Il piano industriale deve ancora essere presentato, ma le discussioni sul futuro di Mediobanca sono già iniziate. L’amministratore delegato della controllante Mps, Luigi Lovaglio, parteciperà ai lavori per redigere la lista del cda e avrà accesso al voto come tutti gli altri consiglieri. Un compromesso, rispetto alla volontà di parte del consiglio di escluderlo del tutto dal processo di nomina a causa dell’indagine giudiziaria inerente al presunto concerto nella scalata a Piazzetta Cuccia. In seguito alla tregua in consiglio d’amministrazione, partirà adesso un confronto che si preannuncia non meno ruvido sul futuro di Mediobanca, che sarà tracciato nella nuova strategia aziendale da presentare prima dell’assemblea per il rinnovo dei vertici del 15 aprile.
Posizioni di partenza
Le posizioni di partenza sono più o meno chiare: da una parte c’è il fronte di Lovaglio, che vorrebbe procedere al delisting di Mediobanca per poi fonderla in Mps, mantenendo tuttavia in vita il marchio per quanto riguarda private banking e banca d’investimenti. Solo così, sostiene il banchiere, è possibile sprigionare pienamente i 700 milioni di euro di sinergie da costi e ricavi prospettate durante l’Opas. Dall’altra, ci sono gli azionisti, in particolare l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, che vogliono mantenere quotata la merchant bank, al limite andando a ripristinare il flottante (ora inferiore al 14%), portando un’importante iniezione di capitale in Mps (alcune analisi indicano che, con una discesa dall’86% al 51%, si potrebbero incassare non meno di 5 miliardi). Al contrario, un delisting richiederebbe un esborso ben superiore a 2 miliardi (considerato che di solito si prevede un premio sul valore del titolo).
Compromesso
La linea emersa nelle ultime ore sarebbe quella di non cercare a tutti i costi lo scontro. Questo potrebbe voler dire arrivare a un compromesso tra le due visioni contrapposte, un input gradito anche alla Bce, che ha invitato i vertici dell’istituto a non ritardare il nuovo piano della banca e a trovare presto un accordo. C’è poi una questione di immagine da preservare agli occhi dei mercati: se fino a ieri l’operazione Mps-Mediobanca è stata ampiamente sostenuta, il protrarsi di una guerra intestina tra soci e management non sarebbe certo un buon viatico per una realtà che di fatto deve ancora vedere la luce. A maggior ragione di fronte a un corpo manageriale che teme, viste le esperienzer passate di Interbanca e Banca Imi, di cadere nell’irrilevanza. Proprio nei giorni scorsi l’ad di Mediobanca, Alessandro Melzi d’Eril, ha cominciato a mettere mano alla nuova squadra. In particolare, Francesco Grosoli (ad di Cmb Monaco) è stato promosso alla guida di Mediobanca Private Banking, mentre Angelo Viganò si concentrerà sui clienti strategici della banca. L’ad di Premier e Compass, Gian Luca Sichel, assorbirà anche il ruolo di direttore generale di Premier una volta in capo a Lorenzo Bassani, che uscirà dal gruppo. Giuseppe Baldelli e Francisco Bachiller, infine, sono confermati a capo del Corporate Invest Banking.
In cerca di accordo
E dunque, su cosa si potrebbe trovare l’eventuale accordo? Un’idea la suggerisce un report degli analisti di Deutsche Bank, i quali, se da una parte osservano che la mancanza di pieno controllo su Mediobanca, con il 14% del capitale in mano alle minoranze, «rappresenta uno scenario subottimale perché lascia parte delle sinergie alle minoranze», tuttavia aggiungono poi gli analisti che «non vediamo come la visibilità sulle sinergie potrebbe ridursi in caso di mancanza di pieno controllo. Perché la combinazione dei business di Mps con Mediobanca è un’aggiunta, senza maggiori licenziamenti, riduzione di ridondanze e chiusura di filiali prospettate; il suo successo, nella nostra visione, è maggiormente correlato all’integrazione di due culture e capacità per espandere il collocamento dei prodotti di Mediobanca ai clienti di Mps e, dall’altra, sfruttare maggiormente il bilancio di Mps per espandere le attività di Mediobanca».
Sinergie
Insomma, l’idea di base è che i 700 milioni di sinergie promessi al mercato (300 milioni da ricavi, 300 da costi e 100 da risparmio sui costi di raccolta) potrebbero essere comunque raggiunti. È chiaro, tuttavia, che senza una fusione il lavoro sulle sinergie dovrebbe essenzialmente puntare sui ricavi e decisamente meno sui costi. In ogni caso Deutsche Bank, pur preferendo l’opzione della fusione, riferisce che anche in questo caso «Mps si troverebbe nelle condizioni di offrire un interessante rendimento del dividendo del 10%, mantenendo al contempo un solido Cet1 ratio (l’indice di solidità patrimoniale, ndr) superiore al 16%, che garantirebbe un’ampia flessibilità strategica per operazioni di M&A (fusioni e acquisizioni, ndr) e per un’ulteriore remunerazione degli azionisti».
Gli osservatori
Molti osservatori si aspettano una nuova ondata di risiko bancario per quest’anno e l’ad Lovaglio ha sempre detto che la nuova Mps si candida a esserne protagonista. Gli esperti della banca di investimenti tedesca, quindi, puntano a una redditività del capitale tangibile del 14%, che è «un livello considerato molto buono per una banca europea». Nelle prossime settimane, dunque, si vedrà se questa potrebbe essere la via preferita. Lovaglio ha la spinta di azionisti importanti come la Delfin guidata da Francesco Milleri e il Tesoro, quindi le quotazioni sono per una sua permanenza ai vertici. Ciò non toglie che, nello scenario di uno scontro più duro con i soci che chiedono un percorso diverso, alla fine il progetto considerato l’operazione simbolo del 2025, finirebbe per minare le basi stesse del sistema bancario nazionale. Di qui l’auspicio del mercato che venga individuata una mediazione di soddisfazione, quantomeno parziale, per tutti.
Generali
In tutto ciò, è fatale immaginare che la questione del futuro di Generali slitti al 2027. L’idea comune è che, prima di mettere mano alla governance del Leone, bisogna concludere il cantiere del nuovo ecosistema aziendale. La guida della prima compagnia assicurativa italiana – che ha in Mediobanca l’azionista di riferimento con il 13,2% – dovrebbe quindi rimanere nelle mani di Philippe Donnet, che secondo alcune fonti potrebbe anche arrivare a concludere il suo mandato nel 2028. Tra i motivi di rinvio del dossier, certo ha un suo peso l’inchiesta della Procura di Milano che coinvolge (oltre al numero uno di Mps) anche azionisti rilevanti – di Mps e di Generali – come Caltagirone e Delfin. L’indagine dei magistrati, che nessuno al momento può prevedere a cosa porterà, di certo ha complicato in maniera significativa i progetti del nuovo gruppo, andando a frenare in modo deciso processi di rinnovamento che sono solo rinviati, ma non dovrebbero comunque cancellare intenzioni che restano chiare.
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