Quasi otto imprese su dieci – il 79% – temono un’interruzione della crescita e degli investimenti con la fine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in assenza di nuove misure di sostegno. È il dato principale che emerge dallo studio “L’eredità del Pnrr: impatti e prospettive per i settori Anie”, elaborato da Teha Group e Anie Confindustria e presentato a Milano all’Assemblea pubblica 2026 della Federazione, intitolata “Quale crescita dopo il Pnrr?”. Il Pnrr, sostenuto da circa 194 miliardi di euro del Next Generation Eu ha evitato che il nostro Paese entrasse in recessione nel 2024. Adesso che l’Italia ha raggiunto l’85% dei fondi stanziati con la nona rata erogata a giugno e che sono stati completati i 156 obiettivi previsti per l’ottenimento della decima e ultima rata è ora di domandarsi cosa accadrà dopo che i finanziamenti si saranno esauriti.
Allarme calo del Pil
“Il vero tema è quello che succederà dopo il Pnrr, cosa fare dopo, perché la nostra paura è che, spesi questi 30 miliardi, possa esserci un calo del Pil nel 2027” ha spiegato il presidente di Confindustria Emanuele Orsini in video collegamento. “Quindi già stiamo cominciando a dire di poter mettere a segno una proposta che faremo in 10 punti, visto che siamo ormai in campagna elettorale – ha aggiunto – . Quello che noi stiamo dicendo è di cercare di fare in modo che ci possa essere un nuovo piano di rilancio in Italia, e abbiamo anche spiegato come, perché io credo che sia importante in questo momento continuare con gli investimenti soprattutto sulle infrastrutture, sulla crescita, sulla scuola”. “Noi sappiamo che ci sono oltre 1500 miliardi delle famiglie che non sono investiti e oltre 240 miliardi di fondi pensione e che in questo momento il 70% vanno fuori dall’Europa come investimenti – ha proseguito Orsini -. Quindi dobbiamo cercare di essere attrattivi e invece di non essere investiti questi fondi bisogna pensare di fare un grande progetto, con cui per i prossimi tre anni possiamo rigarantire come una continuità del Pnrr”.
L’impatto si è concentrato soprattutto sulle filiere Anie (Energia, Building, Industria e Infrastrutture): pur rappresentando il 22% dei progetti finanziati, queste hanno assorbito il 63% del valore economico complessivo (ripartito per il 49% in infrastrutture e trasporti, 33% nell’edilizia, 10% nell’energia e 8% nell’industria). Le quattro filiere muovono 930 miliardi di euro di fatturato diretto (che arrivano a 895 miliardi di contributo complessivo considerando l’indotto, pari ad oltre il 44% del Pil) e sostengono 12,1 milioni di occupati.
Durante l’attuazione del Piano, il valore aggiunto di questi comparti è cresciuto a un ritmo medio annuo del 10%, rispetto al 2,9% del resto dell’economia. Nel 2025 il fatturato Anie ha superato i 118 miliardi di euro, per poi registrare un +9% nel primo semestre del 2026 (contro il +3% del manifatturiero), grazie anche all’export verso Nord America, Medio Oriente e Nord Africa (+10%).
Nonostante le ricadute operative – l‘80% delle imprese Anie ha partecipato a gare del Pnrr e per il 54% le commesse hanno generato oltre il 10% del fatturato 2024-2025 – la preoccupazione per il futuro rimane alta. Tra quel 20% di aziende che ha ottenuto direttamente i fondi, il 74% ha incrementato gli investimenti e il 69% si è concentrato su efficienza energetica e sostenibilità.
“Il Pnrr ha rappresentato una stagione straordinaria di investimenti e ha accelerato processi che non possono fermarsi con la conclusione del Piano. L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato che, quando la domanda viene accompagnata da una prospettiva chiara e da condizioni favorevoli, il sistema industriale è in grado di reagire e crescere. Ora dobbiamo proseguire su questa strada, evitando che venga meno la domanda generata dagli interventi del Piano”, ha dichiarato Vincenzo de Martino, presidente di Federazione Anie.
Settori
Tra le principali eredità infrastrutturali del Pnrr si registrano un incremento del 32% per la fibra ottica, un +66% nel risparmio di energia primaria e un +25% della rete ad alta velocità. Permangono tuttavia i ritardi strutturali del Paese: dal 1995 la produttività italiana è cresciuta solo del 6% (a fronte del +39% della media Ue27), mentre l’accesso alle competenze digitali tra gli adulti si ferma al 54% e i laureati Stem coprono il 6% della forza lavoro (contro l’11% europeo).
Per il post-2026, la metà delle imprese indica come prioritaria la transizione energetica, il 48% richiede il potenziamento delle infrastrutture tecnologiche e il 38% la semplificazione normativa. Le principali criticità riscontrate nella gestione del Piano riguardano l’eccesso di burocrazia (52%), la carenza di personale (32%) e la lentezza delle autorizzazioni (31%). Per il futuro, il 60% degli associati chiede una programmazione pluriennale, mentre il 78% delle risorse per le transizioni verde e digitale dovrà arrivare da capitali privati.
Su questo si inserisce il tema del nucleare. “Penso che il Parlamento mercoledì darà il via libera definitivo al disegno di legge che ci consentirà di tornare a produrre nucleare, che ci libererà dalla dipendenza dall’estero, mi auguro ci sarà una convergenza di sistema” ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, in videocollegamento con l’assemblea. “Non cambia la politica energetica all’alternarsi dei governi perché non può cambiare. Va predisposta negli anni e realizzata nei decenni – ha aggiunto -, condivisa dalla destra e dalla sinistra e mi auguro che la sinistra converga su questa necessità”
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