L’Ungheria si prepara a voltare pagina. Le elezioni di ieri hanno messo fine all’era di Viktor Orban durata 16 anni e consacrato il trionfo di Péter Magyar. Il suo partito si è infatti aggiudicato 138 seggi, superando in Parlamento la maggioranza dei due terzi. Il partito Fidesz del premier uscente Orbán è fermo a 55 seggi.
“L’Ungheria ha scelto l’Europa“, ha commentato sui social la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, mostrando la speranza di un corso tutto nuovo anche nelle relazioni tra Bruxelles e Budapest. Ma cosa implica davvero la vittoria di Magyar?
I risvolti per l’Europa
“Le elezioni in Ungheria hanno un’importanza limitata per le prospettive di crescita a breve termine dell’Europa, ma sono ben più determinanti per la sua capacità di azione”, afferma a caldo Apolline Menut, economista di Carmignac. La questione ora non è più se l’Ungheria possa smettere di essere un ostacolo all’interno dell’Ue, bensì con quale rapidità questo cambiamento politico potrà tradursi in un mutamento delle politiche.
Magyar, dopo questa vittoria inaspettatamente ampia, ha già ribadito che il suo governo sarà filoeuropeo, porrà fine ai veti sistematici dell’Ungheria al sostegno all’Ucraina, rafforzerà la postura deterrente dell’Ue nei confronti della Russia e contribuirà ad allentare le tensioni su bilancio europeo, politica energetica e allargamento. “Sebbene Orbán non fosse l’unica fonte di ostruzionismo, la sua uscita di scena elimina uno degli ostacoli più persistenti alla coesione europea”, sostiene l’economista.
Se, nel complesso, le elezioni ungheresi sono sostanzialmente irrilevanti per la crescita aggregata dell’Ue, lo stesso non si può dire per l’Ungheria, secondo l’economista di Carmignac: “Il Paese affronta questa fase di transizione con prospettive di crescita deboli, margini fiscali limitati e anni di allocazione inefficiente delle risorse economiche”. Secondo lui, un’ampia maggioranza per Tisza migliora in modo significativo lo scenario attraverso tre canali:
– una riduzione dei premi per il rischio qualora la politica fiscale recuperi credibilità;
– un contesto domestico più competitivo, con minori rendite oligopolistiche e una più efficiente allocazione del capitale;
– nonché un possibile rapido sblocco di ingenti fondi Ue congelati per questioni legate allo stato di diritto, con una scadenza a fine agosto verosimilmente rispettata.
“In altri termini, l’impatto macroeconomico potrebbe essere limitato a livello europeo, ma potenzialmente rilevante su scala nazionale”, conclude. Certo è che la larga super maggioranza di Tisza rappresenta un vero punto di svolta per il Paese.
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