Il conflitto in Medio Oriente, entrato ormai al suo 44esimo giorno, continua a dominare la scena e il petrolio rimane l’indicatore chiave per i mercati finanziari, che reagiscono con movimenti alterni. Anche gli investitori italiani hanno reagito agli sviluppi in Medio Oriente, ma senza alcuna fuga dalle azioni, l’asset tradizionalmente più rischioso. Secondo la ricerca condotta da Degiro, piattaforma di trading online che ha analizzato le scelte di oltre 135mila investitori italiani nell’ultimo mese, si scopre che alcuni investitori hanno colto l’occasione per rivedere la propria posizione, puntando su alcuni specifici titoli, in particolare nel settore petrolifero ed energetico, e alleggerendosi di altri.
Come cambiano i portafogli e cosa ci dicono
La situazione di incertezza legata alla guerra in Iran ha spinto ad aumentare la liquidità sul patrimonio, indicando una minore propensione al rischio, ma in maniera minima: dal 7,2% al 7,9%. In ogni caso, non si sono registrati segnali di una vendita massiccia di titoli azionari. La quota delle azioni sul totale del patrimonio dei clienti è diminuita solo marginalmente, dal 35,1% al 34,6%, mentre l’allocazione in Etf è addirittura aumentata dal 58,7% al 59,2%.
“Marzo non è stato un mese per i deboli di cuore sui mercati azionari e a emergere è come gli investitori italiani abbiano mantenuto una relativa calma nonostante le turbolenze. – ha commentato Federico Garavaglia, country head Italy di Degiro – Sebbene si sia registrato un calo degli asset investiti, tali diminuzioni sono di natura più tecnica e derivano dal ribasso dei livelli di mercato. Nel complesso, si può affermare che, sebbene la guerra in Iran non abbia lasciato del tutto indenni i portafogli italiani, la stragrande maggioranza degli investitori ha mantenuto la propria posizione”.
I titoli più comprati e venduti nell’ultimo mese
Guardando da vicino il comparto azionario, i titoli tecnologici rimangono i preferiti per gli investitori italiani, con una ponderazione settoriale del 32,8%. Ma alcuni titoli iniziano a essere venduti, almeno in quest’ultimo mese. Come si vede dalla tabella sottostante, alcuni big tech come Tesla, Meta e Asml hanno registrato cali percentuali a doppia cifra negli asset investiti. La vendita, seppur in misura minore, ha riguardato però anche Nvidia, la regina indiscussa dei chip per l’intelligenza artificiale, e così anche Alphabet, casa madre di Google.

Nel frattempo, altri titoli, soprattutto nel comparto petrolifero ed energetico, sono stati acquistati in maniera massiccia, una tendenza che non sorprende vista la forte impennata dei prezzi delle materie prime energetiche. Il patrimonio investito in questo segmento è aumentato del 12% su base mensile. Tra i titoli con le migliori performance figura Eni, che ha registrato un rialzo del 23%. Anche se il titolo italiano con il ranking più alto è Intesa Sanpaolo, al decimo posto.
Si è registrato un maggior interesse da parte degli investitori anche per il fornitore di soluzioni di pagamento Nexi e per Telecom Italia, su cui i volumi investiti sono aumentati rispettivamente del 20% e del 29% nel giro di un mese.
Le società minerarie sono state invece le più penalizzate. In particolare, il settore dei materiali di base – che comprende, tra l’altro, i produttori di metalli industriali e preziosi – ha registrato cali significativi a marzo. Il volume degli investimenti in questo segmento è sceso del 21% rispetto al mese precedente. Tra i più penalizzati in termini di asset investiti durante il periodo di riferimento figurano società minerarie quali Collective Mining (−21%) e Kinross Gold (−20%).
Secondo Garavaglia, il Medio Oriente rischia di rimanere una fonte di instabilità nonostante il cessate il fuoco di 14 giorni recentemente annunciato. Un calo sostenuto dei prezzi dell’energia non è quindi affatto certo.
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