Tra i grandi imprenditori della moda è quello che più di altri ha tinto di valori sociali la sua attività. Quasi a farne una filosofia per un nuovo capitalismo. Che lui, Brunello Cucinelli, dominus dell’omonima azienda, chiama capitalismo umanistico. Profitti sì, ma sani. Non da rapina. Una grande attenzione alle condizioni di vita dei dipendenti. Ridare dignità al lavoro operaio, lui che viene da una famiglia contadina. E attenzione all’ambiente. Del resto tutto ruota a Solomeo, piccolo paese umbro da cui il 73enne Brunello ha mosso i primi passi e che oggi è il centro pulsante della vita della sua azienda. Una sorta di “Città del Sole”, la comunità utopica sognata da Tommaso Campanella.

L’ultima mossa? Il lancio del nuovo ecommerce sviluppato sulla piattaforma Callimacus sviluppata da Solomei AI, che offre un’esperienza digitale basata sull’intelligenza artificiale. «Il nostro piccolo gruppo di lavoro dedicato all’IA ha concepito questo amalgama tra tecnologia contemporanea e genio creativo che trovo affascinante», ha detto Cucinelli, che ha ribadito la necessità di «una intelligenza artificiale che resti profondamente umana».

E a celebrare l’aurea del filosofo-imprenditore è arrivata la copertina di Forbes di questo mese, oltre a una pomposa auto-celebrazione con il docufilm Il visionario garbato, regia di Giuseppe Tornatore e musiche di Nicola Piovani. Ci sarà anche un tocco narcisistico, ma se lo può permettere. La sua azienda è da anni nell’empireo del lusso. Sbarcata in Borsa nel 2012 a un prezzo di 7,75 euro per azione, Cucinelli lo scorso anno ha fatturato 1,4 miliardi. Che vuol dire aver raddoppiato i ricavi solo negli ultimi quattro anni. Nel 2021 il gruppo del cashmere ha chiuso con 712 milioni. Di fatto una marcia pressoché costante con aumenti ogni anno a doppia cifra. Cosa che non è avvenuta per molti gruppi del lusso globale, che sta vivendo dal 2023 una forte crisi. Per molti, a partire dai big francesi, gli ultimi anni hanno visto erosioni anche importanti del fatturato e utili (pur sempre elevati) in contrazione. Colpa della forte impennata dei prezzi nel rimbalzo post Covid che hanno saturato la domanda e della frenata di quel grande mercato di esportazione che è la Cina.
Meno Cina
Cucinelli si è salvata dalla contrazione anche perché la sua esposizione verso la Cina non era preponderante. Il mercato di Cucinelli è più equilibrato, con Europa e America che assorbono il 72% delle vendite e con l’Asia solo al 28%. Ombre possono arrivare dal fallimento dei grandi magazzini Saks negli Usa: fra i creditori c’è anche Cucinelli, esposto per 21 milioni di euro.
Quella marcia costante dei ricavi, cresciuti anche nel 2025 dell’11%, quando il mercato del lusso in generale ha vissuto un altro anno di contrazione, si è riflesso quasi in automatico sulla redditività. Da tempo infatti il gruppo vanta una media del 10% circa degli utili netti sul monte ricavi. Segno di una gestione oculata, senza strappi eccessivi e con costi non così compressi come il resto del settore. Segno di una redistribuzione più equa del valore.
I fattori produttivi infatti assorbono oltre la metà dei ricavi, quando in genere i big del luxury hanno costi del 20-30% del fatturato. E di conseguenza più margini di profitto. E qui Cucinelli può affermare che il suo capitalismo umanistico non è solo uno slogan. Il costo del lavoro vale il 20% dei ricavi, quando in altre realtà si arriva solo a poco più del 10%. Poi ci sono i costi dei servizi tra cui l’advertising, motore principe dei marchi del lusso che impiega ogni anno un centinaio di milioni.

Non ha granché senso il confronto tra la sua profittabilità e quella di gruppi più importanti come Prada, Moncler, Lvmh, per non parlare di Hermès, che vantano percentuali ben superiori. Se vuole affermare la sua filosofia di impresa dal volto umano, Cucinelli non può poi presentarsi con profitti esuberanti, pena la sconfessione di tutta la sua architrave morale da imprenditore illuminato. Che non vuol dire un inno al pauperismo. Tutt’altro. Basti dire che ogni anno la società stacca un dividendo pari al 50% degli utili. Nel 2024 i profitti netti sono ammontati a 128 milioni e 124 sono quelli dell’anno prima. La cedola è stata quindi di una sessantina di milioni di euro all’anno. Ne beneficiano tutti gli azionisti, tra cui in prima fila lo stesso Brunello e la sua famiglia che posseggono il 50,05% del capitale del gruppo, tramite la holding personale Foro delle Arti srl, da poco trasformata in spa. E che a sua volta è controllata al 100% da un trust di famiglia. A Foro delle Arti affluiscono quindi ogni anno più di una trentina di milioni di euro sotto forma di dividendi. Non certo una provvista povera per l’imprenditore “visionario garbato” che come patron del gruppo è stipendiato con 1 milione di euro l’anno. Busta paga più ricca nel 2024 di circa 2 milioni l’anno ciascuno, bonus compresi, per i due ceo del gruppo, Luca Lisandroni e Riccardo Stefanelli.
Quei profitti su profitti cumulati ogni anno permettono a Cucinelli di sedere su un patrimonio netto di mezzo miliardo. Un bel tesoretto di solidità, con cassa liquida per oltre 240 milioni a fronteggiare un debito finanziario di oltre 900 milioni, di cui la gran parte sotto forma di leasing.

Struttura equilibrata anche sul fronte finanziario per un gruppo che non ha fatto mancare soddisfazioni ai soci. Dallo sbarco in Borsa nell’aprile del 2012 a 7,75 euro, il titolo ha più che decuplicato il suo valore. In questi giorni sta pagando i downgrade sul lusso – su Cucinelli in particolare – degli analisti di Bank of America, tanto che il titolo è caduto a 85 euro, ben lontano dal picco massimo, toccato a febbraio 2025, di 130 euro. Se qualcuno si domanda come mai anche Cucinelli paga il prezzo della crisi nonostante ricavi in crescita e una reddittività stabile, cosa non comune nel mondo dei grandi brand, allora bisogna precisare che il titolo sta pagando soprattutto l’attacco del fondo hedge Morpheus che a settembre ha accusato la società di operare sul mercato russo nonostante le sanzioni, continuando a vendere anche porta a porta e tramite altri distributori. In men che non si dica l’azione è precipitata da 106 a 83 euro, salvo poi recuperare nei mesi successivi per poi tornare a quei livelli nelle ultime sedute.
Capitalizzazione
Certo è che pur con l’attuale debolezza relativa del titolo, Cucinelli capitalizza 5,8 miliardi. Un valore multiplo dei ricavi tipico del settore lusso che viaggia tuttora su livelli che rispecchiano comunque un premio alla maggiore redditività, rispetto alla normale industria manifatturiera. Per Cucinelli significa essere valutata oltre 4 volte il suo fatturato al 2025 e 40 volte i suoi profitti sempre dello scorso anno. Va però segnalato che potrà sostenere queste valutazioni solo se il passo di marcia dei ricavi continuerà a essere di oltre il 10% di crescita annua. Per il 2026 il management si è detto fiducioso di poter raggiungere l’obiettivo. La scommessa di Solomeo continua.
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