La rimozione di Nicolás Maduro dal potere segna soprattutto un cambio di scenario economico e finanziario per uno dei Paesi più ricchi di risorse energetiche al mondo. Al netto della dimensione militare e giudiziaria, il nodo centrale è il controllo e la valorizzazione di petrolio e gas venezuelani, rimasti per anni sottoutilizzati a causa di sanzioni, cattiva gestione e isolamento internazionale. Per i mercati il Venezuela non è una crisi emergente, ma una gigantesca opzione energetica rimasta congelata.
Quanto valgono davvero petrolio e gas venezuelani
Il Venezuela detiene le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, oltre 300 miliardi di barili, concentrate soprattutto nella Fascia dell’Orinoco. Ai prezzi attuali, con il Brent intorno ai 60 dollari al barile, il greggio venezuelano Merey 16, extra-pesante e ad alto contenuto di zolfo, viene scambiato con uno sconto strutturale tra i 10 e i 15 dollari. Il valore di mercato si colloca quindi tra i 45 e i 50 dollari al barile. Se si applicasse questo prezzo alle riserve complessive, il valore teorico supererebbe i 15.000 miliardi di dollari, una cifra che da sola spiega l’interesse strategico globale. Nella pratica, però, il valore reale è molto inferiore, perché l’estrazione richiede tecnologie costose e investimenti infrastrutturali stimati tra i 100 e i 200 di miliardi di dollari.
Il gas naturale rappresenta l’altra grande leva. Con circa 200 trilioni di piedi cubi (5,66 trilioni di metri cubi) di riserve, il Venezuela possiede il più grande patrimonio gasiero dell’America Latina e uno dei primi dieci al mondo. Ai prezzi medi internazionali del 2026, il valore teorico del gas nel sottosuolo supera i 700-800 miliardi di dollari. A differenza del petrolio, però, il gas è rimasto quasi interamente confinato al consumo interno. Solo ora, grazie a nuovi accordi con Trinidad e Tobago e alle prime prospettive di export verso l’Europa, sta iniziando a trasformarsi in flussi di cassa reali.
America ed Europa: chi c’è e cosa fa sul terreno
Il settore energetico venezuelano è formalmente dominato dalla compagnia statale Pdvsa, ma le compagnie straniere operano attraverso imprese miste in cui la società statale detiene almeno il 60%. Nonostante le sanzioni, diversi operatori occidentali sono rimasti presenti grazie a licenze speciali statunitensi e a meccanismi di compensazione dei crediti.
Sul fronte americano, Chevron è l’attore chiave. Opera in joint venture come Petroboscán e Petropiar e rappresenta il principale canale di rientro del greggio venezuelano verso le raffinerie del Golfo del Messico. La sua presenza non è solo industriale, ma anche finanziaria, perché consente a Pdvsa di ridurre il debito accumulato negli anni.
In Europa, la presenza è più diversificata. La spagnola Repsol è partner storico in diversi progetti petroliferi e gasieri, mentre la francese Maurel & Prom mantiene una posizione rilevante nel Lago di Maracaibo, nonostante le incertezze normative degli ultimi anni. Accanto a loro operano società asiatiche come la cinese Cnpc e l’indiana Ongc Videsh, che hanno legato l’accesso al petrolio venezuelano al rimborso di prestiti miliardari concessi a Caracas.
Capitolo Eni: gas, petrolio e crediti strategici
Eni occupa una posizione particolare. In Venezuela il gruppo italiano è presente sia nel petrolio sia nel gas attraverso diverse imprese miste con Pdvsa. Petrosucre gestisce il campo offshore Corocoro, mentre PetroJunín e PetroBicentenario sono legate allo sviluppo del blocco Junín-5 nella Fascia dell’Orinoco e alle infrastrutture di raffinazione di Jose. Nel gas, il progetto Cardón IV, condiviso con Repsol, controlla il giacimento Perla, uno dei più grandi offshore al mondo.
