L’hijab in Iran non è soltanto un simbolo religioso o politico. È anche una voce economica che pesa sui bilanci delle famiglie e su quello dello Stato. E oggi, dopo le recenti proteste interne, il conflitto che ha investito il Paese e la morte della guida suprema Ali Khamenei, mentre sempre più donne scendono in piazza togliendosi pubblicamente il velo in segno di ribellione al regime, quella voce di spesa torna al centro del dibattito. A quantificarla è uno studio pubblicato da Iran Open Data che analizza il costo dell’obbligo di abbigliamento imposto alle donne iraniane. Aggiornando quei dati al cambio odierno, il quadro che emerge è chiaro: il velo obbligatorio vale oggi centinaia di milioni di euro l’anno.
Lo studio
L’imposizione di scialli e foulard – i veli utilizzati per coprire i capelli – riguarda 31.841.100 donne sopra i 15 anni, costrette a comprarli spendendo 8.915 miliardi di toman (nonostante la valuta ufficiale sia il rial, commercianti e popolazione usano comunemente il toman, equivalente a 10 rial), pari a circa 63,7 milioni di euro. L’obbligo di indossare l’hijab, cioè il velo islamico tradizionale che copre capo e collo lasciando scoperto il viso, interessa invece tutte le donne sopra i 7 anni: 36.714.500 di persone per un costo complessivo di 6.976 miliardi di toman, equivalenti a circa 49 milioni di euro.
Il peso maggiore ricade però sul manteau, il lungo soprabito che deve coprire il corpo fino alle ginocchia e oltre ed è parte integrante dell’abbigliamento pubblico femminile: per 36,7 milioni di donne obbligate a indossarlo la spesa stimata è di 18.357 miliardi di toman, cioè circa 131,3 milioni di euro.
A questa cifra si aggiunge lo chador, il grande mantello nero che avvolge completamente il corpo e che viene indossato soprattutto negli ambienti più tradizionali: utilizzato da circa il 10% delle donne sopra i 15 anni, pari a 3.184.110 persone, comporta una spesa di 1.114 miliardi di toman, ossia 8,7 milioni di euro.
Nel complesso le famiglie iraniane sostengono oggi una spesa annua di circa 253 milioni di euro, soltanto per conformarsi alle regole sull’hijab e sugli altri tipi di velo e capi obbligatori.
Spesa pubblica
A questa cifra, poi, si aggiunge la spesa pubblica. Sempre sulla base dell’analisi di Iran Open Data, il costo imposto attraverso il budget statale per far rispettare le norme sull’hijab ammonta a 8.946 miliardi di toman, pari a 70,2 milioni di euro. Sono risorse destinate a far rispettare le regole sull’abbigliamento femminile, ai controlli, alle campagne e agli apparati amministrativi che vigilano sull’applicazione della legge. In totale, tra famiglie e Stato, l’economia del velo supera oggi i 320 milioni di euro annui, cioè oltre 44 mila miliardi di toman. Una cifra significativa nell’ambito dell’economia iraniana: quasi lo 0,15% del Pil. E che ha il potere di trasformare chi ne trae un vantaggio economico in uno strenuo difensore dell’obbligo dell’hijab. Tanto che lo stesso rapporto sottolinea che «istituzioni pubbliche, ispettori, funzionari e coloro che importano, vendono e producono beni legati all’hijab, e il cui lavoro e sostentamento sono legati all’obbligo del velo, saranno sicuramente influenzati da questa grande somma di denaro».
Disobbedienza civile
Se, dunque, la crescente disobbedienza civile dovesse consolidarsi e sempre più donne decidessero di presentarsi in pubblico senza hijab, l’impatto potrebbe diventare non solo politico e sociale ma anche economico: una contrazione della domanda forzata, una pressione sul comparto tessile legato ai capi obbligatori e un possibile aumento o ripensamento dei costi pubblici destinati ai controlli.
Ingranaggio
Il velo, in questo scenario, non è più soltanto un simbolo identitario. È un ingranaggio economico. E se quell’ingranaggio viene messo in discussione nelle piazze, le conseguenze potrebbero riflettersi non solo sulla società iraniana, ma anche sui conti del Paese.
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