Davvero la guerra a volte è solo nelle nostre menti? Ed è vero che la paura fa a volte più danni delle armi? La guerra comincia economicamente, ancora prima di iniziare militarmente, quando una famiglia rinuncia a una spesa o la rinvia o quando qualcuno improvvisamente accumula liquidità ed evita di realizzare un progetto o di effettuare un investimento.
Secondo la Bce l’indice di fiducia dei consumatori (Cci), che si basa sulle risposte all’indagine sulle aspettative dei consumatori della Bce (Ces), è diminuito di circa 12 punti indice cumulativamente tra febbraio e aprile 2026. Questo calo è paragonabile in grandezza al calo di 15 punti registrato dall’indice nei primi due mesi successivi all’invasione russa dell’Ucraina.
Le famiglie che hanno registrato un calo maggiore della fiducia hanno ridotto di più anche i consumi. Se poi queste famiglie dovessero percepire più consistenti e durevoli le perdite di reddito reale e di potere d’acquisto in ragione del conflitto, il rallentamento dei consumi sarebbe più radicato.
E nel frattempo si sviluppa una forma di deserto del pensiero, un deserto dello spirito, la ragione diventa muta e cieca e si riescono a udire soltanto voci scomposte e urlate, di parte, che incitano all’odio, qualunque odio va bene, basta che serva a dividere. Il tripudio del caos nel silenzio intorpidito del buon senso.
Croci ammonitrici
Per iniziare una guerra bisogna prima spegnere il futuro. Ma il futuro è sempre in agguato come dimostrano questi due libri. Angel Down è il romanzo di guerra di Daniel Kraus (E/O edizioni, 384 pagine, 20 euro), un libro di un’unica frase che inizia nel bel mezzo di una battaglia. I soldati vengono inviati in missione per dare il colpo di grazia a un commilitone ferito ma trovano un angelo abbattuto dall’artiglieria: «E la teoria di Goodspeed possiede una logica che Bagger non può ignorare, perché poniamo che tu abbia costruito un nuovo genere di armi, e tali armi sparino più in alto e più lontano di qualsiasi altra cosa realizzata prima, è plausibile che le cariche esplosive colpiscano delle creature che, prima della Grande Guerra, fluttuavano ad altitudini ritenute inviolabili, e una di tali creature potrebbe essere uno stramaledetto angelo».
Neve rosso sangue – Le memorie di un soldato tedesco sul fronte orientale, di Günter K. Koschorrek (Italia Storica Edizioni, 404 pagine, 32 euro) è un resoconto autentico delle esperienze di guerra di Günter K. Koschorrek, combattente di prima linea e mitragliere della 24° Panzer-Division. Il protagonista, coinvolto negli scontri più brutali della Seconda guerra mondiale, riflette e consegna le sue conclusioni: «Ma quanto ci vorrà perché la gente realizzi che può capitare a chiunque di essere manipolato da individui dispotici e assetati di potere che sanno come incitare le masse per servirsene impropriamente per fini personali? Finché costoro se ne rimangono in disparte, al sicuro, non hanno la minima esitazione a sacrificare brutalmente il loro popolo nel nome del patriottismo. L’umanità si unirà mai per contrastarli? O quelli che sono morti in questa lotta sono morti per niente, e le ragioni per cui hanno dato la vita sono dimenticate per sempre? Attualmente, e già a più di 60 anni dalla sfortunata guerra, quando il desiderio di coesistenza pacifica tra tutte le nazioni un tempo in guerra è stato in gran parte soddisfatto, milioni di croci ammonitrici ci ricordano sempre che giovani di entrambe le parti una volta persero in una guerra crudele il bene della vita, ancor prima che per loro iniziasse davvero».
I giorni nostri
Un pensiero che ci riporta ai giorni nostri. Alle notizie, alle dichiarazioni che sembrano invitare ad armarsi per fare una guerra o che sembrano preparare il popolo al momento inevitabile. L’economia si spegne, il mercato si deprime, la gente soffre, inutilmente, dopo essersi assuefatta per anni al piacere macabro delle brutte notizie.
La brutta notizia stavolta siamo noi. Perché prima della guerra le persone rinunciano a lottare per il futuro per timore di perderlo e poi impiegano tutto il tempo della guerra per riconquistarlo. Le parole del potere colpiscono la gente, indirizzano i mercati, anticipano i comportamenti economici e producono un’attesa che diventa recessiva. Ma se la lotta per il futuro è una spinta così forte da farci vincere una guerra e conquistare la pace, come possiamo farci strappare via il futuro dall’idea della guerra prima ancora che qualcuno ce la faccia?
Continuare a vivere, costruire, investire, innamorarsi o scrivere libri non vuol dire ignorare il pericolo. Significa rifiutarsi di farsi sconfiggere in anticipo da una guerra che ancora non è neanche cominciata. Senza contare che a volte il pericolo non c’è neppure.
I reduci
E poi c’è il paradosso della guerra: la conosciamo da sempre ma ogni volta ci ricadiamo ostinati. Dal punto di vista della storia sembra una dipendenza, come quelle dall’alcool e dalla droga. Come queste altre cose distrugge tutto intorno a sé. Forse è vero che tempra le generazioni, ma quasi tutti i reduci avrebbero preferito ricevere altri insegnamenti.
Perché la vita è costruire cose, amare, fare figli, aiutare il mondo a dare il meglio e riprendere l’entusiasmo per tutte queste cose che abbiamo smesso di fare. E se la guerra è una dipendenza va combattuta come tale: tutti i giorni. Sapendo che non l’avremo mai sconfitta per sempre. Ma possiamo ogni giorno far vincere la pace.
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