Dal Mercosur all’India, il dibattito sugli accordi di libero scambio torna al centro dell’agenda europea e divide governi, produttori e opinione pubblica. Ma per Filiera Italia la contrapposizione non è tra favorevoli e contrari, bensì tra chi considera gli accordi un obiettivo in sé e chi li accetta solo a condizioni precise. In gioco c’è la possibilità di competere ad armi pari, garantendo standard comuni su lavoro, ambiente e sicurezza alimentare. Con Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia, Moneta ha analizzato i rischi e le opportunità delle intese con Mercosur e India, e i tre pilastri che, secondo la filiera agroalimentare italiana, possono trasformare un accordo da minaccia a occasione di crescita.
Gli accordi di libero scambio dell’Ue impattano sul mercato interno. Qual è, secondo voi, la linea rossa da non superare?
«La risposta è molto semplice: gli accordi di libero scambio sono un’opportunità per l’Europa e per un Paese esportatore come l’Italia solo se la competizione globale avviene con le stesse regole del gioco. Se i nostri produttori, in particolare quelli agroalimentari, si confrontano su import ed export con gli stessi standard – etici, ambientali, di sicurezza dei prodotti – allora l’Europa vince sempre. Se invece queste condizioni non sono garantite, nel breve o nel lungo periodo gli accordi diventano dannosi, sia per i produttori sia per i cittadini consumatori».
Questo vale anche per Mercosur e India?
«Assolutamente sì. Vale per il Mercosur, per l’India e per qualsiasi altro accordo futuro. Per questo da tempo insistiamo su tre condizioni fondamentali: una reciprocità reale e non solo dichiarata, controlli alle frontiere seri ed efficaci e l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del prodotto agricolo. Se questi elementi vengono implementati, gli accordi smettono di essere un rischio e diventano una vera opportunità».
Restando sul Mercosur, qual è per voi il principale nodo critico?
«Oggi il punto non è più il singolo accordo. La vera partita è dotarsi di una rete di salvaguard[/RISPOSTA]ia europea fondata proprio su reciprocità, controlli e origine in etichetta. Parliamo di misure che l’Unione può adottare unilateralmente, senza riaprire o rinegoziare alcun trattato. Se la Commissione le introducesse subito, le criticità del Mercosur, come quelle di altri accordi, verrebbero superate alla radice».
Sull’India, invece, il giudizio sembra più prudente. Perché?
«Perché sull’India aspettiamo di leggere le carte definitive. Se venissero confermate le anticipazioni, cioè una tutela specifica per i prodotti agricoli più sensibili e un’apertura mirata alle nostre esportazioni di vino, olio e ortofrutta, allora potremmo trovarci di fronte a un accordo più equilibrato rispetto ad altri. Ma finché non vediamo i testi finali, il nostro giudizio resta sospeso».
Il tema regolamentare, però, resta centrale, soprattutto per i consumatori.
«È così. Non abbiamo lamentele preventive sull’India, ma pretendiamo certezze. La reciprocità[/RISPOSTA] non è uno slogan: significa stesse regole su lavoro, ambiente, sicurezza e uso delle sostanze chimiche. Su questo fronte un’occasione importante è rappresentata dal regolamento discusso nell’ambito del pacchetto Omnibus lunedì 26 gennaio dal Consiglio Ue dell’Agricoltura. Si prevede la possibilità di vietare l’importazione da Paesi terzi di alimenti contenenti sostanze vietate in Europa. Si tratterebbe di un’autonoma regolamentazione comunitaria da adottare il prima possibile per superare a monte le criticità di qualsiasi accordo».
Un punto su cui spesso emergono tensioni anche tra Paesi membri.
«Basti pensare al ruolo di alcune industrie chimiche europee che producono sostanze non utilizzabili in Europa, le esportano e poi i cittadini se le ritrovano nei piatti attraverso le importazioni. Se applicato in modo rigoroso, il regolamento Omnibus può mettere fine a questa contraddizione. La nostra battaglia è renderlo il più stringente possibile».
I controlli alle frontiere spesso sono insufficienti. Qualcuno parla di costi eccessivi.
«Comprendo le obiezioni sull’incremento dei costi, ma va ribaltata la prospettiva. Rafforzare i controlli costa infinitamente meno dei danni che derivano da una concorrenza sleale, dall’evasione fiscale e dagli effetti sulla salute pubblica. Oggi controlliamo appena il 3% delle merci importate, non basta. Investire di più nei controlli significa risparmiare sul sistema sanitario e tutelare i cittadini. Bene la notizia di una task force per rafforzare e armonizzare i controlli. Verificheremo che non si tratti soltanto di un annuncio».
Scali come Rotterdam hanno poche alternative.
«Finché esiste un porto che rappresenta un buco nero, qualsiasi rafforzamento dei controlli applicato solo in Italia sarebbe destinato a fallire. Le navi continueranno ad andare dove i controlli sono minimi. Per questo insistiamo sull’armonizzazione a livello europeo: bisogna chiudere quel buco, non aggirarlo. L’attribuzione all’Italia della sede dell’Autorità Doganale Europea sarebbe un bel segnale in tal senso».
Arriviamo all’ultima grande battaglia di Filiera Italia: l’origine in etichetta.
«Per noi è fondamentale che, almeno per l’agroalimentare, l’indicazione del Paese di origine del prodotto agricolo sia sempre obbligatoria, superando la regola dell’ultima trasformazione sostanziale. È una questione di trasparenza e di tutela del consumatore. Non pretendiamo di estendere subito questo principio a tutti i settori industriali, sappiamo quanto sia complesso».
Perché partire dall’agroalimentare?
«Perché è un settore etico, sensibile e direttamente legato alla salute. Qui il prodotto agricolo fa la differenza in termini di qualità, sicurezza e valore aggiunto. In altri comparti può contare di più la trasformazione, ma nel cibo no. Cominciamo da qui, poi eventualmente si potrà ragionare su altro».
Il tema richiama anche il dibattito sulla globalizzazione.
«Esatto. Se si crede in una globalizzazione senza limiti, si può pensare di produrre ovunque e importare tutto. Ma per settori strategici come l’alimentare o l’energia questo è pericoloso. Lo abbiamo visto con il Covid: delegare completamente la produzione significa esporsi a ricatti geopolitici. L’agroalimentare europeo non è solo un mercato, è una filiera di qualità, sicurezza e identità che va difesa con regole chiare e comuni».
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