Conti correnti strapieni e interessi da elemosina. Mentre le famiglie italiane accumulano liquidità, le banche continuano a riconoscere rendimenti prossimi allo zero e inferiori rispetto a quelli che in media vengono corrisposti in paesi quali Germania e Austria. Un paradosso che pesa sulle tasche dei risparmiatori e rischia di incrinare la fedeltà verso gli istituti di credito tradizionali; all’orizzonte si inizia a sentire anche la pressione dell’avanzata delle neobanche che stanno facendo il pieno di nuovi clienti facendo leva su costi zero di tenuta conto abbinati a varie modalità di remunerazione della liquidità.
Tutti gli ultimi riscontri fotografano un sistema che remunera pochissimo i risparmiatori, nonostante l’abbondanza di depositi. Secondo gli ultimi dati Bankitalia aggiornati al terzo trimestre 2025, i tassi riconosciuti ai clienti sui conti correnti restano prossimi allo zero. In media, la remunerazione è pari allo 0,08% sulle giacenze fino a 50mila euro, mentre sale appena allo 0,38% per depositi superiori ai 250mila euro. Tassi quasi nulli che rendono il conto corrente poco più di un parcheggio di liquidità.
Un aspetto spesso sottovalutato dai risparmiatori è che la liquidità ferma sui conti correnti non resta affatto inattiva. Le banche utilizzano infatti queste risorse come materia prima per la propria attività, impiegandole in prestiti, investimenti e gestione della liquidità, generando rendimenti significativi.
Come sottolineato dalla Fabi, il principale sindacato bancario italiano, la scarsa remunerazione dei conti correnti rischia di diventare una vera beffa per i clienti, soprattutto a fronte degli elevati utili del sistema bancario. L’attuale livello del costo del denaro nell’area euro è del 2%, ma negli scorsi anni gli istituti di credito hanno potuto fare il pieno di profitti grazie agli elevati margini di interesse derivanti da tassi Bce sopra il 4%. Il risultato è il persistere di una forbice strutturale molto ampia che ha visto le banche avvantaggiarsi del beneficio dei tassi alti, non i loro correntisti.
Dalle rilevazioni di Bankitalia emergono anche forti differenze territoriali: le condizioni migliori si registrano in Trentino-Alto Adige, con tassi medi dello 0,17% sotto i 50mila euro e dello 0,56% sopra i 250mila, mentre il Sud Italia resta fanalino di coda, con remunerazioni ancora più basse (in Calabria solo lo 0,16% anche per saldi sopra 250mila).
IL CONFRONTO
Il paradosso, come detto, è che la liquidità non manca, anzi gli italiani si confermano campioni nell’accumulare ingenti somme di risparmi. Secondo l’ultima elaborazione del Centro Studi Unimpresa, la liquidità complessiva detenuta da famiglie e imprese ha raggiunto 2.046,5 miliardi di euro a ottobre 2025, in crescita di 57,9 miliardi rispetto a un anno prima. A fare da traino sono stati proprio i conti correnti, saliti a 1.379,7 miliardi (+4,5%). In altre parole, gli italiani accumulano più denaro nei conti, ma quel denaro non lavora. E il confronto europeo rende il quadro ancora più critico. I dati Bce sui depositi overnight, cioè a vista, aggiornati a novembre 2025, mostrano che in Italia la remunerazione media dei depositi svincolati è pari allo 0,17%, sotto la media Ue (0,25%) e ben lontano dallo 0,43% della Germania. Una differenza del 60% in meno per i correntisti italiani rispetto a quelli tedeschi. Tradotto in termini concreti: su una giacenza media di 50mila euro, la minore remunerazione rispetto ai livelli tedeschi significa oltre 900 euro l’anno che restano nelle casse delle banche anziché in quelle dei risparmiatori. «Il gap con il resto d’Europa evidenzia quanto il mercato italiano sia ancora poco competitivo su questo fronte. Seppur lentamente, le cose stanno cambiando», indica a Moneta Alessandro Saldutti, country manager Italia di Scalable Capital, tra gli operatori che propongono una remunerazione della liquidità allineata ai tassi dell’area euro.
DOPPIO SALASSO
Il problema non riguarda solo i rendimenti, ma anche i costi di gestione. La spesa media annua per un conto corrente è salita dai 94,7 euro del 2021 ai 101,1 euro del 2024. Nell’arco di dieci anni, i dati Bankitalia testimoniano che i costi complessivi dei conti correnti in Italia sono aumentati di circa il 23%, soprattutto per commissioni su operazioni e servizi. «Un conto corrente non è un investimento, ma uno strumento di pagamento – ricorda Piermattia Menon, senior financial analyst di Consultique Scf – e va scelto in base alle condizioni complessive (canone, prelievi, carte, bonifici, servizi digitali) più che inseguendo il tasso attivo. È possibile che le banche generaliste tornino a riconoscere maggiori interessi, ma potrebbero compensare piuttosto con conti a zero spese».
Le neobanche crescono sì rapidamente, ma per ora la maggior parte dei clienti continua a mantenere un conto tradizionale come riferimento principale. A spiegare la pigrizia della grande maggioranza dei correntisti, che si accontentano di rendimenti prossimi allo zero sui conti correnti, senza guardare a possibili alternative, ci sono fattori soprattutto generazionali e di competenze digitali. «I genitori sanno poco delle Revolut di questo mondo e non vanno trascurati ostacoli relativi alla non completa digitalizzazione di una fetta dei risparmiatori. Fermo restando che si tende a considerare la remunerazione non un elemento prioritario del conto corrente e prevale spesso lo ‘status quo bias’ in quanto cambiare banca richiede tempo, si pensa che non cambi più di tanto con una remunerazione più alta e quindi si resta fedeli alla propria banca», sottolinea Enrico Maria Cervellati, professore di finanza aziendale presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma. Il discorso cambia per le nuove generazioni, decisamente più attente ad ogni particolare, dalla remunerazione ai costi. «I più giovani sono molto propensi ad andare su piattaforme snelle senza costi, che uniscono la tecnologia a varie opportunità per far fruttare i risparmi», spiega Cervellati.
MIOPIA
Un elemento non da poco, collegato alla bassa educazione finanziaria, è la sottovalutazione dell’importanza di preservare il proprio potere d’acquisto. Molti italiani non hanno piena comprensione degli effetti dell’inflazione, la percepiscono bene sul breve termine ma manca la consapevolezza di quanto erode il potere d’acquisto nel lungo termine. Ad accentuare questa miopia è l’attuale livello relativamente basso dei tassi che fa sì che la prospettiva di una remunerazione netta inferiore al 2% risulti poco attraente e quindi si lasciano a cuor leggero i soldi sul conto corrente. «Una piccola rivoluzione sarebbe se alla fine di ogni anno le banche facessero arrivare oltre all’estratto conto anche il dato del potere d’acquisto sulla base della liquidità rimasta parcheggiata infruttuosamente, dando pienamente l’idea di quanto costa lasciare soldi fermi», è la proposta lanciata da Cervellati che pone l’accento anche sulla poca consapevolezza delle conseguenze dell’inerzia: «Quando non fai lavorare i risparmi ti autocondanni a lavorare di più tu, così come il contadino che se non ara bene la terra vedrà i propri campi non dare i frutti sperati».
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