Oltre 42.700 miliardi di dollari. È il valore aggregato stimato delle riserve energetiche, minerarie e strategiche dei Paesi che oggi gravitano, o potrebbero gravitare, direttamente nella sfera di influenza degli Stati Uniti di Donald Trump. Una cifra superiore al Pil annuo combinato di Germania e Giappone e circa il doppio del Pil dell’Unione europea. Rapportata all’economia americana, che vale poco meno di 27mila miliardi di dollari l’anno, questa massa di risorse equivale a oltre un anno e mezzo di produzione degli Stati Uniti. Un dato che chiarisce il punto: la geopolitica del nuovo ciclo trumpiano è prima di tutto una questione economica.
La dottrina Donroe
È in questo quadro che prende forma quella che il presidente Usa ha battezzato dottrina Donroe. «La dottrina Monroe aveva grande importanza, ma noi l’abbiamo ampliata di molto, davvero di molto», ha detto commentando la cattura di Nicolás Maduro. Un aggiornamento del principio delle sfere di influenza, declinato in chiave moderna: controllo delle catene del valore di energia e materie prime critiche per industria, difesa e intelligenza artificiale. «Il dominio americano sull’emisfero occidentale non verrà mai più messo in discussione», aveva anticipato Trump già a novembre.
Caracas
Il Venezuela è il fulcro di questo disegno. Con riserve stimate in oltre 19.400 miliardi di dollari, rappresenta il più grande deposito di valore geologico al mondo. Le riserve petrolifere, 303 miliardi di barili, valgono da sole più di 15mila miliardi di dollari, a cui si aggiungono circa 800 miliardi di gas naturale, oltre 1.400 miliardi di oro, 1.500 miliardi di minerale di ferro e un potenziale stimato di 200 miliardi in terre rare nell’Arco dell’Orinoco. Trump è stato esplicito: ha parlato di «accesso totale al petrolio e alle altre risorse» come condizione per la ricostruzione del Paese.
Teheran
Subito dietro si colloca l’Iran, con riserve stimate in oltre 18.400 miliardi di dollari. Teheran combina 208 miliardi di barili di petrolio e circa 33.600 miliardi di metri cubi di gas naturale, affiancati da una base mineraria rilevante che include rame, ferro, zinco e oro. In un contesto di elettrificazione accelerata e crescita dell’IA, il valore dei metalli industriali rafforza il peso economico del Paese. Non a caso Trump ha avvertito che una repressione violenta delle proteste interne porterebbe a una risposta americana «molto dura».
Messico
Il Messico rappresenta un caso a sé, dove il valore delle risorse si somma alla prossimità geografica. Le riserve complessive valgono circa 1.430 miliardi di dollari, trainate da quasi 6 miliardi di barili di petrolio, 336 miliardi di metri cubi di gas naturale e da una base mineraria solida. Il Paese è primo produttore mondiale di argento e dispone di 60 milioni di tonnellate di rame, metallo chiave per reti elettriche e data center, oltre a 1,7 milioni di tonnellate di litio concentrate nello Stato di Sonora, decisive per la filiera nordamericana delle batterie.
Colombia
La Colombia vale circa 1.230 miliardi di dollari in riserve, con una struttura più sbilanciata sulle materie prime tradizionali. Il Paese possiede oltre 5 miliardi di tonnellate di carbone, le più grandi riserve dell’America Latina, a cui si affiancano oltre 2 miliardi di barili di petrolio, nichel e giacimenti auriferi ancora parzialmente inesplorati. L’asset distintivo resta il monopolio mondiale degli smeraldi di alta qualità. «Potrebbe essere teatro di una missione simile», ha detto Trump riferendosi all’operazione venezuelana.
Groenlandia
La Groenlandia chiude il perimetro principale con riserve stimate in oltre 2.200 miliardi di dollari, concentrate in un territorio poco popolato ma strategicamente decisivo. Le risorse includono 17,5 miliardi di barili di petrolio, 4mila miliardi di metri cubi di gas naturale e importanti giacimenti di zinco e minerale di ferro. Ma il vero valore aggiunto è rappresentato dalle terre rare, fondamentali per l’industria della difesa, i magneti permanenti e le tecnologie avanzate. «Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia», ha ribadito Trump, legando sicurezza nazionale, controllo delle risorse e presidio delle future rotte artiche.
Cuba
Fuori dal conteggio complessivo, ma tutt’altro che marginale, resta Cuba. Le riserve conosciute di petrolio, nichel e cobalto valgono circa 140 miliardi di dollari, una cifra modesta rispetto agli altri Paesi analizzati. Tuttavia, l’attenzione americana è rivolta soprattutto al potenziale offshore ancora inesplorato: nuove campagne di ricerca potrebbero portare alla scoperta di giacimenti petroliferi il cui valore massimo stimato supera 1.200 miliardi di dollari.
Attivismo
In questa chiave l’attivismo americano appare come prosecuzione della prima fase dei dazi. La leva tariffaria ha segnato un confine, ma non era sufficiente a riequilibrare filiere energetiche spostatesi verso Russia e Cina. Venezuela, Iran e Cuba erano diventati nodi di questo sistema. Ridurne l’autonomia significa sottrarre risorse e rafforzare il potere contrattuale americano. Il presidio dell’Artico e il rafforzamento su Messico e Colombia completano il quadro. Il risultato è una strategia che ridisegna i flussi economici globali. Petrolio, gas, metalli e terre rare tornano centrali non per il prezzo, ma per l’accesso. Ed è per questo che i mercati iniziano a scontare uno scenario in cui queste risorse potrebbero, ancora una volta, cambiare le regole del gioco.
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