Tra la fine e l’inizio del nuovo anno il Made in Italy ha messo a segno a livello internazionale un doppio successo, dal campo alla tavola. Prima il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio Unesco e poi l’integrazione delle risorse della Politica agricola comune dell’Unione (Pac) che ha salvato le campagne italiane. Il 2026 si è infatti aperto con l’annuncio della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, di rivedere le proposte punitive del bilancio dell’Unione per l’agricoltura. Un successo per l’Italia che è stata capofila nella battaglia a difesa delle risorse per il settore primario. «L’Italia incasserà 10 miliardi in più con una dotazione di 40,7 miliardi», ha affermato il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, mentre il premier Giorgia Meloni ha sottolineato come sia stata accolta la richiesta italiana di modificare «la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale per rendere disponibili, già dal 2028, ulteriori 45 miliardi di euro per la Politica agricola comune».
La premier ha spiegato che «assieme alle risorse aggiuntive assegnate lo scorso novembre per venire incontro alle richieste del Parlamento europeo, quest’iniziativa non solo raggiunge l’obiettivo di confermare anche per il futuro il livello attuale di finanziamento, come richiesto dagli agricoltori italiani ed europei, ma mette a disposizione risorse aggiuntive. Si tratta di un passo in avanti positivo e significativo nel negoziato che porterà al nuovo bilancio Ue, che dimostra che la linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea portata avanti con determinazione dal governo italiano trova sempre maggiore ascolto a Bruxelles».
L’Italia tira dunque un sospiro di sollievo con il superamento della proposta iniziale che avrebbe potuto portare, secondo stime, alla chiusura di una azienda agricola nazionale su quattro. Una strage imprenditoriale che avrebbe messo in crisi economia ed occupazione nel settore agricolo. Senza dimenticare i pesanti effetti sul grado di approvvigionamento alimentare del Paese e sui primati qualitativi dei prodotti alimentari nazionali che hanno consentito alla cucina italiana di ottenere il riconoscimento Unesco. Non solo una coccarda da appuntare sul petto. Ma un concreto sostegno all’economia reale. Lo dimostra quanto è avvenuto nel passato con l’export agroalimentare Made in Italy che è più che raddoppiato negli ultimi 15 anni superando nel 2025 i 70 miliardi di euro rispetto ai 28 miliardi del 2010, anno in cui la dieta mediterranea è stata iscritta, nel mese di novembre, nell’elenco dei patrimoni immateriali dell’Unesco. Un risultato eclatante condiviso però dall’Italia con Marocco, Spagna e Grecia e dal 2013 anche con Cipro, Croazia e Portogallo.

E dunque molto di più si attende ora dalla spinta del recente riconoscimento ottenuto in solitaria dalla cucina italiana nel suo complesso a Nuova Delhi in India, lo scorso 10 dicembre, dopo che nei primi nove mesi dell’anno l’agroalimentare nazionale ha registrato una crescita del 6% sui mercati globali. La migliore conoscenza della cucina ottenuta con il riconoscimento rappresenta anche un contributo alla difesa delle produzioni nazionali all’estero dove è ancora troppo diffuso il fenomeno dell’italian sounding che sfrutta la reputazione conquistata con grande fatica per imitazioni che non hanno nulla a che fare con il territorio nazionale. Un danno da 120 miliardi all’anno al sistema produttivo agroalimentare nazionale che potrebbe essere ora contenuto. «Dobbiamo trasformare questo riconoscimento della cucina italiana in economia e lavoro. Mettere a terra questo risultato aggredendo il mercato con innovazione e tradizione, pur mantenendo saldo l’elemento della qualità», ha detto il ministro Lollobrigida, «Riconoscere nel Made in Italy un elemento di qualità e di identità territoriale muove visitatori ed enoturisti e la nostra cucina è tutto questo», ha precisato.
Il riconoscimento è infatti solo la tappa centrale di un percorso iniziato nel marzo 2023 con l’annuncio della candidatura e proseguito con una intensa attività di promozione internazionale da parte del ministero dell’Agricoltura, dal viaggio dell’Amerigo Vespucci al lancio della missione spaziale Axiom 3 con pasta italiana a bordo della Iss, dall’evento a New York, con proiezione a Times Square, alla promozione della candidatura in importanti contesti sportivi come il Concorso ippico di Piazza di Siena, la Ryder Cup, il Giro d’Italia, il campionato mondiale di rugby e tanti altri.
