C’è un filo sottile ma resistente che collega i fatti del 6 gennaio 2021 e la svolta crypto-ottimista di Donald Trump. Con la dinastia del tycoon che si sta “allargando” sempre di più nel mondo delle monete virtuali rendendole uno degli investimenti più interessanti del portafoglio presidenziale.
Dopo che gli ultrà Maga avevano preso d’assalto il Congresso, molti hanno pensato che la carriera politica di Trump fosse finita. E per almeno un paio d’anni è stato così. Con le grandi banche che trattavano tutti i famigliari del tycoon come appestati. “È stato allora che ci siamo innamorati delle crypto”, ha raccontato Eric Trump ricordando quando istituti come Deutsche Bank e Capital One gli avevano voltato le spalle. Quello che ci hanno fatto, ha spiegato Eric, è la prova che esiste un pregiudizio nei confronti della nostra visione politica. Poi qualcosa è cambiato. I sondaggi si sono invertiti, il tandem Biden-Harris ha inanellato errori su errori e The Donald è tornato alla Casa Bianca. E col suo ritorno, è iniziata la vendetta. “Le banche hanno commesso il più grande errore della loro vita”.
L’approccio crypto dei Trump si snoda su due binari. Quello politico e di immagine resta nelle mani del patriarca Donald, quello operativo è gestito dalla famiglia attraverso la World Liberty Financial. Nel 2024 questa società entra in un settore noto come “finanza decentralizzata”. La mission: prestito e compravendita di cryptovalute. A muovere i fili, oltre ai figli Eric, Don Jr e Barron, ci sono Zach e Alex Witkoff. Il padre è amico di lunga data del presidente e ora è consigliere per il Medio Oriente e uno degli architetti del negoziato con Mosca per l’Ucraina.
World Liberty Financial a marzo ha dichiarato di aver venduto milioni di WLFI, un token di sola governance dell’azienda, in più tranche. Al netto dei guadagni degli altri soci, nelle tasche dei Trump sono entrati 412 milioni di dollari. E non finisce qui. Perché il tycoon controlla anche token per 15 miliardi, ma questa crypto gli dà diritto solo di intervenire nei processi gestionali dell’azienda.
Nell’operazione World Liberty Financial non mancano punti controversi. Esempio: Justin Sun, miliardario cinese attivo nel settore delle crypto. Ha acquisito token WLFI per 75 milioni di dollari. Peccato che in più di un’occasione Sun sia finito nel mirino della Sec per operazioni fraudolente nel mercato americano.
Altro esempio: oltre ai token di gestione la World Liberty Financial a marzo ha lanciato una propria crypto, la USD1, una stablecoin ancorata al dollaro americano. Due mesi dopo il lancio, la MGX Fund Management Limited, fondo di investimento degli Emirati Arabi dedicato all’intelligenza artificiale, entra nel capitale di Binance, la più grande società di scambio di criptovalute fondata dal cinese Changpeng Zhao (pure lui finito nel mirino della giustizia americana con accuse pesanti tra cui riciclaggio di denaro) e lo fa usando proprio la stablecoin di World Liberty Financial. Spesa complessiva: 2 miliardi di dollari. Fin qui niente di strano, se non fosse che il fondo di Abu Dhabi fa affari con la famiglia Witkoff. E Steve Witkoff rappresenta Trump in Medio Oriente.
L’operazione USD1 però si rivela un affare. Grazie al Genius Act tutte le società che emettono stablecoin devono detenere riserve equivalenti di dollari o titoli di stato americani. Se gli attuali livelli di rendimento dei bond Usa rimanessero intorno al 4%, Bloomberg ha stimato che all’azienda finirebbero 280 milioni di dollari (di questi 168 a Trump). Un altro rivolo potrebbe arrivare da un secondo fondo emratino, Aqua 1 Foundation, pronto a comprare 100 milioni di dollari di token di World Liberty Financial.
La tentacolare strategia crypto dei Trump si snoda anche in patria. Come ricostruito dal New Yorker Don Jr. ed Eric si sono “infilati” in società che “estraggono” le monete virtuali dalla rete. Fulcro di questa attività sarebbe l’American Bitcoin, società che nei prossimi mesi dovrebbe fondersi con la Gryphon Digital Mining, le cui quote attualmente sono scambiate col sistema delle penny stock (reso celebre dal film The Wolf of Wall Street), e quotarsi in Borsa. Tenendo conto che normalmente il valore delle azioni di società di mining è tre-quattro volte superiore al valore delle crypto che estraggono in un anno, American Bitcoin vale (potenzialmente) 610 milioni di dollari, 79 dei quali farebbero capo ai Trump.
Altro asso nel crypto mazzo dei Trump è la società di media che gestisce il social Truth. Nell’aprile scorso la società ha fatto sapere di essere al lavoro per diventare una società capace di vendere criptovalute volatili a normali investitori attraverso ETF che replicano Bitcoin, Ethereum e alti asset digitali. In primavera l’azienda ha venduto azioni per 2,3 miliardi di dollari e li ha investiti in Bitcoin. A proposito di investimenti. L’operazione memecoin lanciata a ridosso dell’insediamento. Due le monete: $TTRUMP e $MELANIA. Tra l’emissione, il boom iniziale e la stabilizzazione a circa 7 dollari e mezzo, questo “gioco” ha fruttato ai Trump 385 milioni di dollari.
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