scambi al lumicino. Il flottante tra la quota di Exor al 65%, quella del nuovo socio Tether con poco più dell’11% e la quota residua di Lindsell, è ridotto ai minimi termini e mediamente l’azione scambia intorno al milione e mezzo di azioni al giorno. Volumi risibili.

Ma la Borsa ovviamente serve a dare un valore di mercato. La Juve capitalizza in questi giorni intorno a 900 milioni di euro. Non fa utili, come si è visto, e varrebbe quasi 2 volte il suo fatturato. Certo nell’azienda calcio, che è un mondo alla rovescia, dove prima si spende e spande in una sorta di asta al rialzo per aggiudicarsi i migliori e solo dopo si va a caccia dei ricavi per coprire i costi stellari, tutto può accadere. Giusto per dire che quel mondo è sganciato dalla realtà. Così i valori diventano opinabili. Basta confrontare i multipli espressi dalla Juve con quelli di un club storicamente con i conti in ordine che è il Borussia Dortmund: la squadra tedesca che viene da tre anni di profitti quota in Borsa poco più della metà dei ricavi, contro le 2 volte del club di casa Agnelli. Il mondo alla rovescia.
Leggi anche:
Cristiano Ronaldo è il primo calciatore miliardario
Il calcio europeo raggiunge ricavi record con 38 miliardi di euro
© Riproduzione riservata