Nel confronto promosso da Confindustria su “accelerare la crescita, fisco e finanza leve di sviluppo”, il punto di partenza è netto e politico prima ancora che tecnico. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini inquadra il momento come una finestra temporale decisiva: “Il vero tema è come affrontiamo questi mesi: siamo consapevoli che siamo a fine legislatura, in 500 giorni si possono fare tante cose”, avverte, sottolineando come “nei 500 da qui al voto tante cose si possono fare”.
L’orizzonte, però, non è quello della campagna elettorale. Anzi, Orsini ne rovescia la logica: “La crescita è fondamentale”, ribadisce, perché “ci dobbiamo accingere a una legge di bilancio, dobbiamo cominciare a lavorare a quello, non pensare solo ovviamente alla campagna elettorale, perché la campagna elettorale, è ovvio, in un momento come questo non serve al Paese”. La priorità, insiste, è “che comunque le cose si facciano”.
Il lessico è quello della competitività industriale, ma anche della frustrazione per vincoli strutturali: le imprese, dice, potrebbero fare di più “senza sassi nello zaino”, chiedendo che “ci vengano tolti i sassi dallo zaino”. Quei “sassi” hanno nomi precisi: “la burocrazia, l’energia, il fatto che non ci sia una visione a lungo termine delle misure”.
Non è solo una denuncia, ma una piattaforma politica: “Abbiamo chiesto di lavorare”, ricorda Orsini, richiamando l’assemblea annuale degli industriali, dove le parole chiave erano “fiducia, coraggio, responsabilità”. Su alcuni capitoli, insiste, “non si possa più derogare, per nessun colore politico”. E tra questi capitoli c’è innanzitutto l’energia, con un riferimento esplicito ai differenziali di costo rispetto ai principali competitor europei: “Se non sistemiamo quella partita, credo che l’Italia farà fatica a essere competitiva”.
Nel perimetro fiscale, il confronto si concentra sull’Ires premiale. Orsini ne riconosce l’impostazione ma ne denuncia i limiti operativi: “Ci vogliono più soldi per farla funzionare meglio. Quella coperta è corta”, osserva, aggiungendo che “hanno messo così tante chiusure che quella misura non funziona, e allora sarebbe stato meglio lasciare l’Ace che era più veloce”. Il principio, però, resta condiviso: “premiare chi investe, premiare chi lascia i soldi nella propria azienda invece di distribuire dividendi”, anche se “se la coperta è corta la risposta è: allarghiamo la coperta”.
Un ulteriore fronte, ancora più strutturale, riguarda gli Ets, su cui Orsini auspica un intervento in legge di bilancio per liberare risorse oggi considerate sottoutilizzate: “Spero che nella prossima legge di bilancio ci siano quei 4 miliardi di cui oggi noi ne possiamo utilizzare solo 600 milioni”.
Crescita infrastruttura del sistema economico
A fare da cornice teorica all’intervento degli industriali è il vicepresidente di Confindustria Angelo Camilli, che imposta il ragionamento in termini quasi sistemici. “C’è una parola che deve guidare ogni scelta di politica economica: crescita”, afferma, precisando che non si tratta di un obiettivo episodico ma di una “crescita stabile, duratura e capace di rafforzare la competitività dell’Italia”.
Da qui la richiesta di “un mix coordinato di strumenti fiscali, finanziari e regolatori che agisca con continuità nel tempo”, evitando interventi emergenziali. Il nodo è la prevedibilità: “una programmazione almeno triennale degli strumenti che hanno dimostrato di funzionare”, mentre l’attuale assetto normativo viene giudicato eccessivamente instabile, tra “incentivi che cambiano continuamente” e “procedure sempre più complesse”.
Il punto centrale della proposta di Angelo Camilli riguarda infatti la struttura stessa del capitale delle imprese. “La sua abrogazione ha lasciato un vuoto che non è stato colmato”, osserva riferendosi all’Ace, sottolineando come l’Ires premiale, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto sostituirne la logica, ma “non ha prodotto effetti sufficienti per limiti applicativi, risorse e durata”. Da qui la richiesta di “riaprire un confronto su una nuova misura strutturale che riprenda quello schema, incentivando la patrimonializzazione”. Il messaggio è diretto: “Non possiamo più rimandare”.
Accanto al tema del capitale proprio, c’è quello del risparmio privato, considerato una risorsa ancora largamente inutilizzata. Camilli insiste sul paradosso italiano: “L’Italia è un Paese ricco di risparmio ma ancora povero di strumenti capaci di trasformarlo in investimenti produttivi”. La cifra è quella di una massa enorme di liquidità inattiva, con “circa 1.500 miliardi che restano fermi su conti correnti e depositi”, in un sistema che fatica a canalizzarli verso l’economia reale.
Leo: la “coperta corta” e i vincoli di bilancio
Sul versante del governo, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo accoglie il confronto ma lo riporta immediatamente dentro il perimetro dei vincoli fiscali. Il nodo, dice, è sempre lo stesso: “C’è la necessità di trovare delle risorse. Ma questo è un tema che sicuramente può avere attenzione”, ma resta il fatto che “la famosa coperta” è limitata.
Leo richiama anche il quadro europeo, ancora in evoluzione: “Non abbiamo neanche chiuso la vicenda 2025, perché attendiamo l’esito finale tra settembre e ottobre”. In questo contesto, la linea è di equilibrio tra richieste industriali e sostenibilità dei conti pubblici: “Tante cose riusciamo a farle. È chiaro che tutto non si può fare, ce la mettiamo tutta”.
Il messaggio politico è pragmatico: il dialogo con le imprese è “molto positivo”, ma i risultati dipendono da margini fiscali reali, non solo dalle intenzioni.
Freni: investimenti guidati dal profitto
Ancora più netto è il sottosegretario all’Economia Federico Freni, che interviene per spostare l’asse del dibattito dalla leva fiscale alla logica di mercato. La sua impostazione è esplicita: “L’incentivo fiscale non può essere il motore dell’investimento”, perché “l’investimento si muove per il rendimento e per il profitto, non per l’incentivo fiscale”.
Gli incentivi, semmai, sono accessori e subordinati alla capacità del sistema di essere attrattivo. Per Freni, il punto non è moltiplicare le agevolazioni, ma creare un contesto in cui investire sia conveniente in sé: “Bisogna avere un luogo attrattivo dove poter investire e dove poter dire: sto facendo profitto”. In questa logica, anche il capitale internazionale entra solo se trova condizioni chiare e stabili, non se viene “convinto” da misure episodiche.
Il passaggio più politico riguarda la cultura finanziaria del Paese: serve “lo sviluppo di una cultura dell’equity”, perché il problema non è solo normativo ma anche culturale, con una diffusa “paura dell’equity” nelle imprese italiane. Freni critica, inoltre, la frammentazione e l’instabilità degli strumenti esistenti, citando l’esperienza dei Pir come esempio di intervento nato con buone intenzioni ma reso inefficace da continui aggiustamenti: “Uno strumento che funziona può essere guastato da un legislatore che non lo ha capito e non lo conosce”.
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