Dopo una lunga fase di preparazione e di confronto con il mercato, il Fondo Nazionale Strategico Indiretto (Fnsi) ha compiuto il suo debutto pubblico a Piazza Affari. Venerdì, a Palazzo Mezzanotte, il ministero dell’Economia ha fatto il punto sul progetto, definito come «un’iniziativa di sistema per il mercato azionario italiano». Un passaggio che ha segnato non solo l’avvio operativo del fondo, ma anche un ritorno esplicito del tema Borsa nell’agenda della politica economica. «Il Fondo Nazionale Strategico ha un valore paradigmatico: è un lavoro di condivisione e impegno congiunto tra soggetti pubblici e privati che collaborano per fornire risorse alle realtà imprenditoriali di minori dimensioni», ha spiegato il ministro Giancarlo Giorgetti nel suo intervento da remoto. Per il titolare del Tesoro, «un mercato dei capitali ampio ed efficiente è uno dei fattori abilitanti per la crescita del Paese e per il finanziamento delle imprese», ed è per questo che l’azione del governo «si è mossa in modo incisivo sia attraverso iniziative come il Fnsi sia con la riforma del Testo unico della finanza, la più ampia dal 1998».
Risparmi
Secondo Giorgetti, la debolezza strutturale del mercato finanziario domestico penalizza soprattutto le imprese medio-piccole. «L’economia italiana è caratterizzata da una presenza preponderante di pmi, dinamiche e diffuse, ma storicamente poco inclini al ricorso alla finanza di mercato», ha osservato, ricordando come la bassa propensione alla quotazione e all’emissione di debito abbia contenuto «la profondità e l’ampiezza del mercato dei capitali». Dal lato della domanda, ha aggiunto, «nonostante l’elevato stock di risparmio privato, permane una bassa propensione all’investimento in azioni e obbligazioni delle imprese italiane», anche per la limitata presenza di grandi asset manager nazionali. In questo contesto, «il Fondo Nazionale Strategico offre nuove opportunità», fornendo alle imprese «capitale paziente» e agli investitori «un segmento di mercato reso ora più liquido». L’evento, ospitato da Borsa Italiana, ha visto la partecipazione, oltre che del ministro, del sottosegretario Federico Freni, di Cdp, dei gestori coinvolti e degli investitori istituzionali. Un segnale politico chiaro, in un momento in cui la crescita dei listini resta concentrata sulle blue chip, mentre l’economia reale continua a scontare una cronica carenza di liquidità.
Il Fondo Nazionale Strategico Indiretto è un comparto di Patrimonio Rilancio, istituito dal ministero dell’Economia e gestito da Cdp. Opera come un fondo di fondi interamente sottoscritto dal Mef. La dotazione iniziale prevista è pari ad almeno 750 milioni di euro, con un potenziale di raccolta fino a 1,5 miliardi. Cdp Equity contribuisce per circa il 49% delle risorse, mentre la parte restante è destinata a investitori istituzionali, fondi pensione e casse previdenziali, che mantengono piena discrezionalità nella scelta degli Oicr.
I promotori
Alla data della presentazione risultavano già approvati otto fondi, quattro dei quali operativi dall’inizio di febbraio, con oltre 400 milioni di euro già raccolti. Tra i promotori figurano Intesa Sanpaolo, Generali, Equita Sim, Algebris, Arca, Anima e Amundi. Un panel del convegno è stato dedicato alle casse previdenziali – Enpam, Cassa Forense, Enasarco ed Enpaia – dalle quali ci si attende un contributo significativo. L’allocazione prevede una quota prevalente, pari ad almeno il 70% delle masse, investita in titoli azionari di piccole e medie imprese italiane non incluse nel Ftse Mib e non appartenenti al settore finanziario.
Secondo l’onorevole Giulio Centemero, estensore della legge istitutiva del Fnsi, il fondo ha una valenza che va oltre il profilo finanziario. «L’obiettivo è dare slancio alla Borsa e creare una cultura dell’investimento nelle pmi e nelle start-up», ha spiegato, sottolineando come finora «casse, fondi pensione e investitori istituzionali abbiano spesso assegnato risorse a gestori che poi investono all’estero». Centemero rivendica anche l’impatto sull’economia reale: «La pmi quotata assume, aumenta il gettito, migliora la trasparenza e la vita media delle imprese». Dopo l’ottima risposta del mercato, ora «l’obiettivo è «completare il primo batch entro l’estate, arrivando a nove o dieci fondi, con la possibilità di replicare in futuro lo stesso strumento».
Il delisting
Tra il 2020 e il 2024 oltre 150 società hanno lasciato la Borsa italiana. Nel solo 2024 i delisting sono stati circa 25, saliti a 29 nel 2025, con una perdita di capitalizzazione stimata in 2,5 miliardi. Per molte Pmi valutazioni depresse e scarsa liquidità rendono razionale l’uscita dal listino. «Le Opa sono fisiologiche», ha ricordato Centemero, «ma il rischio è trasformare il mercato in una vetrina di merce in saldo».
Operazioni come quelle su La Doria, Prima Industrie, Cerved, Alkemy, ReeVo o Sbe-Varvit hanno riguardato aziende solide, spesso profittevoli, ritirate dal listino per essere gestite lontano da un mercato poco liquido.
avviamento.
Il Fnsi è «un motorino di avviamento, non il motore di trazione», osserva Simone Strocchi, fondatore e ceo di Electa Ventures, merchant firm che negli anni ha guidato operazioni per oltre 3 miliardi di euro di capitalizzazione aggregata. Per Strocchi serve una discesa in campo più ampia, a partire dalle holding familiari italiane. «Nelle holding ci sono oltre 300 miliardi di euro di disponibilità finanziarie. Se non li indirizziamo verso la capacità imprenditoriale italiana, chi altro può farlo?».
Secondo un’analisi di Electa, circa il 45% dei delisting degli ultimi dieci anni ha comportato, già al momento dell’uscita, un trasferimento della governance in mani non nazionali. «All’inizio non sembra un problema, ma col tempo il rischio di impoverimento industriale diventa concreto». Per questo, conclude, il Fnsi deve essere solo il primo tassello di un’azione sistemica: «Il valore sui listini italiani c’è. Mancano i capitali orientati».
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