Donald Trump cambia le regole anche a tavola e sovverte principi consolidati dalla comunità scientifica. Dopo decenni di demonizzazione degli alimenti di origine animale come carne, salumi, latte e formaggi, il tycoon li promuove e ne fa la pietra d’angolo della nuova dieta consigliata agli americani. Una vera rivoluzione nel piatto è stata infatti annunciata dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt in una conferenza stampa di inizio anno insieme con Robert F. Kennedy Jr, segretario alla Salute degli Stati Uniti. Le nuove Linee Guida Alimentari per l’America fino al 2030 cambiano completamente le priorità del passato con una piramide alimentare capovolta che esorta a dare priorità alle proteine (carne, formaggio e latte intero) e alle verdure, e a ridurre invece il consumo di cibi zuccherati e altamente processati. Una radicale inversione di tendenza nella dieta alimentare rispetto alle indicazioni del passato che avevano portato nel tempo ad abbandonare gli alimenti di origine animale in molti Paesi sviluppati dove sono invece aumentati i consumatori vegetariani e vegani.
L’invito dell’amministrazione Trump è ancora più sensazionale se si considera che gli americani sono già tra i maggiori consumatori di carne a livello mondiale con le vendite che hanno raggiunto nel 2024 i 104,6 miliardi di dollari e un consumo pro capite di 120 chili, in aumento del 7% rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti le nuove linee guida saranno alla base di tutti i programmi alimentari federali, serviranno ad aggiornare il cibo servito ai bambini nelle scuole pubbliche e alle Forze armate ma avranno anche un impatto sui programmi di aiuto nutrizionale per i più bisognosi. E non c’è dubbio che la scelta statunitense non mancherà di condizionare le diete alimentari a livello globale. Se c’è chi parla di politicizzazione della tavola alimentata dalla retorica che vede la carne come simbolo di forza e tradizione, è anche vero che in molti, anche a livello scientifico, hanno espresso preoccupazione per scelte alimentari che escludono dalla dieta cibi considerati essenziali per lo sviluppo.
E c’è un allarme anche nei confronti degli alimenti ultra processati o addirittura realizzati in laboratorio. Un orientamento che è stato recepito dalle istituzioni europee. È della fine dello scorso anno lo stop all’utilizzo di denominazioni come “hamburger” o “bistecche” per i prodotti vegetali votato dalla plenaria del Parlamento Europeo che ha approvato le modifiche al Regolamento sull’Organizzazione Comune dei Mercati (Ocm). L’introduzione di norme per tutelare le denominazioni dei prodotti a base di carne e contrastare il “meat sounding”, ossia l’uso di nomi come “burger” o “salsiccia” per prodotti vegetali, è stato un importante riconoscimento delle specificità degli alimenti di origine animale. Una netta inversione di tendenza rispetto alle proposte di qualche anno fa quando, nell’ambito della politica di promozione dei prodotti agricoli, l’Unione Europea intendeva addirittura penalizzare la promozione sul mercato interno di cibi come la carne rossa, i salumi ma anche le bevande alcoliche come il vino. «Il giusto impegno per tutelare la salute dei cittadini non deve tradursi in decisioni semplicistiche che rischiano di criminalizzare ingiustamente singoli prodotti indipendentemente dalle quantità consumate. L’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e non certo condannando lo specifico prodotto», avevano tuonato allora Coldiretti e Filiera Italia. Il cambiamento negli Usa è arrivato con il pressing del movimento Make America Healthy Again (Maha) che fa esplicito richiamo allo slogan trumpiano, ed è guidato da Robert F. Kennedy Jr, che era arrivato a sostenere pubblicamente la necessità del passaggio dall’olio di semi raffinati (colza, mais e soia) al più sano grasso animale per friggere le patatine di una nota catena fast food. Il tutto con il supporto di personalità come Elon Musk che ha esaltato spesso i benefici delle diete carnivore.
«Il messaggio è semplice: mangiate cibo reale», ha precisato Kennedy Jr nel presentare le nuove linee guida statunitensi. «Le famiglie – ha sostenuto – devono dare priorità a diete basate su alimenti integrali e nutrienti: proteine, latticini, verdure, frutta, grassi sani e cereali integrali. Abbinato a una drastica riduzione degli alimenti ultraprocessati carichi di carboidrati raffinati, zuccheri aggiunti, sodio in eccesso, grassi non salutari e additivi chimici. È così che rendiamo l’America di nuovo sana». Un cambiamento atteso negli Stati Uniti, dove va affrontata un’emergenza sanitaria nazionale. Quasi il 90% della spesa sanitaria è destinato infatti al trattamento delle malattie croniche, in gran parte legate all’alimentazione e allo stile di vita. Oltre il 70% degli adulti americani è sovrappeso o obeso e quasi un adolescente su tre ha il prediabete.
