L’Italia si trova dinanzi a un bivio. L’economia viaggia troppo lentamente, mentre il debito pubblico è da tempo un problema drammatico e le casse statali sono svuotate da un welfare fuori controllo. C’è bisogno di cambiare, anche in profondità, ma per farlo bisogna tenere in considerazione le oggettive difficoltà di un contesto che non accetterebbe soluzioni à la Javier Milei.
Esiste però un percorso praticabile, radicato nei principi della libertà economica. Si tratta infatti d’individuare soluzioni realiste, le quali mostrino come sia possibile dare un forte slancio al Pil senza penalizzare le aree più deboli e senza gravare ulteriormente su quel ceto medio che rappresenta la vera spina dorsale dell’economia composto dalle partite Iva (professionisti, artigiani, commercianti) e dai lavoratori dipendenti qualificati, il ceto più produttivo è oggi schiacciato da pressione fiscale e burocrazia. Penalizzare questa parte della società significherebbe spegnere ogni propensione al rischio.
Al tempo stesso, le aree sociali più fragili non possono essere rilanciate con un assistenzialismo basato su quei sussidi che creano dipendenza e non generano valore. L’unica ricetta, al contempo semplice e rivoluzionaria, consiste nello spostare la ricchezza dallo Stato ai cittadini produttivi, finanziando le riforme non con nuove tasse, ma con il drastico taglio della spesa pubblica. Passare dalle parole ai fatti non è semplice, ma nemmeno impossibile. Deve essere chiaro, però, che una strategia di rilancio efficace deve superare il vaglio della realtà politica. Non avrebbe senso proporre riforme che finirebbero per mobilitare corporazioni e sindacati, arenandosi immediatamente. Servono invece interventi capaci di produrre frutti risultando pure popolari, perché percepiti come legittimi e necessari.
A tal fine, la mossa economicamente più pagante può consistere nel tagliare il cuneo fiscale in modo strutturale e permanente, concentrandosi sui redditi medi. La cosa è fattibile, perché nessun elettore o sindacato (a parte eccezioni estremiste) può opporsi a un aumento netto in busta paga. Più soldi in tasca ai lavoratori, inoltre, comportano un maggiore incentivo a lavorare e produrre di più. Questo creerebbe un effetto traino efficace, perché tutti sarebbero motivati a investire di più, generando pure un gettito fiscale maggiore anche in presenza di aliquote inferiori.
Agire sulle imposte, a ogni modo, non basta, dato che l’Italia soffoca tra permessi e autorizzazioni. Una svolta in senso liberale passa attraverso una crescente liberalizzazione dell’economia e l’introduzione di un principio di responsabilità: chi vuole aprire un’impresa o ampliare un’attività produttiva deve poterlo fare immediatamente, salvo controlli ex-post da parte dello Stato. Questa misura favorirebbe chi lavora e non costerebbe nulla alle casse pubbliche. Al contrario, essa ridurrebbe i costi di gestione della macchina statale e, oltre a ciò, libererebbe investimenti, riducendo il tempo perso in anticamere burocratiche.
Per quanto riguarda le fasce più deboli, il dogma assistenzialista va ribaltato. Fino a oggi s’è cercato di compensare il sottosviluppo con assegni di cittadinanza e posti pubblici improduttivi. Il risultato è noto: dipendenza politica e stagnazione. Avrebbe più senso, invece, trasformare le aree disagiate in zone a fiscalità di vantaggio: chi dovesse aprire un’azienda o assumere nuovo personale godrebbe per anni di una forte riduzione delle imposte. Si attirerebbero così capitali privati, multinazionali e imprenditori coraggiosi, offrendo loro condizioni migliori a quelle di altre regioni d’Europa. Questo creerebbe posti di lavoro veri, stabili e legati alla competitività aziendale, non al favore politico.
Tutto ciò andrebbe accompagnato da una revisione del settore pubblico. Serve infatti il coraggio di mettere mano alla spesa corrente dello Stato, dato che l’Italia spende troppo e male. È urgente eliminare gli sprechi e privatizzare i servizi pubblici ogni volta che sia possibile (dalle partecipate locali ai grandi asset), liberando in tal modo decine di miliardi di euro. Questi fondi non devono servire a finanziare regalie elettorali, ma ad abbassare le imposte e rafforzare i servizi essenziali per le fasce più deboli, garantendo anche un aiuto che serva al reinserimento, e non diventi una gabbia di povertà.
Dignità e futuro
In sintesi, è urgente che si rilanci l’economia senza colpire i ceti produttivi e al tempo stesso senza abbandonare i più deboli (ciò che sarebbe fallimentare sul piano politico). Significa smettere di considerare il cittadino come un suddito da tassare preventivamente e l’imprenditore come un criminale da punire. Se lo Stato accetterà di fare un passo indietro, la società risponderà con un’esplosione di energia economica. Si tratterebbe di una scelta politicamente vincente, capace di restituire dignità e futuro, e anche economicamente pagante, in quanto fondata sulla molla più potente del mondo: il legittimo desiderio di ogni individuo di migliorare la propria condizione grazie al lavoro e all’impegno.
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