Beretta Holding ha deciso di alzare il livello dello scontro con Sturm, Ruger & Company, avviando un’offerta pubblica di acquisto parziale che potrebbe portare la sua partecipazione complessiva fino al 30% del capitale.
Il gruppo italiano guidato da Pietro Gussalli Beretta – presidente e Ad di Beretta Holding -con sede in Lussemburgo e già titolare del 9,95%, ha inviato una lettera al consiglio di amministrazione della società statunitense annunciando l’intenzione di acquistare fino a un ulteriore 20,05% delle azioni in circolazione. Il prezzo proposto è di 44,80 dollari per azione in contanti, con un premio di circa il 20% rispetto alla media degli ultimi 60 giorni. La mossa ha avuto un impatto immediato sul mercato: il titolo Ruger è salito di circa il 5%, dopo aver chiuso la seduta precedente a 40,74 dollari.
L’operazione, tuttavia, è subordinata a una condizione chiave: Beretta ha chiesto al board di Ruger di disattivare la cosiddetta “poison pill”, il meccanismo difensivo introdotto nell’ottobre 2025 per ostacolare scalate ostili. Senza questa esenzione, da concedere entro il 31 marzo 2026, l’offerta non procederà.
Nel messaggio indirizzato agli amministratori, l’amministratore delegato Robert Eckert ha chiarito la posizione del gruppo: l’obiettivo non è il controllo della società americana, bensì l’avvio di una collaborazione strategica. Beretta si presenta infatti più come partner industriale che come concorrente diretto, evidenziando una presenza negli Stati Uniti concentrata soprattutto su fucili da caccia, munizioni e ottiche, con circa 700 dipendenti distribuiti in nove entità.
L’offerta arriva al termine di negoziati definiti infruttuosi tra le due società, in particolare su governance e remunerazioni. Secondo Beretta, il dialogo si sarebbe interrotto il 16 marzo, spingendo il gruppo a procedere unilateralmente. In precedenza, la holding italiana aveva anche presentato una propria lista di candidati per il consiglio di amministrazione. Pur puntando a una quota significativa, Beretta sottolinea che una partecipazione del 30% non comporterebbe il controllo della società né un potere di veto sulle decisioni strategiche.
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