Oltre 8 mila statue che riproducono fedelmente guerrieri votati a difendere il loro sovrano: immobili per l’eternità ma vestiti di tutto punto con corazze e armi, pronti a scendere in battaglia. L’Esercito di terracotta, uno dei simboli della cultura cinese ammirato in tutto il mondo, oggi sembra essere la metafora perfetta del Dragone, che pare immobile mentre il mondo assiste allo scoppio di una guerra dopo l’altra. I paradigmi che guidano la politica internazionale saltano a uno a uno, tremano moloch fino a ieri indiscutibili come la Nato e la relazione privilegiata fra Stati Uniti e Gran Bretagna, ma Pechino sembra restare alla finestra.
La guerra in Iran è l’ennesima mossa sullo scacchiere dello scontro a distanza fra Cina e Usa per la supremazia mondiale che si gioca su mille tavoli, da quello delle rotte (con l’esplosione delle questione Groenlandia e le tensioni per il controllo del Canale di Panama) fino a quello commerciale, con l’ondata di dazi del Liberation Day.
In tanti si chiedono se sarà la Cina la prossima a muovere: approfitterà del caos globale per annettere Taiwan? Aspetterà ancora nonostante il crollo dei regimi di Venezuela e Iran, i suoi maggiori fornitori di petrolio? Userà l’arma delle terre rare per colpire le big tech Usa? Tutte domande che Moneta ha posto a Paolo Magri, presidente del comitato scientifico dell’Ispi e docente di Relazioni Internazionali all’Università Bocconi, nonché membro del comitato strategico del ministero degli Affari Esteri, dello Europe Policy Group del World Economic Forum, dell’advisory board di Assolombarda e del consiglio di amministrazione della Luiss.

Magri, cosa possiamo aspettarci da Russia e Cina? Quali sono le possibili reazioni di Pechino agli attacchi Usa contro i suoi alleati, magari non nell’immediato?
«Finora la Cina ha reagito a tutte le crisi internazionali mantenendo un bassissimo profilo, proprio come la Russia. Copione che si è ripetuto anche questa volta, nonostante l’Iran fosse un alleato di entrambi i Paesi. Per quel che riguarda la Russia, si è limitata a una condanna a parole, definendo l’uccisione di Ali Khamenei un “assassinio commesso in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale”. Parole surreali se si pensa che vengono dallo stesso Paese che quattro anni fa ha invaso l’Ucraina. D’altra parte, a Mosca da un certo punto di vista il conflitto in Iran conviene…».
Può spiegare perché?
«La Russia non è in grado di aprire un altro fronte oltre a quello con Kiev e le fa comodo distogliere l’attenzione dai negoziati di pace che al momento appaiono impantanati. Non solo: il blocco dello stretto di Hormuz da cui passa il 20% del petrolio mondiale, non solo iraniano ma di tutto il Golfo, rende ancora più importante e prezioso il greggio russo. Un aumento dei prezzi del barile per Vladimir Putin è un bene: sta vendendo meno, visti i ricatti di Washington che ha vietato all’India di comprare il petrolio russo, ma così riuscirà comunque a incassare di più e a ottenere un saldo positivo dal punto di vista economico».
La Cina ha condannato l’attacco a Teheran, definendolo «inaccettabile» e chiedendo lo stop immediato a Stati Uniti e Israele. In modo più esplicito, il ministro degli Esteri Wang Yi ha detto che «queste azioni violano il diritto internazionale e le norme fondamentali delle relazioni internazionali».
«Sono solo parole, tra l’altro ovvie, e per quanto più forti di quelle pronunciate dall’Europa restano, appunto, parole. Al momento la Cina ha deciso di usare la sua solita strategia, ovvero rimanere ferma per fare enormi passi avanti in termini di credibilità internazionale e di soft power. In un mondo di bulli esagitati che scatenano guerre, che è l’immagine che danno oggi gli Stati Uniti di loro stessi, Xi Jinping evitando di attaccare Taiwan si presenta come un leader ragionevole che parla il classico linguaggio del diritto internazionale a cui siamo abituati. Il che è paradossale, visto che in realtà la Cina è una dittatura, di certo non la pacifica Svizzera, ma sta sfruttando la situazione per ottenere una incredibile e insperata iniezione di popolarità».
Quali evoluzioni ci possiamo attendere in base a questo scenario?
«Donald Trump ha portato avanti un’operazione in cui si è alienato alcuni leader europei, visto che ha agito contro l’Iran senza avvertirli, a differenza di quanto aveva fatto in Siria nel 2017, quando perlomeno prima di sferrare l’attacco rese partecipi i suoi principali alleati. Secondo diversi sondaggi per una parte dell’opinione pubblica occidentale – che nelle democrazie conta molto a differenza di quello che avviene nelle dittature – adesso gli Usa vengono visti come una potenziale minaccia di medio-lungo periodo, quasi un tiranno globale in potenza, nonostante il vero regime autoritario sia la Cina. D’altra parte il Vecchio Continente è passato in brevissimo tempo dal considerarsi un alleato di Washington a essere trattato come un vassallo. La Casa Bianca sembra convinta che con i ricatti alla fine l’Ue cederà e farà quello che le viene detto, e questo potrebbe anche essere vero, ma dal punto di vista dell’immagine sta perdendo terreno».
Un altro terreno di scontro a distanza fra Stati Uniti e Cina è l’Africa, dove Pechino continua a espandere la sua area di influenza e dove si gioca una partita fondamentale per l’accesso alle materie prime. Cosa possiamo attenderci su quello scacchiere?
«L’Africa da tempo è alle prese con l’hard power cinese, con la sua espansione economica e politica, quindi possiamo dire che si è già fatta il callo. Però anche qui si sta facendo strada la convinzione che la potenza imperialistica siano gli Usa».
E per quel che riguarda il “cortile di casa“ degli Stati Uniti, ovvero l’America Latina?
«Washington può lanciare tutte le dottrine Monroe o Donroe che vuole, ma già da tempo la Cina ha legami economici fortissimi con il Sud America ed è il primo partner commerciale di diversi Paesi visto che è la fabbrica a basso costo del mondo intero. Cosa che, per fare un esempio, sta causando tensioni fra gli industriali brasiliani che temono di vedere il tessuto economico locale spazzato via dalla concorrenza del Dragone. Con la caduta di Nicolás Maduro Pechino ha perso un alleato politico, ma questo non ha interrotto altri legami d’affari in corso. L’impressione è che anche su questo tema, come sulle terre rare, ci si sia svegliati troppo tardi, quando ormai Xi aveva ottenuto il primato nell’estrazione e nella raffinazione: è complesso recuperare il terreno perduto. Anche qui, i cinesi stando fermi vanno avanti…».
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