In occasione della Festa dei nonni, festeggiata venerdì, Giorgio Grenzi di Coldiretti Senior parla a Moneta del ruolo degli anziani nella società e, in particolare, nelle comunità rurali. Dall’invecchiamento attivo al welfare familiare, dal passaggio generazionale nelle imprese agricole alla tutela delle pensioni, fino alla trasmissione delle tradizioni alimentari, i senior sono portatori di un patrimonio di esperienze e conoscenze che rappresentano una risorsa. Un dialogo tra generazioni nel quale tradizione e innovazione possono procedere insieme.

Grenzi, il 2 ottobre è stata celebrata la Festa dei nonni. Quanto è importante oggi riconoscere agli anziani un ruolo attivo nella società? E cosa significa, concretamente, parlare di invecchiamento attivo?
«La Festa dei nonni è un’occasione per ricordare un ruolo che gli anziani hanno sempre svolto: quello di persone attive, capaci di mettere a disposizione della famiglia e della comunità esperienza, conoscenze e valori. Parlare di invecchiamento attivo significa riconoscere che una persona anziana non è solo destinataria di assistenzialismo, ma può continuare a essere una risorsa per la società. Significa valorizzarne le capacità, favorire la partecipazione alla vita della comunità, creare occasioni di incontro e di aggregazione e permettere alle persone di mantenere il più a lungo possibile autonomia e dignità. In questa direzione vanno per esempio i forum intergenerazionali regionali di Coldiretti, che rappresentano un’occasione di incontro tra senior, donne e giovani della Coldiretti. Mettere a confronto generazioni diverse significa creare un dialogo nel quale il passato non viene contrapposto al futuro, ma diventa una risorsa per costruirlo».
I nonni continuano a svolgere una funzione di welfare. Quanto pesa questo contributo nell’economia delle famiglie e quanto rischiamo di darlo per scontato?
«I nonni rappresentano un punto di riferimento per i figli e per i nipoti e contribuiscono concretamente alla tenuta della famiglia, sia attraverso l’aiuto quotidiano sia attraverso la trasmissione di valori, esperienze e conoscenze. I dati di un sondaggio Coldiretti ci dicono che il 60% dei nonni si occupa dei nipoti, il 32% contribuisce economicamente e l’8% aiuta nelle attività lavorative, soprattutto artigianali e agricole. Sono numeri che restituiscono la dimensione concreta di un welfare familiare che svolge quindi un ruolo economico, ma anche e soprattutto sociale. Tuttavia la famiglia deve essere sostenuta, non lasciata sola. È necessario costruire una vera rete di servizi, nella quale possano collaborare istituzioni, famiglie, realtà sociali e soggetti presenti sul territorio».
In agricoltura il ruolo degli anziani che sostengono le famiglie è ancora più forte. Che cosa rappresentano gli anziani per le imprese agricole e per le nuove generazioni?
«Gli anziani sono portatori di un patrimonio di esperienze e di conoscenze che non possiamo permetterci di disperdere. Chi ha lavorato per una vita nei campi conosce il territorio, i suoi equilibri, i tempi delle coltivazioni e le tecniche tradizionali. Ma tradizione e innovazione non sono in contrapposizione. Al contrario, quando riescono a incontrarsi possono dare vita a uno sviluppo straordinario. L’esperienza degli anziani e la capacità delle nuove generazioni di innovare, utilizzare nuove tecnologie e sperimentare possono integrarsi e rafforzarsi reciprocamente. È proprio nell’incontro tra ciò che abbiamo ereditato dal passato e ciò che immaginiamo per il futuro che possiamo costruire un’agricoltura più forte. Passato e futuro devono procedere insieme: il primo offre conoscenze, identità e consapevolezza, il secondo porta innovazione, nuove competenze e opportunità».

Quando si parla di anziani subentra spesso il tema dell’assistenza. Come si può passare da un modello basato solo sull’assistenza a uno che valorizzi anche la partecipazione degli anziani? E quali sono le proposte di Coldiretti Senior?
