Giovanna Vitelli è a capo di Azimut Benetti, il più grande gruppo del mondo dedicato alla nautica con una produzione totale, dal piccolo al grande, che non a caso è anche il nome di una delle diverse gamme. È l’erede di Paolo Vitelli, imprenditore che con costanza ha costruito un autentico impero di barche. Le radici del cantiere sono ad Avigliana: un luogo vicino a Torino dove il panorama regala spesso cime innevate ma che sono anche testimoni di un modo di essere concreti e industriali nel senso letterale del termine. La sede storica è stata recentemente rinnovata con un progetto dello studio De Lucchi e Amdl Circle. Le altre sedi produttive principali sono a Viareggio e Livorno.
Il Gruppo Azimut Benetti è considerato il più grande del mondo, con 2.500 dipendenti e un fatturato da 1,5 miliardi. Nell’ultimo anno una crescita del 15% e la volontà di investire 115 milioni in nuove infrastrutture. Il futuro è fatto di armatori “storici” ma anche di nuove leve, un mercato nuovo tutto da conquistare. La rivista Boat International nel suo report annuale svela che hanno 163 yacht in costruzione, pari a 5.924 metri e al 23% del mercato globale.
Giovanna Vitelli ha una formazione da avvocato, ha lavorato per cinque anni nello studio milanese Bonelli Erede specializzato in diritto societario. Ma dall’età di 21 anni il padre Paolo l’ha voluta nel consiglio di amministrazione del gruppo di cui ora è presidente. Alla domanda «andrete in Borsa?», risponde sempre «non credo, se posso non ci vado. La nostra azienda guarda nel lungo termine la Borsa ti costringe ad altri ritmi». Oltre alla nautica una passione di famiglia è la montagna, frequentata con e senza sci e dove il recupero del villaggio Walser di Mascognaz trasformato in Hotellerie diffusa, che ha ospitato nomi importanti come l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, ha conquistato da poco la quinta stella.
Giovanna, lei è stata nominata presidente di Alta Gamma ed entrerà in carica a giugno. Cosa significa per lei?
«Sono molto felice per la mia azienda e per il mio settore, mi fa piacere che nell’associazione ci sia un esponente del mondo della nautica. Ha un significato, è un segno positivo per l’immagine del nostro settore. È presto per parlare di programmi».
C’è chi identifica il suo settore nel lusso tout court. È davvero così?
«Sì, molti lo pensano. In questi anni le motivazioni si sono spostate. Anche la narrativa che c’è dietro. E siamo stati bravi noi cantieri e voi stampa a trasmettere un nuovo messaggio corretto. Dal racconto legato a un armatore assimilato a una figura un poco negativa a raccontare invece quello che c’è dietro. Il valore intrinseco di quello che costruiamo, dove c’è lavoro di industria e artigianato. La nautica adesso ha un concetto valoriale positivo, legato all’alto di gamma dove mettiamo insieme design, mestieri del fare, craftmanship. Tutto il bello dell’Italia messo assieme. Noi cantieri siamo anche contenitore di altre aziende».
Come si è evoluta la relazione con il design?
«È stata un mia spinta. Avevo una età in cui avrei potuto essere un acquirente di barca e questo era un mondo di barche sempre uguali a se stesse, generate da un numero di designer che si contavano sulle dita di una mano. C’era opulenza ridondante negli interni e un aspetto da torre d’avorio che creava distanza all’esterno. Abbiamo fatto tante esplorazioni anche molto innovative, ma a noi in fondo piace che la barca resti una barca. Abbiamo una forza interna, un ufficio tecnico e stile, che consente di elaborare assieme al talento del designer esterno un buon “oggetto barca”. Poniamo dei confini per rispettare funzioni necessarie».
Il tema della sostenibilità è stato molto usato
«Gli annunci roboanti su zero emissioni stanno rientrando, temo che ci si stia un poco distraendo dal tema. Negli anni passati abbiamo fatto qualche titolo in meno ma proprio adesso bisogna continuare a lavorare su questo. Noi andiamo ad aggredire aree di efficienza che sommate ci danno una riduzione dei consumi. Facciamo un percorso con cui conduciamo il mercato verso questo tema, perché non esiste ancora una vera richiesta da parte del cliente. Una chiave molto comprensibile agli armatori è il silenzio, che viene dall’uso di batterie al posto dei generatori. Fare il bagno con il generatore spento, senza fumi, macchioline di scarico è una liberazione».
Il vostro cantiere costruisce molto e progetta in house, rivolgendosi abbastanza poco a costruttori conto terzi.
«Io dico sempre che il mio sogno è poter usare lo slogan “das Auto” e farlo diventare “das Boote”. Cioè usare l’industria per garantire la qualità del prodotto finale. Nella nautica questo non può arrivare all’estremo perché esiste una parte di lavoro manuale che è insostituibile. Nella parte che non è personalizzabile si può spingere e controllare il processo in un prodotto dove si mischiano industria e artigianato. Si investe nel progetto, nella automazione in costruzione».
Che valore hanno i saloni nautici per voi?
«Secondo me ne hanno. Siamo tutti migliorati nel fare video, presentazioni digitali e tutto il resto. Però questo è il prodotto dell’esperienza per eccellenza e toccare, con l’emozione che ti da, mi sembra abbastanza insostituibile. Il Salone è una occasione per generare questa emozione e darsi un volto. È il cantiere che incontra il cliente».
Molti credono a eventi dedicati al marchio.
«Noi facciamo le due cose. Hanno finalità diverse. L’esperienza monomarca è una fidelizzazione del cliente, può essere ed è un modo per trasferire il Dna della maison, nei nostri eventi si entra in una community che è molto family. Il Salone è un modo invece per presentare al mondo il tuo prodotto nuovo».
Che margini di crescita ha la nautica?
«Abbiamo goduto di una grande crescita in questi anni e un sano consolidamento mi sembra una buona strategia. Mi pare che anche nei momenti di crisi se sei ricco una auto Ferrari te la compri. La barca è un bene che la gente sogna, che ha l’aspirazione di possedere come punto di arrivo al raggiungimento di una certa ricchezza. È cambiata un poco la motivazione, non più tanto show off. Questi anni post Covid ci spiegano che la barca ha cambiato missione. Ho un cliente che mi ha ringraziato dicendo che gli ho costruito la migliore “memory machine” il luogo in cui con la famiglia e gli affetti collezioni ricordi».
Ha accettato di seguire le orme di un padre importante, quale è la sua qualità migliore?
«I piedi per terra, tra tutti i messaggi che ho ricevuto quello che lo descrive meglio è “the humble giant” che mi piace proprio ricordare».
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