La svolta Usa a favore del cibo vero non sembra essere isolata. In Italia la nutrizionista Francesca Marino parla di un primo passo, ancora imperfetto, verso il modello mediterraneo e il prof Pierluigi Rossi – docente all’Università di Bologna e specialista in Scienza della Alimentazione – evidenzia come le linee guida sottolineino correttamente il concetto di «cibo vero» e l’impatto negativo degli alimenti ultra-processati sul microbiota e sulla salute complessiva. Un allarme mondiale sugli effetti degli alimenti ultraprocessati, spesso venduti come prodotti sostitutivi della carne, è stato peraltro lanciato nei mesi scorsi anche dall’Unicef che ha pubblicato sul proprio sito le linee guida per difendere le giovani generazioni dai rischi del cibo ultra-formulato perché «è necessario riconoscerlo e sostituirlo con pasti sani. Le etichette degli alimenti possono creare confusione, ma se stai cercando di riconoscere un alimento ultra-processato, cerca semplicemente un lungo elenco di ingredienti!!», avverte l’Unicef. Una preoccupazione che in Italia riguarda ben otto cittadini su dieci che chiedono di vietare per legge la presenza, nelle mense scolastiche, di prodotti ritenuti poco sani, dai piatti precotti alle merendine confezionate, secondo l’ultimo rapporto Coldiretti/Censis. «Gli alimenti ultra-processati favoriscono la crescita di batteri intestinali che distruggono cellule di controllo del sistema nervoso. È come se il cervello vivesse in una perenne condizione di carestia. L’obesità nasce così: da un microbiota alterato, trasmesso anche da madre a figlio», ha affermato il prof Antonio Gasbarrini, direttore scientifico del Policlinico Gemelli di Roma e presidente del comitato scientifico Fondazione Aletheia intervenendo ad un evento della Coldiretti. «Stiamo allevando generazioni di bambini nutriti con alimenti ipercalorici, ricchi di zuccheri, additivi, dolcificanti, grassi raffinati. Una dieta industriale che altera profondamente l’equilibrio del nostro organismo» ha precisato.
Rossa e bianca
Secondo l’ultimo Rapporto Italia Eurispes 2025, il 6,6% della popolazione italiana afferma di essere vegetariano e il 5,6% di esserlo stato in passato, mentre i vegani rappresentano una ristretta minoranza, pari al 2,9%. E in generale nel 2024 nel Belpaese sono stati consumati in media 79 chili di carne pro capite, con un calo del 12% rispetto al 2010, seppur con dinamiche contrastanti tra categorie di carne, con la “rossa” che traina il calo. La carne bovina rimane comunque la più consumata in Italia, mentre quella bianca registra una leggera crescita, secondo l’Ismea. L’inversione di marcia potrebbe avere dunque anche importanti conseguenze economiche. La filiera zootecnica Made in Italy, dai mangimi agli allevamenti fino alla trasformazione alimentare, attiva un valore di oltre 102 miliardi di euro, secondo il terzo Rapporto Feed Economy realizzato da Nomisma. In particolare l’industria mangimistica genera un fatturato di 10,2 miliardi di euro. La fase agricola, con la produzione di materie prime mangimistiche (mais, frumento, orzo, soia, eccetera) e l’allevamento, complessivamente esprime un valore della produzione pari a 25,1 miliardi di euro. Le imprese della trasformazione alimentare – settore lattiero-caseario, della macellazione e delle carni fresche e dei salumi e conserve a base di carne – fatturano 59,7 miliardi di euro con le esportazioni di prodotti di derivazione zootecnica, comprese le eccellenze Dop e Igp (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana, Prosciutto di Parma e San Daniele, eccetera) che si attestano a 10,6 miliardi di euro, il 19% del totale delle spedizioni agroalimentari italiane. Un sistema che potrebbe ulteriormente espandersi se si considera che l’Italia è autosufficiente praticamente solo per la produzione di avicoli mentre dipende dall’estero per circa il 35% dei suini e l 60% dei bovini che è costretta a importare principalmente dalla Francia. Da qui la necessità secondo la Coldiretti di un piano che metta al centro l’allevamento e l’allevatore di bovini da carne per proteggere e aumentare il patrimonio zootecnico nazionale, oggi in sofferenza strutturale.
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