C’è chi le terre rare non le va a cercare nel sottosuolo, ma le estrae da un monopattino dismesso. Oppure c’è chi le ricrea in laboratorio con un algoritmo. Con un approccio innovativo alcune startup italiane provano a riscrivere la mappa di quei 17 metalli poco disponibili in natura ma indispensabili per la tecnologia e la transizione energetica, per cui è in corso una partita globale.
La sfida è tutt’altro che teorica. La domanda di terre rare magnetiche è infatti destinata a triplicare entro il 2035, spinta dall’esplosione dei veicoli elettrici e dall’espansione delle rinnovabili, in particolare l’eolico. Ma, secondo le stime, circa il 30% di questa domanda rischia di restare insoddisfatta. Aprire nuove miniere richiede decenni, capitali enormi, autorizzazioni complesse e comporta un impatto ambientale rilevante. A questo si aggiungono le tensioni geopolitiche e una dipendenza strutturale dell’Europa: oggi il 98% delle terre rare importate arriva dalla Cina, come certifica il Critical Raw Materials Act dell’Unione europea.
In questo scenario di scarsità annunciata, di dipendenza da filiere fragili e concentrate, l’innovazione diventa urgenza strategica. A cui l’Italia prova a rispondere con progetti che non estraggono valore dal sottosuolo, ma dall’ingegno.
Dagli scarti i magneti utili
L’economia circolare è la filosofia di RarEarth, startup italiana specializzata nel riciclo di terre rare partendo dai rifiuti elettronici: motori elettrici di biciclette, monopattini, scooter e dispositivi a fine vita che contengono magneti ad alte prestazioni, spesso destinati a essere dispersi. In particolare, neodimio, praseodimio e disprosio – tre tra gli elementi più strategici del gruppo delle materie prime critiche – finiscono per circa il 30% proprio nella produzione di magneti, cuore tecnologico di motori elettrici, turbine eoliche, robotica ed elettronica avanzata.
RarEarth ha sviluppato una tecnologia proprietaria che permette di recuperare questi magneti estraendoli in maniera efficiente senza dover tornare all’elemento chimico originario. Il materiale così recuperato viene raffinato e trasformato in una polvere ad alte prestazioni, da cui nascono appunti nuovi magneti con proprietà simili a quelli di prima generazione.
Il risultato è una filiera corta e a minore impatto ambientale, ma anche perfettamente allineata con gli obiettivi di autonomia strategica dell’Italia e dell’Europa. Il progetto ha raccolto già un forte interesse. Nel corso del 2025 la startup ha raccolto quasi 4 milioni di euro tra investitori privati e fondi pubblici. Risorse che serviranno proprio a realizzare il primo sito italiano per la produzione di magneti da materiale riciclato e a scalare un modello che punta a trasformare un problema, ovvero quello dell’esplosione e della gestione dei rifiuti elettronici, in una risorsa industriale ad alto valore aggiunto.
L’IA imita la natura
Se RarEarth guarda agli oggetti a fine vita, Rara Factory guarda al futuro dei materiali. Nata soltanto nel 2024 come spin-off dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e ospitata al parco scientifico Vega di Marghera, è la prima realtà italiana interamente dedicata alla ricerca e prototipazione di materiali alternativi alle terre rare.
L’idea è radicale e cioè ridurre la dipendenza da materiali critici non solo riciclandoli, ma sostituendoli. Come? Facendone una copia in laboratorio con dei materiali che in natura non esistono ma che ricalcano le caratteristiche utili. Il cuore del progetto è infatti un algoritmo brevettato che combina fisica dei materiali e intelligenza artificiale generativa per progettare nuove leghe partendo da elementi abbondanti e facilmente reperibili, come silicio, alluminio, ferro, calcio.
Grazie a un mix di competenze, che va dalla fisica della materia alla fisica teorica e all’intelligenza artificiale generativa, vengono realizzate questa specie di copie che mantengono proprietà equivalenti o addirittura superiori a quelle delle leghe tradizionali. Il primo obiettivo sono stati magneti alternativi per l’automotive e le energie rinnovabili, ma il metodo è più ampio e potenzialmente applicabile ad altri materiali critici come litio, coltan o cobalto. Basti pensare che, in poco più di un anno, Rara Factory ha creato e testato quasi 10.000 nuovi materiali, costruendo un dataset proprietario che alimenta e migliora continuamente i modelli di IA. Alcune delle nuove leghe individuate nel laboratorio di Marghera hanno già mostrato un potenziale industriale significativo.
A gennaio la startup ha chiuso un round da 3,2 milioni di euro, destinato ad ampliare le infrastrutture di laboratorio e accelerare lo sviluppo tecnologico. E con i primi risultati e i nuovi investimenti sono arrivati anche il primo contratto commerciale e diversi accordi di collaborazione con aziende italiane e internazionali.
Nel solo mercato dei magneti, oggi valutato 54 miliardi di dollari e stimato superare i 90 miliardi entro il 2030, le soluzioni di Rara Factory puntano a ridurre i costi dei materiali del 30-40%, un vantaggio competitivo che potrebbe fare la differenza in settori strategici.
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