La “factory” si trova nell’ex area industriale di Zaandam, a poche decine di chilometri dal centro di Amsterdam. Qui, nel capannone dell’olandese Joris Laarman, giovane incarnazione delle frontiere del design, un team di artigiani e ingegneri lavora alla grande mostra che avrà luogo a maggio nei prestigiosi spazi della galleria newyorkese Friedman Benda; un’occasione unica per guardare da vicino gli ultimi risultati di una ricerca che da oltre 20 anni anticipa gli scenari futuri di un’arte scultorea che si fonde con la progettazione e l’hi-tech.
Laarman ci mostra orgoglioso le sue ultime creazioni, pezzi unici a metà tra la scultura e il design, frutto di idee ma anche di algoritmi, processi di crescita naturale e materiali innovativi. Alcune delle sue opere fanno parte di importanti collezioni tra cui il Moma, il Centre Pompidou e il Victoria & Albert Museum; la sua “seduta” più famosa, La Bone Chair, celebra quest’anno il ventennale e nel 2025 ha stabilito un record mondiale d’asta da Sotheby’s con una vendita per 800mila dollari.
I riflettori internazionali si sono accesi sull’evoluzione di questo artista che oggi rappresenta il faro della nuova generazione di un design “sdoganato” dal sistema come forma d’arte; e che, a differenza delle cosiddette “arti maggiori”, sta manifestando più resilienza nel mercato con ampi margini di crescita, complice un giovane collezionismo sempre più trasversale. Questa trasformazione riflette un cambiamento strutturale del collezionismo contemporaneo, sempre meno vincolato alle tradizionali gerarchie e sempre più orientato verso linguaggi ibridi capaci di coniugare valore estetico, funzione e narrazione.
E se il mercato dell’arte nel suo complesso ha mostrato negli ultimi due anni segnali di rallentamento, il design ha invece evidenziato una capacità di tenuta superiore alla media. Questo perché in un contesto caratterizzato da maggiore prudenza, gli oggetti storici e da collezione si sono affermati come beni rifugio culturali: meno inflazionati, prodotti in numero limitato, spesso unici o in tirature estremamente contenute. Questa nuova centralità del design è legata a un mutamento generazionale; i report sottolineano come una quota crescente di under 40 stia ridefinendo il gusto e le modalità di accesso al collezionismo. Per queste generazioni l’oggetto viene scelto non solo per la sua qualità formale, ma per la sua capacità di raccontare una storia, incarnare un’epoca.
Fatto sta che nell’anno che si è appena chiuso il mercato delle vendite di design e arti decorative è cresciuto di oltre il 20%, arrivando a circa 172 milioni di dollari nelle aste dedicate; entusiasmanti i risultati di settore per le major Christie’s, Sotheby’s e Phillips che hanno registrato un incremento fin del 60% rispetto al 2024. Parallelamente, le fiere d’arte internazionali hanno contribuito alla legittimazione del design.
Dal 2010 in poi, la presenza di gallerie specializzate in design all’interno di manifestazioni come Art Basel, Frieze o Tefaf non è più un’eccezione. Le creazioni dei grandi progettisti vengono percepite come una forma di scultura funzionale. Questa convergenza ha ampliato il pubblico e ha favorito l’ingresso di collezionisti provenienti dal mercato “fine art”, attratti dalla forza iconica e dalla dimensione tridimensionale degli oggetti di design. In crescita anche le fiere specializzate, come Design Miami – Design Miami Paris, Salon Art + Design di New York o Pad Paris – Pad London.
In questo scenario, alcuni autori si sono imposti come veri e propri “blue chip” del mercato. Figure storiche come Jean Prouvé, Charlotte Perriand, George Nakashima, Jean Royère o Diego Giacometti continuano a occupare una posizione centrale. Tuttavia, è soprattutto il caso di François-Xavier e Claude Lalanne a rappresentare in modo paradigmatico l’evoluzione del design. I risultati d’asta per le loro opere popolate da animali, piante e forme organiche hanno raggiunto risultati record – 30 milioni di dollari per un cabinet a forma di ippopotamo – segnando un punto di non ritorno. Anche il design italiano vanta nomi iconici, con in testa gli storici Gio Ponti, Osvaldo Borsani, Carlo Mollino, Gino Sarfatti, Ico Parisi, malgrado il loro posizionamento sul mercato sia oscillante. Ponti, in particolare, il maestro del modernismo europeo, vanta un alto riconoscimento soprattutto sui pezzi unici e sui prototipi rari, molto meno sulla produzione seriale, su cui per altro grava il problema dei falsi storici.
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