Negli ultimi anni Eni ha operato soprattutto per recuperare crediti accumulati, ricevendo carichi di petrolio autorizzati dal Tesoro Usa secondo lo schema oil-for-debt. Il gruppo guidato dall’ad Claudio Descalzi ha ribadito che le operazioni proseguono regolarmente e che il gas prodotto è destinato sia al mercato interno sia alla produzione di energia elettrica. In uno scenario di apertura del mercato venezuelano, Eni sarebbe tra i primi beneficiari di una normalizzazione, grazie alla presenza storica e agli asset già operativi.
L’impatto su Cina, Russia e Medio Oriente
Per Pechino il Venezuela è stato per anni una garanzia energetica alternativa, ottenuta in cambio di finanziamenti e prestiti. Un riallineamento di Caracas a Washington costringerebbe la Cina a negoziare l’accesso al petrolio venezuelano a condizioni di mercato, riducendo la sicurezza delle sue forniture proprio mentre rischia di perdere anche il petrolio iraniano (se le proteste degli ultimi giorni dovessero determinare un regime change). Questo indebolisce la posizione cinese nello scacchiere indo-pacifico e aumenta i costi strategici di un confronto diretto con gli Stati Uniti.
Per la Russia il colpo è doppio. Mosca ha costruito con Caracas un partenariato energetico di sopravvivenza tra il 2016 e il 2019, usando il petrolio venezuelano come leva geopolitica e Rosneft come strumento diplomatico. Investimenti per circa 9 miliardi di dollari e canali di esportazione alternativi hanno permesso al Venezuela di aggirare le sanzioni. Un cambio di regime metterebbe a rischio questa architettura, riducendo ulteriormente i margini di manovra russi sul mercato globale del greggio.
Per il Medio Oriente e l’Opec+, il Venezuela rappresenta una variabile latente. Oggi produce meno dell’1% del petrolio mondiale, ma il suo potenziale di crescita è tale da poter influenzare le strategie di Arabia Saudita e alleati. Non a caso oggi l’Opec+ ha scelto un approccio prudente, mantenendo stabile la produzione e ribadendo la necessità di flessibilità, proprio mentre il mercato osserva gli sviluppi venezuelani.
Prezzi, mercati e Seconda Guerra Fredda energetica
Nel breve periodo, gli analisti non si aspettano shock immediati sui prezzi. Il mercato sconta infrastrutture ancora fragili e tempi lunghi per un aumento significativo della produzione. Nel medio-lungo termine, però, la prospettiva di riportare il Venezuela a 2 o 3 milioni di barili al giorno cambierebbe gli equilibri globali, esercitando una pressione ribassista strutturale sui prezzi e ridisegnando i rapporti di forza all’interno dell’Opec+. Ovviamente i primi a beneficiarne sarebbero i colossi Usa ExxonMobil e ConocoPhillips, colpiti dalle nazionalizzazioni ai tempi di Chávez. Ma se questa ipotesi si realizzasse, tutto l’Occidente ne godrebbe gli impatti positivi sia in termini di calo della bolletta energetica ma soprattutto perché i combustibili fossili a buon mercato consentirebbero di archiviare o, quanto meno, di sospendere una transizione green che finora ha portato più danni che benefici nel Vecchio Continente. Anche a causa della generalizzata ostilità dell’opinione pubblica nei confronti dell’energia nucleare.
Con investimenti rapidi in impianti di liquefazione (Gnl), il Venezuela potrebbe poi diventare un fornitore stabile per l’Italia e il resto dell’Ue, sfruttando la vicinanza geografica rispetto ai fornitori asiatici. In questo modo, la residua dipendenza del nostro Paese e degli altri partner europei dal gas russo sarebbe definitivamente superata.
In questo senso, il Venezuela non è solo un Paese ricco di risorse, ma una leva strategica nella competizione tra Stati Uniti, Europa, Cina e Russia. Il controllo e la valorizzazione di petrolio e gas venezuelani diventano così uno degli snodi centrali della nuova fase della competizione politico-economica globale.
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