«Dobbiamo cambiare prospettiva. Naturalmente l’assistenza alle persone che ne hanno bisogno deve essere garantita, ma non possiamo costruire le politiche sociali considerando l’anziano soltanto come destinatario di un intervento assistenziale. L’obiettivo deve essere quello di sostenere l’autonomia, contrastare l’isolamento e creare occasioni di partecipazione alla vita della comunità. Da questo punto di vista le imprese agricole multifunzionali possono diventare luoghi di aggregazione e di incontro e possono contribuire all’offerta di servizi alla comunità, anche attraverso forme di accoglienza e di socialità rivolte agli anziani. Valorizzare l’anziano non significa negarne la fragilità, valorizzandone il ruolo attivo quando è possibile e sostenerlo attraverso una rete sociale per prevenire il rischio della solitudine quando necessita di supporto. C’è poi il tema del sostegno al reddito degli anziani e, in particolare, delle pensioni agricole. Per chi ha lavorato una vita in agricoltura, la pensione rappresenta una condizione fondamentale per mantenere autonomia e dignità. C’è una storia importante che non dobbiamo dimenticare, perché l’attuale tutela previdenziale dei lavoratori agricoli è stata anche il risultato di una lunga stagione di impegno e di rappresentanza di Coldiretti, fino alla conquista della pensione di invalidità, vecchiaia e superstiti per i coltivatori diretti, riconosciuta nel 1957. Oggi occorre quindi prestare attenzione al potere d’acquisto delle pensioni agricole, che rischia di essere particolarmente esposto alle difficoltà economiche, soprattutto nell’attuale contesto socio-economico».
Nelle campagne il tema dell’invecchiamento si intreccia anche con quello dello spopolamento. Quale ruolo può svolgere l’agricoltura nel mantenere vive le comunità rurali?
«Un’impresa agricola presente sul territorio contribuisce a mantenerlo vivo e presidiato e può diventare un punto di riferimento per la comunità. Questo è particolarmente importante nelle aree rurali, marginali e montane, dove lo spopolamento rischia di provocare un progressivo indebolimento dei servizi e delle relazioni sociali. Per questo Coldiretti Senior ha posto il tema della domiciliazione dell’assistenza: l’anziano deve avere la possibilità di rimanere nella propria casa e nella propria azienda. È una questione di dignità della persona, perché rimanere nel luogo in cui si è vissuto e lavorato significa mantenere relazioni, abitudini e identità. Ma è anche una questione di continuità dell’impresa agricola, perché l’anziano può continuare a rappresentare un punto di riferimento per la famiglia e per l’azienda. Naturalmente perché questo modello funzioni è indispensabile il sostegno delle istituzioni, attraverso norme adeguate e strumenti che sostengano le imprese».
Un altro patrimonio custodito dagli anziani è quello alimentare. Possiamo considerarli i custodi della dieta mediterranea e delle sane abitudini alimentari?
«Assolutamente sì. Gli anziani conservano un patrimonio di conoscenze legate alla stagionalità dei prodotti, alla preparazione degli alimenti, alla cucina tradizionale e alla capacità di utilizzare ciò che il territorio offre. Pensiamo alle ricette che ci hanno tramandato le nonne: dietro ogni ricetta c’è una storia, ma anche una conoscenza di prodotti freschi e poco elaborati e di come utilizzarli. Oggi questo patrimonio è ancora più importante, anche di fronte alla crescente diffusione di cibi ultraformulati e di abitudini alimentari non sempre corrette che mettono a rischio la salute dei cittadini e i redditi degli agricoltori. Trasmettere queste sane abitudini significa anche guardare al futuro. Se insegniamo oggi ai bambini e ai ragazzi a mangiare bene, contribuiamo a fare in modo che le nuove generazioni, una volta diventate adulte e poi anziane, possano arrivare alla terza età con una maggiore consapevolezza e con minori rischi legati a un’alimentazione sbagliata».
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