Il tesoretto dei pasdaran iraniani è nel cuore dell’Europa. Più precisamente ad Amburgo, dove l’European Iranian Handelsbank Ag (o Eih Bank), conterrebbe tutta la liquidità delle banche e delle imprese iraniane nel Vecchio Continente.
La guerra in Iran ha messo a dura prova i rapporti tra Bruxelles e Teheran, resta solo la Camera di Commercio e Industria Italia-Iran (Ccii) a fare da ponte per gli investitori. In Italia ci sono aziende iraniane a capitale misto che operano tra Milano, Roma e il Nord-Est. I principali interessi sono import-export di tappeti, frutta secca, spezie, pietre naturali, carburanti ma anche ristoranti, gastronomie e negozi specializzati in prodotti persiani e mediorientali. Ci sono agenzie di viaggi che organizzano iniziative di promozione dell’Iran come destinazione culturale ma anche collaborazioni in campo farmaceutico e biomedicale. Si tratta di pochissime imprese, molto spesso di piccole dimensioni e con vocazione artigianale o commerciale. A pesare soprattutto sono le sanzioni internazionali che complicano transazioni e investimenti diretti ma anche l’instabilità economica iraniana e l’accesso ai circuiti bancari europei che hanno reso quasi impossibili i flussi bancari diretti, adesso che Bankitalia e persino la Svizzera hanno intensificato i controlli su transazioni potenzialmente sospette. Per questo da molti anni si passa dagli Emirati Arabi, Paese chiave come hub finanziario e commerciale intermedio tra Iran e l’Unione europea.
La diaspora italiana
Da Dubai passa la diaspora iraniana (con almeno 400 mila residenti) e quasi 10mila imprese registrate a nome di soci di Teheran, con cui gli Emirati mantengono relazioni economiche nel rispetto formale delle sanzioni Onu e Ue: basta una società con veste legale emiratina legata a una società o una holding offshore per commerciare con l’Europa, attraverso una serie di banche regionali come Emirates Nbd, Mashreq Bank o Dubai Islamic Bank, che nonostante una rigorosa compliance internazionale riescono a gestire transazioni commerciali che sfuggono alle sanzioni su beni alimentari, medicali o artigianali.
L’Italia è uno dei Paesi Ue in cui società commerciali degli Emirati con partner iraniano registrate a Dubai o Sharjah oppure in free zone come Jafza o Dmcc (dove molte merci italiane vengono stoccate per poi essere ri-esportate legalmente) possono importare legalmente dai macchinari allo zafferano, dai pistacchi ai diamanti pagando direttamente una delle banche emiratine pienamente collegate ai servizi Swift (mentre gli istituti iraniani ne sono fuori dopo lo snapback delle sanzioni), senza intermediari, aggirando così anche il regolamento Ue 2025/1975 che vieta rapporti tra banche Ue e istituti iraniani. Ci sono settori non sanzionati (artigianato e agroalimentare, macchinari e comparto chimico, farmaceutico e medicale) che fatturano non meno di 300 milioni.
A Teheran
A Teheran stanno per crollare due istituti bancari storici come Ayandeh Bank e Bank Sepah, una delle più antiche e importanti banche statali iraniane, fondata nel 1925. La filiale italiana di Bank Sepah, aperta a Roma negli anni Sessanta, ha avuto un ruolo storico anche nei rapporti economici Iran-Italia per le esportazioni iraniane (carburanti, tappeti e frutta secca). Nel 2007 la risoluzione Onu 1747/2007 incluse Bank Sepah e la sua controllata Bank Sepah International Plc con sede a Londra nella lista delle società da sanzionare per i legami con il programma missilistico iraniano, anche se ancora oggi è considerata la banca capofila per alcuni pagamenti governativi e militari e tratta con Russia, Cina e Paesi del Golfo. La stessa sorte la subì la filiale di Roma, riaperta parzialmente e riammessa nel circuito Swift solo nel biennio 2016-2018 grazie all’accordo nucleare Jcpoa del 2015 e la sospensione temporanea delle sanzioni.
Dal 2018 la filiale italiana è tornata nelle liste di restrizione Ue numero 267 del 2012 ma senza filiali né rappresentanze o conti diretti presso istituti nazionali perché qualsiasi transazione tra operatori italiani e Bank Sepah è vietata senza l’ok del ministero dell’Economia. Da anni le banche di riferimento dell’Iran in Europa sono tra Austria e Germania. La principale è la Eih Bank, una Aktiengesellschaft (società per azioni) con sede a Depenau 2–4, Amburgo, dove è stata fondata nel 1971. Sebbene sia vigilata dalla Bafin-Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht (la Consob tedesca) e dalla Bundesbank, è da questa banca considerata “di nicchia“ per il trade finance che passano le operazioni commerciali e finanziarie per beni non dual-use tra Iran e Ue e non soggetti a sanzioni, rigorosamente in euro. Gli azionisti principali sono Bank Melli Iran (con il 60% del capitale) e Bank Industrie & Mine Iran (che ha il restante 40%). Più precisamente, la Ehi Bank offre i servizi di tesoreria per le imprese iraniane con filiali in Europa, garantisce i pagamenti a supporto di fondazioni umanitarie o enti accademici iraniani. Non ha clienti retail né emette carte di credito.
Non usa dollari e non è nel circuito Usa ma dal 2016 non è neppure nella lista nera Ue. È in questo istituto che si appoggiano le nostre aziende italiane per fare affari tramite le banche iraniane come Bank Pasargad, Bank Tejarat o appunto Bank Sepah International plc. Parliamo di un giro d’affari pari a 528 milioni di euro. Secondo indiscrezioni la Eih detiene in pancia tutta la liquidità in Europa di quasi tutte le banche iraniane: si parla di cifre a otto zeri.
Le autorità di vigilanza
Sempre ad Amburgo c’è la Varengold Bank, finita nel mirino delle autorità di vigilanza tedesche per alcune operazioni finanziarie che sarebbero legate all’Iran per finanziare terroristi come Hezbollah e Houthi. La banca nega, sostenendo si tratti di scambio di beni umanitari (cibo, farmaci, attrezzature mediche), eppure la Bafin avrebbe riscontrato gravi carenze sistemiche nella normativa antiriciclaggio, con multe per 3,3 milioni di euro, una «penale coercitiva» da 500 mila euro e il divieto di operare con payment agents, vale a dire intermediari potenzialmente legati all’Iran. È la prova che nonostante sanzioni e controlli delle autorità tedesche, queste banche medio-piccole particolarmente vulnerabili sotto il profilo della compliance possano essere utilizzati come back door per finanziare la guerra nel Golfo.
Piccola curiosità. C’è anche una pista che da Amburgo e Teheran porterebbe a San Marino, un Paese che da molti anni ormai ha deciso di investire in compliance per rilanciare la propria credibilità internazionale. La bulgara Starcom Holding avrebbe tentato di acquisire la maggioranza della Banca di San Marino (Bsm) tramite la controllata San Marino Group Spa, che a sua volta avrebbe partecipazioni e legami societari proprio con Varengold Bank Ag attraverso soggetti come Eurohold Bulgaria e Euro-Finance. È per questo motivo che la Banca centrale di San Marino avrebbe bloccato la scalata lo scorso ottobre, non senza un tentativo di condizionamento. Dopo lo stop ci sono stati importanti strascichi giudiziari, arresti e sequestri con accuse di corruzione, riciclaggio e amministrazione infedele. Ma questa è un’altra storia. O forse no…
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