Dalle grandi opere energetiche ai termovalorizzatori, dalle infrastrutture della difesa fino ai data center. Cambiano i cantieri, ma il tema resta lo stesso: una parte della politica italiana rema contro le opere di sviluppo. Il manifesto Nova del Movimento 5 Stelle ne è un esempio. La chiamano burocrazia. Ma qualche volta, dietro la burocrazia, c’è anche un’altra cosa: il potere di veto, quello che nasce dalla somma di autorizzazioni, pareri, vincoli paesaggistici, valutazioni ambientali, procedure urbanistiche e passaggi amministrativi. Strumenti indispensabili per verificare l’impatto di un’opera, ma che possono diventare un ostacolo quando non sono accompagnati da tempi certi e responsabilità chiare sulla decisione finale. E quando vengono usati come strumenti di opposizione. Il problema è particolarmente delicato per un Paese come l’Italia, che contemporaneamente deve aumentare la produzione elettrica da fonti rinnovabili, potenziare le reti, costruire infrastrutture digitali, rigenerare le città, migliorare i collegamenti e fare i conti con una nuova fase della politica industriale e della difesa.
Il Testo
È in questo contesto che il documento Nova, 20 punti: una alleanza per la Costituzione, appena approvato dagli iscritti del Movimento 5 Stelle, assume un peso particolare. Il testo è il risultato di un percorso partecipato e viene presentato come la proposta da portare al tavolo della coalizione progressista che unisce partiti come il Pd e Avs. Un copione che è di fatto una roadmap di vincoli lontanissimi dalla logica della grande opera realizzata attraverso procedure accelerate.
Il punto 13 di Nova si intitola “Stop al consumo di suolo, città più verdi” e indica come obiettivo il recupero delle città e del patrimonio inutilizzato «senza impermeabilizzazione di nuovo suolo». Per chi costruisce infrastrutture, il punto è evidente. Una nuova strada, una bretella, un polo logistico, un insediamento produttivo o un grande impianto non sono nei piani. Non significa che ogni nuova infrastruttura diventi automaticamente impossibile. Ma si sposta il baricentro della decisione.
Il tema energetico rende ancora più evidente questa impostazione. Nova fissa l’obiettivo di aumentare entro il 2030 di 50 GW la potenza rinnovabile e chiede di accelerare reti, accumuli, interconnessioni e connessioni dell’ultimo miglio. Ma contemporaneamente indica una precisa gerarchia per il fotovoltaico: tetti, edifici pubblici, capannoni, parcheggi e aree impermeabilizzate. Ma non tutte le superfici sono equivalenti dal punto di vista energetico, tecnico ed economico. Un impianto su un capannone non è necessariamente sostituibile, in termini di costi e potenza, con un impianto a terra. Per questo il tema non è soltanto quanta energia rinnovabile si vuole installare, ma dove la si può installare e in quanto tempo.
E qui si arriva al problema dei 4mila progetti per circa 150 GW che Elettricità Futura indica come in attesa o in stallo nei procedimenti autorizzativi.
Il rischio, per l’industria, è che l’obiettivo della transizione energetica venga fissato molto in alto mentre per la disponibilità di aree e la velocità delle autorizzazioni rimangono vincoli altrettanto elevati. Ancora più esplicita è la posizione sui rifiuti con la «progressiva dismissione degli inceneritori». È una posizione che ha conseguenze concrete sulla pianificazione infrastrutturale. Un grande termovalorizzatore richiede infatti investimenti rilevanti, procedure autorizzative, contratti di lungo periodo e una pianificazione territoriale pluriennale.
Diverso è invece il discorso sui gasdotti: nel documento non compare un esplicito divieto ai gasdotti o agli stoccaggi di gas. Il programma punta però al superamento del sostegno alla generazione fossile, alla chiusura delle centrali obsolete e a una maggiore penetrazione delle rinnovabili. Che sappiamo però oggi non essere sufficienti per le esigenze energetiche del Paese.
Poi c’è il capitolo della difesa. Se la spesa per la difesa non deve aumentare fino agli obiettivi indicati dalla Nato e se viene contestato il programma europeo di rafforzamento della capacità militare, la traiettoria degli investimenti pubblici nel comparto della difesa cambia. E cambiano, di conseguenza, anche le prospettive per una parte dell’industria: cantieri navali, produzione di sistemi d’arma, infrastrutture logistiche, basi, manutenzione, ricerca e sviluppo. Per queste opere non c’è spazio.
Due pesi e due misure
Il documento è comunque di fatto l’evoluzione 2.0 di una linea d’azione che già possiamo verificare nei Comuni a guida M5s-Pd. La questione è caldissima, per esempio, sul fronte dei data center.
Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel triennio 2023-2025 sono stati investiti in Italia 7,1 miliardi di euro, contro i 10,5 miliardi inizialmente stimati. Per il triennio 2026-2028 sono stati annunciati 83 nuovi progetti per oltre 25 miliardi di euro di investimenti potenziali. Una sfida per la pubblica amministrazione. Servono infatti procedure autorizzative prevedibili e il fatto che il ministero dell’Ambiente abbia pubblicato le prime indicazioni operative sul nuovo procedimento unico per le autorizzazioni dei data center dimostra che il problema è entrato nell’agenda istituzionale. E va affrontato con responsabilità.
Eppure, la partita ha spesso due pesi e due misure, soprattutto per il M5s che cambia idea a seconda che si sieda sui banchi dell’opposizione o su quelli della maggioranza. Il Movimento è infatti contro i data center a Rozzano, ma tace a Peschiera Borromeo dove governa in Comune e dove Microsoft ha realizzato il sito nell’area ex Postalmarket.
Certo, il Comune è l’istituzione più vicina al territorio e deve poter valutare le conseguenze concrete di un’opera: consumo di suolo, traffico, rumore, servizi, acqua, sicurezza, compatibilità urbanistica. Ma il problema nasce quando il diritto di controllo sfocia solo nel no, e non ha come contraltare un obbligo di decisione entro tempi certi. Per un’amministrazione sei mesi possono essere un rinvio. Per un’impresa sono interessi da pagare, finanziamenti da rinegoziare, contratti da riscrivere, macchinari da riprogrammare. Per un territorio possono significare la perdita dell’investimento, di posti di lavoro e opportunità. Tirando una riga, il Paese si ritrova così a comprare altrove quello che avrebbe potuto produrre in casa: energia, tecnologia, capacità di calcolo, componenti industriali.
Secondo il Centro Studi Enti Locali, le principali opere incompiute nel nostro Paese sono 246 e per portarle a termine servirebbero 1,1 miliardi. La situazione negli ultimi tre anni è molto migliorata ma l’ampiezza del fenomeno rimane comunque enorme.
La situazione è peggiorata per esempio a Milano dove, a livello urbanistico e giudiziario, si registrano forti veti locali con cantieri fermi o congelati a causa di inchieste e incertezze normative sulle procedure edilizie. Non solo, la mazzata è arrivata dal Superbonus, la misura edilizia del governo Conte che oggi ha lasciato macerie nei conti pubblici e 4mila edifici coinvolti in situazioni problematiche legate a lavori incompleti, cantieri irregolari o interventi non conclusi.
Leggi anche:
1. Il deficit/Pil resta sopra il 3%, l’uscita dalla procedura Ue slitta
2. Il ceto medio pilastro nel cantiere manovra. Le misure sul tavolo dai bonus ai tagli Irpef
© Riproduzione riservata