»La nostra vocazione? Guardare all’estero. Investire in tutto il mondo. Essere internazionali. E guidare lo sviluppo. Uno dei nostri punti di forza sui mercati globali: i finanziamenti per le infrastrutture». Parla Mauro Micillo, 56 anni, chief of Imi Corporate & Investment Banking Division – Intesa Sanpaolo, un banchiere tra i più interessanti della sua generazione.
Dottor Micillo, perché tanto interesse per gli Stati Uniti da parte della divisione di Intesa Sanpaolo che lei guida?
«Quando si è protagonisti dei principali finanziamenti dedicati alle infrastrutture energetiche negli Stati Uniti, non si può non avere grande interesse per quel Paese. Peraltro, proprio ieri abbiamo concluso una nuova operazione, finalizzata alla realizzazione di sistemi di accumulo di energia in Nevada».
Una strategia ben definita quindi…
«Assolutamente. Le infrastrutture per noi sono un progetto, come dicevo, globale. Di spinta alla modernità. Per cui non le finanziamo solo negli Stati Uniti, ma anche in Italia, in Europa, nel Regno Unito, in Asia fino all’Australia».
Sembra però di capire che per voi gli Stati Uniti hanno un peso maggiore. È così?
«Nel Paese abbiamo già realizzato molte operazioni dedicate alle infrastrutture e per infrastrutture intendo sia quelle tradizionali, come i trasporti, sia quelle “di generazione più recente” come i datacenter. Per esempio, nel campo dei trasporti la nostra banca ha guidato la realizzazione della più grande infrastruttura aeroportuale degli Stati Uniti, il terminal Uno dell’aeroporto Jfk di New York».
Quindi la vostra è una scelta strategica, mirata.
«Sì. Il progetto è chiaro: finanziare le infrastrutture sostenibili negli Stati Uniti a livello globale».
Nella vostra attività di sostegno finanziario, la parola sostenibile è importante?
«Sì. La sostenibilità è uno dei valori a cui il nostro amministratore delegato, Carlo Messina, presta particolare attenzione. Sul tema a volte gli Stati Uniti sono stati discontinui. Noi abbiamo fatto una scelta precisa, restando fedeli al nostro schema, favorendo un approccio pragmatico, più europeo, e molto fermo: finanziamo anche la sicurezza oltre alla sostenibilità delle infrastrutture».
Mi fa un esempio di iniziative che non finanziate?
«Non abbiamo mai finanziato il fracking, cioè l’estrazione del gas e del petrolio attraverso la tecnica della frattura delle rocce; un metodo evidentemente poco sostenibile e altamente pericoloso».
Che tipo di mercato è quello degli Stati Uniti?
«È un mercato molto interessante, il capitale privato insieme con quello pubblico coesistono, lavorano bene insieme, creando le condizioni per sviluppare sinergie. Le banche investono, gli Stati emettono obbligazioni a lunghissimo termine, gli investitori privati entrano nelle operazioni e nei progetti rilevando le obbligazioni».
Un sistema rodato che in molti casi funziona molto bene.
«Sì, la partecipazione delle amministrazioni pubbliche consente di mitigare il rischio».
Nello scenario di grande volatilità nel quale viviamo, come cambia il ruolo di una banca nel sostenere investimenti di lungo periodo come quelli infrastrutturali? Non c’è un tema di rischio che va considerato con maggiore attenzione?
«Le infrastrutture sono la componente meno volatile dell’economia. Ovviamente bisogna analizzare uno scenario geopolitico assai più complicato, come quello di oggi segnato da guerre, andamento altalenante dei costi e grandi tensioni. Ma le infrastrutture sono legate saldamente all’economia reale e per le banche sono asset concreti. La stabilità che caratterizza il settore deriva, in particolare, dal fatto che le operazioni di finanziamento che studiamo e mettiamo a terra riguardano progetti tangibili che hanno un forte impatto sull’economia del territorio dove vengono realizzati».
Cooperazione tra capitale pubblico e privato: in Europa sembra più complicato. Come si rende efficace e sostenibile?
«Vado dritto al punto: semplificazione e schemi anglosassoni. Non è un delitto importare i modelli vincenti. Il capitale pubblico europeo potrebbe, e dovrebbe, funzionare come quell’elemento di mitigazione del rischio a cui prima facevo riferimento. E in questo modo attrarre capitale privato, avviando in tal modo un circolo virtuoso».
Facciamo qualche confronto. Quanto è paragonabile il mercato europeo delle infrastrutture con quello americano?
«Non è né grande né profondo come quello americano. E tuttavia, se decidessimo, tutti insieme – politica e operatori – che le infrastrutture sono investimenti di interesse comune per la competitività, a livello europeo, potremmo ottenere grandi risultati».
E quale sarebbe il vantaggio di una soluzione europea unita di fronte alle sfide economiche globali?
«Reagire in maniera compatta come Europa non può che essere un bene. Se fossimo gli Stati Uniti d’Europa avremmo addirittura un eccesso di risparmio che se ben veicolato sarebbe in grado, insieme al capitale pubblico e al moltiplicatore bancario, di rendere l’Europa un luogo di investimenti mai visti prima».
Per fare tutto ciò c’è bisogno di molte competenze, soprattutto tra gli operatori bancari…
«Sì. E in Intesa Sanpaolo queste sono particolarmente forti, anche perché figlie della nostra storia. Solo per farle un esempio, agli ingegneri dell’Imi (Istituto Mobiliare Italiano) fu affidata nel dopoguerra la gestione del Piano Marshall. Però competenze e opportunità vanno fatte fruttare. Sono talenti. E i talenti devi muoverli, non seppellirli sottoterra».
Lei è entusiasta del suo lavoro, le è capitato di emozionarsi quando ne ha visto i risultati?
«Per me questo lavoro è passione e quando vedo realizzarsi concretamente un’operazione a cui abbiamo partecipato, la soddisfazione è grande. Io sono a capo di questa divisione da dieci anni. Ho preso l’eredità di Gaetano Miccichè. Un grande banchiere con il quale ho ancora il piacere di lavorare. Oggi siamo arrivati ad avere più del 50 per cento delle nostre attività con clienti non italiani. Clienti internazionali. La nostra natura sta diventando sempre più internazionale pur restando orgogliosamente italiani; sul mercato nazionale continueremo a svolgere il nostro ruolo di leader. È importante per il nostro Paese che ci sia una banca fortemente italiana con una dimensione internazionale. Non si può che essere entusiasti e ottimisti».
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