L’occupazione femminile cresce, ma le carriere delle donne continuano a rompersi lungo il percorso. A causa di numerosi ostacoli che rimangono sulla strada. È questo il paradosso che emerge dai dati più recenti: l’Italia non ha più solo un problema di accesso al lavoro per le donne, ma di permanenza, continuità e avanzamento professionale. Il risultato è un sistema che assorbe forza lavoro femminile, ma la perde nei momenti decisivi, disperdendo capitale umano e rallentando la crescita economica.
Il Report “Tra nidi, part-time e vertici: perché la parità sul lavoro è ancora un miraggio?”, curato da Valerio Mancini per la Rome Business School, fotografa una dinamica ormai strutturale: le donne entrano nel mercato del lavoro, ma fanno fatica a rimanerci. E non per volontà propria. Ma per colpa di diversi fattori sociali che le costringono ad abbandonare la propria carriera.
Italia, il divario resta tra i più alti d’Europa
Il tasso di occupazione femminile ha continuato a crescere, con un aumento annuo nel 2024 di quasi un punto percentuale, secondo i dati Istat. Un segnale positivo, che però non basta a colmare il ritardo storico del Paese. Anche perché, guardando più nel dettaglio, la spinta maggiore è arrivata dalle donne over 50, mentre le generazioni più giovani hanno mostrato progressi più contenuti.
Il tasso di occupazione complessivo resta così ben al di sotto della media europea e il divario di genere nel lavoro si attesta al 19,4%, quasi il doppio rispetto alla media UE. Un gap che colloca l’Italia tra i Paesi più arretrati dell’Unione e che si amplifica guardando alla geografia: al Nord lavora quasi due terzi delle donne, nel Mezzogiorno poco più di una su tre. Una frattura che riflette debolezze strutturali, non solo congiunturali.
A pesare è anche l’elevata inattività femminile: circa una donna su tre in età lavorativa non è occupata né cerca un impiego, un dato che segnala barriere persistenti nella partecipazione al mercato del lavoro.
Maternità e lavoro
Il vero spartiacque resta la genitorialità. Dopo la nascita di un figlio, sette dimissioni su dieci riguardano le donne. Nel solo triennio 2022–2024 oltre 180.000 genitori hanno lasciato il lavoro, e circa il 70% erano madri. Il confronto è netto: tra i 25 e i 54 anni lavora oltre il 90% dei padri, contro poco più del 60% delle madri.
Quando l’uscita dal mercato del lavoro non è immediata, la penalizzazione si sposta sulla qualità dell’occupazione. Quasi una donna su tre lavora part-time, spesso non per scelta. Il part-time involontario resta una componente rilevante dell’occupazione femminile e si traduce in minori redditi, minori contributi e minori possibilità di carriera.
Anche le nuove forme di lavoro digitale e on demand, pur offrendo flessibilità, tendono a concentrare rischi e discontinuità proprio sulle donne, con tutele ridotte e percorsi professionali frammentati.
Discriminazioni e clima di lavoro
Ma non solo maternità. A incidere sulla tenuta delle carriere femminili è anche il contesto organizzativo. Le molestie e le discriminazioni sul lavoro rappresentano un costo invisibile ma rilevante per il sistema economico. Circa 2,3 milioni di persone dichiarano di aver subito molestie a sfondo sessuale nel corso della vita lavorativa, in larga maggioranza, ben l’81%, donne (Istat). A queste si aggiungono violenze verbali (56%), mobbing (53%) e abusi di potere (37%), che alimentano stress, problematiche sulla salute mentale, assenteismo, rinuncia a ruoli esposti e, nei casi più gravi, l’uscita definitiva dal mercato del lavoro.
Servizi e incentivi insufficienti
Negli ultimi anni sono stati rafforzati i servizi per la prima infanzia e introdotti incentivi contributivi per le lavoratrici madri. La copertura dei nidi è cresciuta, raggiungendo circa 30 posti ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni nell’anno educativo 2022/2023 (Istat, 2025) ma resta sotto i target europei e fortemente disomogenea: al Sud l’offerta è spesso insufficiente, con forti divari anche nella spesa pubblica per bambino. Ad esempio, in Campania è al 13,2%, Sicilia al 13,9%, Calabria al 15,7%; mentre in diverse regioni del Nord supera il 35%.
Gli incentivi al lavoro femminile sono concentrati soprattutto sul lavoro dipendente stabile, intercettando solo una parte dell’occupazione femminile reale, che è più frammentata e precaria. Il risultato è un impatto positivo, ma limitato e insufficiente, incapace di compensare le fragilità strutturali che continuano a segnare le carriere delle donne nel lungo periodo.
Più donne nei CdA, ma il potere resta maschile
La presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate ha raggiunto livelli storicamente elevati. Nel 2024 le donne hanno raggiunto il 43% delle posizioni nei consigli di amministrazione delle società quotate (Consob, 2025). Cresce anche la quota di società in cui la rappresentanza femminile è almeno pari a quella maschile: il 19% dei CdA nel 2024, rispetto al 15% del 2023. Tuttavia, la rappresentanza formale non si traduce in potere decisionale. Le donne amministratrici delegate restano una minoranza residuale, così come le presidenti. Anche nella dirigenza, la quota femminile si assottiglia man mano che si sale nella gerarchia. solo il 21,1% dei dirigenti e il 32,4% dei quadri è donna (Inps, 2025). La pipeline di carriera continua quindi ad assottigliarsi man mano che si sale nella gerarchia.
Tre priorità da implementare
Dal report emergono tre priorità operative. La prima riguarda la tenuta delle carriere nei passaggi chiave della vita, a partire dalla maternità e dalla gestione dei carichi di cura, attraverso servizi adeguati e una maggiore condivisione delle responsabilità familiari. La seconda è migliorare la qualità del lavoro e contrastare part-time involontario, precarietà e discriminazioni che spingono molte donne a ridimensionare o interrompere i percorsi professionali. La terza priorità è garantire accesso reale ai ruoli decisionali. Solo un’azione integrata su questi fronti può trasformare la crescita dell’occupazione femminile in una leva stabile di sviluppo economico., conclude Mancini. In caso contrario, l’Italia continuerà a fare entrare le donne nel mercato del lavoro per poi lasciarle indietro.
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