Motore, azione! Sul grande schermo va in scena un copione di successo: quello delle grandi passioni che si trasformano in collezionismo di nicchia. In questo ambito non ci sono protagonisti o comparse, ma solo cacciatori di occasioni in Technicolor. È il mondo dei memorabilia cinematografici, un settore redditizio che in alcuni casi alimenta compravendite addirittura milionarie. La devozione dei collezionisti, infatti, diventa famelica quando si tratta di agguantare determinati oggetti utilizzati sul set durante le riprese di film che hanno fatto storia o quantomeno tendenza. Così, invece di finire nei magazzini delle major, oggi alcuni reperti di scena finiscono nei cataloghi delle aste internazionali e vengono assegnati ai migliori offerenti.
Per comprendere come si sia arrivati a questo livello e come un semplice frammento di set possa trasformarsi in un potenziale bene da investimento, occorre tornare al 1970. In quell’anno la celebre casa di produzione Metro-Goldwyn-Mayer, schiacciata dai debiti, decise di svuotare i propri archivi battendo all’asta decine di migliaia di costumi e di scenografie dell’epoca d’oro di Hollywood. In quel momento gli appassionati col fiuto per l’affare intuirono che la magia del cinema poteva trovare nuove e redditizie declinazioni. Nei decenni successivi il fenomeno è definitivamente esploso, sospinto da generazioni di collezionisti dotati di un’elevata capacità di spesa e guidati dalla nostalgia per i cult del grande schermo, con particolare riferimento a determinati generi.
In cima alla piramide delle aggiudicazioni svetta la fantascienza classica: l’automa Robby il Robot comparso nel film Il pianeta proibito (1956) è stato battuto all’asta per 5,3 milioni di dollari. Ma il record assoluto appartiene alle scarpe rosse indossate da Judy Garland ne Il Mago di Oz e assegnate nel 2024 per 28 milioni. Seguono le icone della saga di Star Wars: la spada laser di Darth Vader usata ne L’Impero colpisce ancora (stimata a 3,6 milioni) e l’automa originale R2-D2, valutato 2,76 milioni.
L’abito “Royal Ascot” disegnato da Cecil Beaton per Audrey Hepburn in My Fair Lady ha raggiunto invece 3,7 milioni, superato solo dal leggendario vestito bianco di Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza, in vendita per 4,6 milioni. Di grande fascino (e di eguale peso economico) anche la giacca da college della Rydell High School del film Grease (1978) battuta da Christie’s, la tuta da corsa di Steve McQueen nel film Le Mans (425 mila dollari) o la giacca di pelle rossa sfoggiata da Brad Pitt in Fight Club.
«Le scelte di acquisto sono guidate da una passione viscerale, dal desiderio di possedere il frammento di qualcosa che ci ha regalato un’emozione smisurata e a cui restiamo legati. Il cinema veicola più sensazioni di qualunque altra forma d’arte: avere tra le mani un oggetto di scena è un modo per rivivere quella avventura a ogni sguardo», dice a Moneta il collezionista Fabrizio Milani, spiegando come l’appassionato sviluppi un attaccamento quasi maniacale al cimelio agguantato e talvolta conteso. «Personalmente – aggiunge – farei fatica a rivendere un pezzo da collezione a cui sono legato, ma c’è anche chi, rinunciando a ogni sentimento, compra per poi rivendere a un prezzo superiore».
Tra i memorabilia degni di un vero e proprio investimento spiccano il pianoforte a coda Steinway di Casablanca (3,4 milioni di dollari), la controversa porta in legno di balsa su cui si appoggia Rose nel finale di Titanic (718 mila dollari), il cappello Fedora di Harrison Ford ne Il tempio maledetto (630 mila dollari) e l’hoverboard rosa di Ritorno al Futuro – Parte II (500 mila dollari). Accanto agli oggetti visibili sullo schermo figura poi un segmento colto che riguarda i ciak originali e le sceneggiature di lavoro. Possedere un copione d’epoca fittamente annotato a mano, come quello di Apocalypse Now con le correzioni autografe di Francis Ford Coppola, significa mettere in cassaforte un reperto della cinematografia moderna con quotazioni che superano senza fatica le decine di migliaia di dollari.
Per stabilire il valore di mercato i periti analizzano parametri severissimi. Il primo è lo screen-matching: attraverso scansioni ad altissima risoluzione dei fotogrammi del film, gli esperti confrontano i minimi dettagli dell’oggetto reperito con quanto appare sullo schermo, così da verificare l’autenticità dell’esemplare. Esiste poi una precisa gerarchia tecnica propria del grande schermo: i pezzi rifiniti nei minimi dettagli e usati per i primi piani (i cosiddetti hero props) valgono anche dieci volte più degli stunt props, ovvero le copie in gomma impiegate dalle controfigure nelle scene d’azione. Infine pesano lo stato di conservazione e la tracciabilità della custodia, indispensabile per sventare le truffe.
Il fenomeno collezionistico, ormai, è diffuso al punto che le stesse case di produzione contribuiscono ad alimentarlo, a maggior ragione in un’epoca in cui i social network fanno da gran cassa ai fenomeni della cultura pop. I costumi sgargianti e i pattini a rotelle giallo fluo sfoggiati da Margot Robbie e Ryan Gosling nel fenomeno Barbie, ad esempio, sono finiti quasi all’istante nei circuiti d’asta, così come le tute usate da Timothée Chalamet sul set di Dune. La pellicola gira all’infinito, come in un kolossal: certe passioni non conoscono limiti. Né di intensità, né di portafoglio.
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