Il traguardo raggiunto crea ora le premesse per spingere la domanda di prodotti Made in Italy all’estero dove si contano circa 600.000 ristoranti che si definiscono italiani secondo le stime della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe). Una crescita ulteriore della cucina italiana che già nel 2024 ha raggiunto a livello globale un valore complessivo di 251 miliardi di euro con un incremento del 4,5% su base annua secondo Deloitte. L’ impatto non si limita però solo alle esportazioni, ma si estende al turismo e all’immagine generale del Paese con importanti effetti sull’economia e sull’occupazione. La conferma viene dalla cattedra Unesco dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, diretta dal professor Pier Luigi Petrillo, che ha avviato, nel 2023, una ricerca interdisciplinare al fine di quantificare uno degli effetti indiretti dei riconoscimenti dati dall’Unesco. Gli arrivi turistici nel periodo 2023-2024 nei siti culturali senza riconoscimento Unesco hanno registrato una riduzione del 3,3% mentre nei siti Unesco l’aumento è stato del 7,4%. Ancora più evidenti sono gli effetti nel settore agroalimentare.
Nell’isola di Pantelleria dove la pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello è patrimonio culturale immateriale dal 2014 l’incremento medio annuo degli investimenti nelle aziende agrituristiche al 2025 è stato del 25% rispetto alla media nazionale del 2%. E ancora, l’arte dei pizzaiuoli napoletani è stata dichiarata patrimonio culturale immateriale nel 2017. Da allora si è assistito a un exploit dei corsi professionali e del numero di scuole accreditate in tutto il mondo. Se nel 2017 erano 64 i corsi professionali, di cui 40 all’estero e 24 in Italia, nel 2025 sono arrivati a 246. In sostanza, in otto anni dal riconoscimento il numero dei corsi è aumentato del 284%. E infine le colline del Prosecco superiore dei Conegliano e Valdobbiadene, che sono state riconosciute come patrimonio culturale materiale nel 2019, e da allora si è innescata una crescita progressiva delle strutture turistiche che in sei anni hanno segnato +45% e + 35% di posti letto. Un analogo impatto anche per i produttori di Prosecco. In sei anni dal riconoscimento, le aziende produttrici di Prosecco Superiore sono aumentate del 18% e i lavoratori addetti del 22%.
Una conferma del ruolo propulsivo della tutela nei confronti dell’economia e dell’occupazione viene da Fiapet Confesercenti secondo la quale la cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell’umanità potrebbe tradursi in un incremento delle presenze straniere compreso tra il 6% e l’8% nei primi due anni, per un totale di circa 18 milioni di presenze turistiche aggiuntive.
A decretare il successo sono i primati conquistati dall’agroalimentare nazionale che, è bene ricordarlo, è il più green d’Europa, secondo la Coldiretti, con il primato comunitario di agricoltori biologici (87mila) che operano su una superficie di 2,51 milioni di ettari, 328 specialità Dop/Igp/Stg riconosciute, 529 vini Dop/Igp, 5717 prodotti tradizionali le cui metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura sono praticate secondo rigidi standard di qualità tradizionali e una percentuale di appena lo 0,5% di prodotti agroalimentari nazionali con residui chimici irregolari, cinque volte in meno dei prodotti di importazione, il cui tasso di non conformità in media è pari a 2,6% secondo elaborazioni Osservatorio Coldiretti su dati Efsa. Una garanzia di qualità che è un volano per la ristorazione nazionale con la presenza di circa 350mila realtà attive sul territorio nazionale tra bar, ristoranti, agriturismi, mense, catering e ristorazione mobile. Non è dunque un caso che nella top ten delle città dove si mangia meglio nel mondo si trovino ben sei capoluoghi italiani che occupano peraltro tutte le posizioni del podio con Napoli in testa seguita da Milano e Bologna. Ma tra le prime dieci ci sono anche Firenze (quarta), Genova (sesta) e Roma (nona) secondo l’ultima classifica delle 100BestFood Cities realizzata da TasteAtlas Award 2025-2026 che ha confermato il primato tricolore nella cucina in generale, davanti a quella greca e peruviana mentre la Francia scende addirittura al nono posto.
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