Un bracciale in argento di Tiffany a 1.400 euro o un paio di orecchini a cuore in oro rosa a 9 carati di Dodo a 290 euro, un anello Fendi in puro bronzo color oro a 290 euro, fino ad arrivare ai 690 euro richiesti per degli orecchini Gucci in semplice ottone: le quotazioni da capogiro raggiunte dall’oro stanno stravolgendo il mercato della gioielleria e rischiano di mettere in pericolo la sopravvivenza dell’arte orafa. Oggi la classe media non può più permettersi gioielli nel classico oro 18 carati, da sempre utilizzati per le creazioni dei mastri orafi. E anche i brand del lusso sembrano adattarsi a questa nuova corsa al ribasso nella qualità della lega, senza però rinunciare a guadagni robusti. Una tendenza che penalizza l’artigiano, costretto dalle attuali quotazioni ad abbassare la caratura delle proprie creazioni esponendosi al rischio di perdere clientela. Perché se il bracciale Tiffany lo si compra per il nome, non vale lo stesso per il girocollo di bottega.
«Gli artigiani del nostro Paese lavorano per tradizione con l’oro più pregiato, il 750 millesimi (18 carati), nonostante il suo prezzo sia aumentato di oltre il 70% in un solo anno», spiega Steven Tranquilli, direttore generale di Federpreziosi. Se nel Nord Europa il pubblico è già abituato a titoli inferiori, in Italia questa prospettiva incontra ancora molte reticenze. Il consumatore odierno è molto più accorto nella spesa, ma resta fedele all’acquisto se questo è accompagnato da un’esperienza gratificante e capace di soddisfare le proprie esigenze emotive, andando oltre il puro costo del metallo.
Uno degli aspetti più critici riguarda però la percezione del valore reale. Il consumatore italiano possiede una cultura del gioiello profondamente radicata e associa l’oro 18 carati a concetti di prestigio e durata nel tempo. Ma marchi rinomati commercializzano prodotti con carature che, una volta portati in un Compro oro, perdono quasi totalmente il loro valore. Un’indagine condotta da Moneta ha confermato che l’oro a 9 carati viene valutato circa 35 euro al grammo, contro gli 85 euro del 18 carati. Di conseguenza, un paio di orecchini da un grammo pagati 280 euro avrebbero un valore di rivendita di appena 30 euro.
«Non vale neanche la pena venderli», spiega la titolare di un Compro oro di Milano. Questa vendita di prodotti con carature inferiori, se non adeguatamente comunicata, rischia di compromettere la fiducia del cliente. Oltre al valore economico, pesano i limiti tecnici: la minore quantità di oro puro e la prevalenza di altri metalli rendono la lega più dura e difficile da saldare e aumentano i costi di riparazione. L’oro a 375 millesimi – il 9 carati quindi – è più soggetto a ossidazione e perdita di lucentezza e tende a scurirsi nel tempo e a perdere l’intensità cromatica tipica del metallo nobile. Dal punto di vista normativo, l’introduzione di queste leghe in Italia è permessa dal Decreto Legislativo 251/99, a patto che il titolo sia indicato chiaramente. Nella pratica però – denuncia Fedepreziosi – l’obbligo di esporre il titolo in vetrina viene spesso disatteso, creando una confusione che rischia di danneggiare definitivamente il legame tra il gioielliere e il suo pubblico.
«È chiaro che quando si acquista un gioiello lo si fa per celebrare un momento speciale o per fare un regalo importante. Esiste anche una componente di investimento affettivo e materiale: regalare un oggetto d’oro significa donare qualcosa che mantiene un valore nel tempo, un piccolo patrimonio che, in caso di necessità, può essere rivenduto o trasformato» spiega Tranquilli. Oltre al gesto e al momento, conta soprattutto l’effettivo valore e quello è ancora rintracciabile nell’alta gioielleria – come Pomellato, l’oro Tiffany e Van Cleef ad esempio – oppure nelle vetrine dei mastri orafi di bottega. «La materia prima è aumentata parecchio» racconta Daniele Gambale, orafo milanese. La volatilità dell’oro sta aumentando molto rispetto a quella storica, l’ultimo calo di venerdì 30 gennaio infatti è stato tra i più forti dal 2013.
«Per noi artigiani l’impatto è diretto: quando il costo dell’oro sale, inevitabilmente salgono anche i prezzi dei manufatti. Per questo si sta diffondendo sempre più l’uso del 9 carati, che contiene meno oro puro e consente di abbassare un po’ i costi, rendendo i prodotti più accessibili al consumatore finale. I grandi marchi applicano una logica di brand: vendono non solo il metallo, ma soprattutto il nome. Anche l’argento, in questi casi, viene proposto a valori sproporzionati rispetto al mercato». Il rischio concreto è una progressiva scomparsa dell’oreficeria artigianale. «Si sta creando una frattura sempre più netta tra l’altissima gioielleria e la produzione media, che fatica a sopravvivere. L’oro ha raggiunto livelli difficilmente sostenibili, soprattutto per i piccoli artigiani». Anche per le grandi aziende, acquistare grandi quantità di metallo significa immobilizzare capitali enormi: mezzo chilo d’oro oggi rappresenta un investimento molto pesante.
A soffrire è soprattutto la classe media, che storicamente si rivolgeva al piccolo artigiano. «Con stipendi stagnanti e prezzi in aumento, il gioiello diventa un bene sempre meno accessibile. Un semplice braccialetto da battesimo da tre grammi oggi può costare tra i 700 e gli 800 euro: una cifra che molte famiglie fanno fatica a sostenere». Per questo il 9 carati consente di abbassare il prezzo, ma comporta una perdita di qualità. È una lega meno pregiata, più fragile, meno duratura. L’oro a 18 carati, invece, garantisce una maggiore resistenza nel tempo: è un materiale che può durare una vita. Con il 9 carati si tende a realizzare gioielli più sottili per contenere i costi, ma questo riduce ulteriormente la robustezza del pezzo. E anche sul mercato dell’usato il valore crolla: ciò che conta davvero è la quantità di oro puro contenuta. «La sensazione, tra noi piccoli orafi, è che si stia andando verso una lenta estinzione di questa arte millenaria. L’oreficeria, intesa come lavoro manuale, come sapere tecnico e culturale, rischia di scomparire. Forse si cercheranno alternative: altre leghe, altri metalli, dal bronzo in poi. Come sempre nella storia, quando una materia prima diventa inaccessibile, si trovano nuove strade. Ma il rischio è che si perda un patrimonio artigianale costruito in migliaia di anni».
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