Il problema già c’è e diventerà ancora più rilevante, con la progressiva migrazione al cloud dei gruppi bancari europei. Per questo la Banca centrale europea ha deciso di muoversi in anticipo per tutelare il sistema dai potenziali rischi che questo processo comporta. La vigilanza, in particolare, starebbe chiedendo agli istituti di dimensione sistemica di diversificare di più i propri fornitori nei servizi informatici e nel cloud computing, in modo da essere più tutelati in caso di cyberattacchi o tensioni geopolitiche. E, oltre a questo, sta chiedendo agli istituti quali misure di emergenza possono introdurre nel caso in cui il loro fornitore dovesse avere un problema e un loro servizio critico, che magari è stato migrato sul cloud, dovesse improvvisamente interrompersi.
Hacker
In tempi di guerra ibrida – dove si usano anche gli attacchi cibernetici a istituzioni e aziende per colpire un Paese nemico – non è poi così raro che certe eventualità possano concretizzarsi. Se si guarda al 2024, secondo fonti di settore che Moneta ha potuto consultare, nelle più grandi banche europee si sono verificati 153 attacchi cyber e sono 65 gli istituti che contano almeno un incidente. Un numero che negli ultimi anni sta continuando a salire: basti pensare che nel 2023 gli attacchi cyber erano stati 138 e nel 2022 “solo” 78. Quindi si tratta di una tendenza in continua crescita che si intensifica di pari passo con la digitalizzazione e il passaggio dai server locali ai grandi servizi di cloud.

Due big bancari italiani, come Intesa Sanpaolo e Unicredit, hanno accordi in vigore con Google Cloud. La prima, già nel 2020, ha stretto un’intesa con la grande “G” e Tim. Mentre la seconda ha un accordo più recente, nel 2025, di durata decennale, per accelerare la trasformazione digitale del gruppo. Il vantaggio di passare al cloud è essenzialmente una questione di efficienza e di costi: permette di avere una struttura più flessibile e connessa; inoltre appoggiarsi a un fornitore terzo, invece di costruire, ampliare e manutenere server proprietari, costituisce un notevole alleggerimento di costi. Soprattutto se si parla di banche di grandi dimensioni, quindi con tante funzioni e dati da gestire che richiedono infrastrutture importanti. Non è un caso se le più grandi banche del continente europeo, nel 2024, hanno investito circa 2,9 miliardi di euro (16,7% del budget per le tecnologie informatiche) per transitare sul cloud.
Fornitori terzi
Il fatto è che questo comporta anche dei rischi, perché più si è dipendenti da fornitori terzi e più si è esposti. Per quanto non ci sia una situazione di effettivo monopolio, per quanto riguarda il mercato europeo dei servizi cloud esiste una concentrazione di circa il 70% della quota di mercato su tre grandi operatori: Amazon (Aws), Google Cloud e Microsoft Azure. Sono tutti fornitori americani, mentre gli europei arrancano con una quota di mercato marginale (intorno al 15%).
Tensioni commerciali
Per quanto sia una circostanza solo teorica, se le tensioni commerciali tra Europa e Stati Uniti – alle quali si è assistito a luglio 2025, ma anche per la più recente disputa sulla Groenlandia – fossero sfociate da parte della Commissione europea nel ricorso allo strumento anti-coercizione, allora l’elevata esposizione a fornitori americani sarebbe stata un problema. Questo strumento prevede limitazioni a importazioni ed esportazioni, limitazioni su servizi (anche digitali e finanziari), investimenti e appalti pubblici. Difficile immaginare che si potesse arrivare a tanto, però è solo un esempio di come dipendere troppo da alcuni fornitori – di una precisa area geografica – possa esporre i Paesi europei e le loro banche a una situazione di vulnerabilità a livello geopolitico.
Quote di mercato
Questa vicenda si intreccia a doppio filo con il fatto che in Europa non esistono attori nel settore del cloud che possano sfidare, in termini dimensionali, le controparti americane. Esistono le tedesche Sap e Deutsche Telekom, le francesi Ovh Cloud e Orange, l’italiana Tim. Tutte, però, pur vivendo una fase di crescita, hanno quote di mercato non paragonabili a quelle dei super big americani che comandano a livello globale. È anche un riflesso, sostengono fonti europee, della mancanza di un mercato unico dei capitali. Nell’ultimo decennio le differenze di sviluppo più marcate che si sono registrate tra Europa e Stati Uniti riguardano proprio due settori – la finanza e la tecnologia – campi dove la dimensione del mercato, la cosiddetta scala, è fondamentale per prosperare. La possibilità di mettere a sistema il grande risparmio privato europeo, di cui peraltro l’Italia è protagonista, permetterebbe di far convogliare capitali con più facilità sui progetti delle aziende europee, contribuendo a ridurre il gap con quelle americane. Anche per questo è tornato a essere forte il pressing su questo tassello mancante dell’Unione europea, a lungo sostenuto da un ex banchiere centrale come Mario Draghi.
Stress test
In questo delicato momento di transizione, la Banca centrale europea sta premendo sull’acceleratore per condurre stress test specifici sui rischi informatici. L’ultimo, eseguito nel luglio 2024, ha contribuito ad aumentare la consapevolezza delle banche sui punti di forza e di debolezza dei loro quadri di cyber-resilienza. Il test si è concentrato su come le banche avrebbero risposto e si sarebbero riprese da un attacco informatico, piuttosto che su come lo avrebbero evitato: su 109 istituti coinvolti, un campione di 28 banche è stato scelto per sottoporsi a test più approfonditi. A queste ultime è stato chiesto di eseguire un vero test di recupero It e di fornire prove del successo.
Focus
Nelle priorità di supervisione per il triennio 2026-2028, inoltre, il focus della vigilanza sarà incentrato anche sull’adozione dell’intelligenza artificiale. La Bce, in un recente articolo pubblicato sul suo blog, ha dichiarato che si studieranno «le applicazioni di rilevanza prudenziale all’intelligenza artificiale generativa più in generale, valutando il suo impatto sui profili di rischio delle banche e sui loro framework di governance, e interagiremo con le banche su come stanno utilizzando questi nuovi strumenti».
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