Atomo, atomo e ancora atomo. E non solo: anche rinnovabili e trivelle. La guerra in Iran ha mostrato ancora una volta che il re è nudo e che il conflitto in Ucraina non ci ha insegnato nulla: quello che hanno fatto finora l’Europa e l’Italia per rendersi energeticamente indipendenti non è abbastanza. Una fotografia impietosa che esce, per esempio, dall’ultimo Med & Italian energy report del centro studi Srm, collegato a Intesa Sanpaolo: l’Ue dipende al 56% dalle importazioni energetiche, mentre gli Stati Uniti sono autosufficienti. La Cina, per quanto dipendente dal petrolio che arriva dall’estero e soprattutto da quello venezuelano e iraniano, si basa su altri Paesi per i suoi approvvigionamenti energetici solo per il 24%. Peggio va per l’Italia, la cui dipendenza arriva al 74%, con un miglioramento di un risibile 1% in un anno. La Germania fa leggermente meglio (66,8%) ma è la Francia l’unica in grado di respirare: la sua dipendenza, grazie al nucleare, si ferma al 40,1%.

Il problema è che il Vecchio Continente ha dato la risposta sbagliata alla crisi scatenata dalla perdita del gas russo: ha ampliato il numero di fornitori, ma non ha ridotto a sufficienza la dipendenza dal metano in sé per sé. E così, quattro anni dopo l’inizio del conflitto fra Mosca e Kiev, si ritrova quasi al punto di partenza, come in un tragico gioco dell’oca. Se possibile, dopo l’invasione dell’Ucraina la situazione da un certo punto di vista è pure peggiorata visto che dal 2022 il Belgio ha chiuso quattro reattori nucleari e la Germania sei, e che la Spagna minaccia di seguire il cattivo esempio e di spegnere sette centrali entro il 2035. Ma ora pare che Bruxelles si sia decisa a darsi una svegliata e a ingranare la retro, tanto che Ursula von der Leyen, la paladina della svolta green, ha ammesso: «Nel 1990 un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, oggi è solo il 15%. La riduzione della quota di energia da atomo è stata una scelta, ma credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni». Parole e a cui seguiranno i fatti: sono in arrivo 200 milioni di investimenti grazie ai fondi raccolti con le quote Ets da destinare a nuove centrali e allo sviluppo dei reattori modulari Smr, più piccoli e meno costosi degli impianti tradizionali, che dovrebbero entrare in funzione nel 2030.
Per l’Italia, questa potrebbe essere l’ultima occasione per tornare al nucleare e salvare produttività e industrie, alle prese con bollette monstre che rendono impossibile combattere ad armi pari con i concorrenti non solo globali ma anche europei. Il governo sta guidando il cambio di rotta: alla Camera è in discussione il ddl Nucleare, con il ministro Gilberto Pichetto Fratin che ha annunciato: «Le ipotesi elaborate prevedono, entro il 2050, una capacità installata tra 8 e 16 GW, con una copertura potenziale della domanda elettrica compresa tra l’11% e il 22%». L’esecutivo inoltre «ha deciso di aderire all’impegno per triplicare la capacità nucleare globale».
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C’è però un nemico già al lavoro per far saltare tutto: i soliti comitati del no che nei giorni scorsi hanno sfilato in commissione alla Camera per opporsi al ritorno del nucleare. Si parla della variegata galassia riunita sotto l’acronimo Nimby, “Not in my backyard“, ovvero “Non nel mio cortile di casa”, che si fa un vanto del dire no a qualsiasi opera con la scusa dell’ambiente. Un fenomeno che è in grado di impastoiare ogni tentativo di innovazione: proteste, cortei, cause a ripetizione paralizzano i cantieri e fanno scappare gli investitori, con un aumento dei costi che secondo alcuni studi arriva anche al 23%. Senza contare sabotaggi e veri e propri atti terroristici contro le infrastrutture.
Una furia che investe tanto l’atomo quanto le rinnovabili: non si contano i comitati contro il geotermico, le pale eoliche, i pannelli solari. Un mare di veti incrociati che ha finito per far rallentare le nuove installazioni che nei primi dieci mesi del 2025 sono calate del 27% rispetto allo stesso periodo del 2024. Siamo in ritardo rispetto alla tabella di marcia al 2030 e serve uno scatto di reni: le rinnovabili non possono fornire tutta l’energia di cui abbiamo bisogno, ma contribuiscono a ridurre la nostra dipendenza dall’estero. Il nuovo decreto Aree idonee, approvato a fine 2025, potrebbe essere la chiave per tagliare le gambe a chi si mette di traverso ai nuovi impianti per partito preso o ragioni ideologiche.
Ci sono poi altri due pilastri per garantire l’indipendenza energetica. Il primo riguarda la riattivazione delle centrali a carbone in caso di emergenza. In Italia ce ne sono quattro tenute in stand-by, che secondo il Pniec andrebbero spente in modo definitivo. Un altro errore strategico fatto per pagare pegno alle nevrosi green che però il governo sta cercando di correggere: meglio poterle usare come airbag per attutire gli shock esterni. C’è poi il capitolo trivelle: la Penisola custodisce giacimenti di idrocarburi in Basilicata, Lombardia, Emilia-Romagna, Puglia, Campania, Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia. Nell’autunno 2025, il Mase ha dato il via libera a 34 licenze di esplorazione congelate nel 2022: disponibili riserve di petrolio stimate in oltre 570 milioni di barili (circa 80-90 milioni di tonnellate) e riserve di gas naturale superiori a 50-60 miliardi di Sm³, in grado di soddisfare circa il 7-8% del fabbisogno nazionale. Un tesoretto che potrebbe contribuire a stabilizzare il mercato in attesa dell’entrata in funzione di nuove centrali nucleari.
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