A fare la differenza sulle retribuzioni, non è solo il ruolo ricoperto, ma anche il settore in cui si lavora, la dimensione dell’azienda e la zona d’Italia in cui ha sede. Lo conferma l’ultima indagine di ODM Consulting, che fotografa un mercato del lavoro in cui le retribuzioni crescono (+3,4%), ma soprattutto si distribuiscono in modo molto diseguale.
Le aziende grandi pagano di più
Il primo fattore decisivo è la dimensione aziendale. Più l’organizzazione è grande, più lo stipendio sale, indipendentemente dall’inquadramento.
Il divario è particolarmente evidente per i dirigenti: nelle grandi aziende la retribuzione supera la media nazionale dell’8,5%, il distacco più ampio tra tutte le categorie. Anche operai e impiegati guadagnano di più nelle realtà strutturate, mentre nelle piccole imprese si registra il vero punto debole del sistema: gli stipendi di impiegati e operai risultano fino al 9% sotto la media nazionale. In altre parole, a parità di mansione, la dimensione dell’azienda pesa quanto una promozione.
Nord più generoso
Conta anche dove si lavora. Il Nord Ovest si conferma l’area con le retribuzioni più alte per quasi tutti gli inquadramenti. Milano e dintorni restano il baricentro salariale del Paese. Fa eccezione la categoria degli operai, per i quali il Nord Est risulta ancora più generoso, con stipendi superiori alla media del 4,7%. Un segnale della forza manifatturiera e industriale di quest’area.
Finanza in testa, servizi in coda
Il vero spartiacque, però, è il settore. Per i dirigenti, la finanza è nettamente al primo posto: le retribuzioni superano la media del 14,4%, un distacco che non ha eguali. Seguono il commercio (+3,2%) e l’industria (+1,4%). Male invece i servizi, che segnano un pesante -8,7%.
Lo schema si ripete anche per gli impiegati: finanza e industria sono i settori che pagano di più (+10,6% e +6,1%), mentre commercio e servizi restano sotto la media nazionale, con scostamenti negativi vicini all’8%.
Inflazione: meglio, ma il conto resta aperto
Per il secondo anno consecutivo, gli aumenti salariali hanno superato l’inflazione e le previsioni indicano che il differenziale positivo potrebbe proseguire anche nel 2026. Ma il recupero è solo parziale, con i prezzi che si sono stabilizzati su livelli più alti. Il risultato è che dal 2021 un lavoratore italiano ha perso in media circa 430 euro lordi all’anno di potere d’acquisto, nonostante gli aumenti nominali. “Dalla nostra indagine retributiva emerge che solo a partire dal 2024 si osserva un differenziale positivo tra incremento retributivo e inflazione, un trend che dovrebbe mantenersi positivo anche nel 2026 – commenta Miriam Quarti, Responsabile area Reward & Engagement di ODM Consulting – Sono ormai lontani i record di inflazione toccati a fine 2022, anche se in termini di livello dei prezzi non si è mai registrata una discesa, bensì una stabilizzazione sui valori più elevati in modo permanente. Analizzando il trend delle retribuzioni nominali e reali degli ultimi sei e cinque anni (2020-2021) e la perdita di potere d’acquisto generale, emerge che dal 2021 un lavoratore italiano ha perso in media circa 430 euro lordi l’anno rispetto alla media nazionale”.
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