Una super batteria al profumo di zolfo capace di accumulare energia per giorni, così da risolvere il problema di discontinuità delle rinnovabili. A svilupparla è una giovane startup tutta italiana, nata appena quattro anni fa nei banchi universitari del Politecnico di Milano ma che punta già ai mercati internazionali. Un percorso che, se i piani verranno rispettati, potrebbe persino culminare con una quotazione a Wall Street nel giro di cinque-sette anni. Il suo nome è Sinergy Flow.
L’idea di allungare la vita alle batterie impiegando “carburanti” insoliti è venuta ad Alessandra Accogli, ingegnere dei materiali e oggi alla guida della società, nel corso di un progetto di ricerca – «l’idea è nata durante il mio dottorato», racconta. La tecnologia proprietaria, protetta da brevetti internazionali in oltre trenta paesi, è basata su batterie a celle di flusso per l’accumulo di energia. In pratica, se oggi gran parte dei sistemi di accumulo agli ioni di litio riesce a garantire dalle due alle quattro ore di autonomia, Synergy Flow ha alzato l’asticella, portando questo limite tra le otto e le ventiquattro ore continuative, una soglia considerata strategica per accompagnare la crescita delle rinnovabili e stabilizzare la rete elettrica. È un’esigenza destinata a crescere nei prossimi anni e che rende questo mercato uno dei più promettenti dell’intera transizione. La sua tecnologia, in realtà, ha già dimostrato prestazioni ben superiori. «Abbiamo effettuato test fino a 50-100 ore di accumulo – spiega Accogli a Moneta – ma quel mercato diventerà realmente maturo soltanto dopo il 2035». Per ora, quindi, il focus rimane sul segmento della giornata intera.
Ma l’innovazione non si esaurisce nella sola durata. Anziché ricorrere a materiali critici, le sue batterie utilizzano sottoprodotti a base di zolfo, ovvero residui dell’industria petrolchimica che oggi faticano a trovare una seconda vita. Una soluzione che permette di adottare un modello di economia circolare che valorizza risorse già disponibili, diminuendo la dipendenza dalle filiere internazionali delle materie prime critiche, ma anche di abbattere sensibilmente i costi, grazie a una materia prima che costa circa 50 euro a tonnellata, contro qualche centinaia di euro richieste da molti materiali impiegati nelle tecnologie tradizionali.
C’è poi un altro aspetto che può fare la differenza. Al contrario delle batterie agli ioni di litio, la tecnologia sviluppata da Synergy Flow non presenta rischio di infiammabilità, rendendola sicura e quindi più adatta soprattutto nelle installazioni di grandi dimensioni, come quelle dedicate ai data center, dove la sicurezza rappresenta uno dei criteri fondamentali nella scelta delle tecnologie di accumulo.
La crescita dell’azienda è stata rapida, grazie anche al supporto di Intesa Sanpaolo Assicurazioni attraverso il programma “In Action Esg Climate” e ad alcune iniezioni di capitale. Dopo un primo round di finanziamento da 1,8 milioni di euro, Synergy Flow ha recentemente raccolto altri 7 milioni. Le nuove risorse serviranno a completare la validazione commerciale della tecnologia e ad avviare la fase industriale. Questo primo prodotto, progettato secondo una logica modulare, sarà in grado di fornire oltre 100 kW di potenza con una capacità di accumulo compresa tra otto e 24 ore. Anche il capitale umano cresce con la stessa velocità. Il team conta già una ventina di professionisti e dovrebbe raggiungere le 30-35 persone entro la fine dell’anno.
Le ambizioni, però, non si fermano qui. Tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028 è previsto un nuovo aumento di capitale per sostenere ulteriormente la crescita e l’espansione. L’Italia rappresenterà il primo mercato di riferimento, ma il radar è già puntato all’Europa e agli Stati Uniti. «L’obiettivo è diventare uno dei leader di questo mercato», afferma Accogli. Un percorso che potrebbe culminare anche con l’approdo in Borsa. «L’ipotesi di una quotazione non è esclusa. Se continueremo a crescere secondo il piano industriale, Wall Street potrebbe essere un traguardo realistico tra cinque e sette anni». Se tutto fila liscio, insomma, il “made in Rho” potrebbe sbarcare sul listino tecnologico più importante del mondo. Wall Street è avvisata.
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