Quanti di noi a inizio 2020 guardavano con scettica superiorità le immagini di coloro che si affollavano agli scaffali dei discount, gonfiando i bagagliai con pile di pacchi di farina e carta igienica? In pochi hanno creduto fin da subito che quel virus, partito da Wuhan, potesse morderci con la stessa violenza. Eppure l’onda del Covid era già sul punto di sommergerci. Questo è ciò che l’intelligenza artificiale ci sta facendo: stiamo assistendo alla detonazione – già in atto – di un’epidemia che sopprimerà gran parte degli impieghi, a cominciare da quelli che hanno contribuito a crearla: sviluppatori di software e ingegneri informatici. Lo ha scritto Matt Shumer, ceo di Otherside AI, in un lungo post su X che molto ha allarmato e fatto discutere: un virus sta ammalando il lavoro.
Al World Economic Forum di Davos, la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva ha lanciato l’allarme sui futuri effetti dell’intelligenza artificiale sul lavoro, paragonandone l’impatto a «uno tsunami» destinato a investire il mercato occupazionale. Secondo Georgieva fino al 60% degli impieghi nelle economie avanzate potrebbe essere interessato dalla trasformazione tecnologica, specialmente le posizioni junior.
Secondo una ricerca di Morgan Stanley sui cinque settori che hanno più probabilità di subire l’impatto dell’automazione, l’IA ha portato all’eliminazione dell’11% dei posti di lavoro e di un ulteriore 12% che non è stato rimpiazzato grazie all’efficienza delle macchine. Questo è stato solo parzialmente compensato da un 18% di nuove assunzioni: il saldo è in perdita. Al contempo la produttività delle aziende è aumentata dell’11,5% in tutti i campi. L’incremento infatti è anche il frutto della crescente adozione dei sistemi di automazione nelle aziende. I primi caduti dell’infezione dei chatbot sono quei lavoratori che hanno contribuito alla loro esistenza. «Il motivo per cui così tante persone nel settore stanno lanciando l’allarme in questo momento è perché questo è già successo a noi» spiega Shumer. Questo è motivato da un fatto: il 5 febbraio sono stati lanciati GPT-5.3 Codex di OpenAI e Opus 4.6 di Anthropic.
Ma cosa hanno di sconvolgente questi due nuovi modelli, tanto da aver causato il crollo dei titoli delle aziende di software in Borsa? Sanno scrivere il loro stesso codice di programmazione. «I laboratori di intelligenza artificiale hanno fatto una scelta consapevole. Si sono concentrati innanzitutto sul rendere l’intelligenza artificiale eccellente nella scrittura di codice perché sviluppare l’intelligenza artificiale richiede molto codice. Se l’intelligenza artificiale riesce a scrivere quel codice, può contribuire a costruire la versione successiva di se stessa».
Negli ultimi mesi il settore tech è stato flagellato da licenziamenti su larga scala. Layoffs.fyi, un sito che monitora i tagli di posti di lavoro nel settore tecnologico – citato da Reuters – ha stimato che nel 2025 siano stati licenziati più di 123 mila dipendenti da 269 aziende. Nei primi due mesi del 2026 Amazon ha annunciato il licenziamento di 16 mila persone, di cui la maggior parte nel settore amministrativo. Pinterest ha comunicato il licenziamento di 780 persone, il 15% della sua forza lavoro. Il produttore di software di design Autodesk ha annunciato un taglio del 7% dei posti di lavoro per reindirizzare gli investimenti nell’intelligenza artificiale. A spaventare è anche la velocità dei progressi nel settore. L’organizzazione Metr ha rilevato che la capacità di un chatbot di portare a termine azioni autonomamente sta raddoppiando ogni sette mesi.
Se a fine 2024 l’IA poteva gestire da sola compiti da un’ora, a inizio 2026 i nuovi modelli gestiscono progetti che richiederebbero ore di lavoro ininterrotto a un esperto umano. Al ritmo attuale entro fine 2026 avremo agenti capaci di lavorare autonomamente per intere giornate. «Claude (il chatbot di Anthropic, ndr)è veramente uno strumento sopraffino – racconta a Moneta Matteo, giovane programmatore informatico – l’azienda per cui lavoro lo ha usato e in una decina di ore, con indicazioni specifiche, ha prodotto un’applicazione da zero con migliaia e migliaia di righe di codice. Se lo avesse dovuto fare una persona ci avrebbe impiegato un mese». Matteo ha 32 anni, lavora da cinque anni e questo è il suo primo impiego fisso post laurea.
Eppure tra i lavoratori c’è ancora molto scetticismo sul fatto che tali strumenti possano agire in autonomia: «Le versioni attuali vanno comunque controllate e quelle future forse agiranno davvero da sole, ma bisogna vedere quanto costerà svilupparle e se ci saranno le infrastrutture per farlo». Inoltre durante il Covid le aziende hanno assunto moltissime persone nell’ambito dello sviluppo di software: «Le imprese credevano che chiunque avrebbe convertito tutta la sua vita al digitale e quindi hanno iniziato ad assumere quanti più programmatori possibili. Poi siamo tornati alla vita normale, che non prevede un uso così massiccio».
Il punto però è che, man mano che la classe media si svuota con esuberi e licenziamenti, i cosiddetti colletti bianchi, ovvero coloro che fino a ieri svolgevano lavori cognitivi di livello intermedio, corrono il rischio di doversi cercare occupazioni inferiori quanto a competenze e remunerazioni. Dietro l’angolo c’è l’impoverimento di una grande fascia di popolazione. Quando, per esempio, alcuni lavori tipici degli uffici amministrativi o dei programmatori informatici verranno automatizzati, questi inizieranno a cercare impiego in altri settori. Il movimento eserciterà una pressione al ribasso sui salari e renderà più difficile trovare lavoro in quelle professioni. Si tratta dell’idea sviluppata da Erik Brynjolfsson, professore alla Stanford University. Adesso che il codice di programmazione sta diventando una commodity prodotta dall’IA, il valore della competenza esclusiva del programmatore sta crollando. «Il futuro non è prestabilito. Possiamo scegliere di usare l’IA per espandere le opportunità umane o per rimpicciolirle. Reindirizzando i nostri sforzi, possiamo evitare la Trappola di Turing e creare una prosperità per molti, non solo per pochi», è il monito dello studioso.
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