I Music City Center di Nashville, Tennessee, è un via vai di gente continuo. Oltre ottomila persone. La Btc ha organizzato un grande evento per spingere il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Ma non è un evento qualsiasi: è una tre giorni dedicata alle crypto. La tipica adunata a cui il tycoon si sarebbe sottratto perché giudicato un mondo assurdo fatto di soldi finti e truffe. Eppure sabato 27 luglio 2024, sul palco principale, è atteso proprio lui, è il momento in cui The Donald conquista il popolo delle monete virtuali.
Cambio di rotta
A Washington le voci corrono. E molti se lo chiedono. Perché Trump ha cambiato idea? Durante il primo mandato alla Casa Bianca, diceva che le criptovalute non erano soldi veri, ma solo una truffa. Poi qualcosa è cambiato. C’è chi dice che, dopo la sconfitta elettorale del 2020, sia stato il figlio più piccolo, Barron, a fargli cambiare idea. Ma se Barron ha fatto venire al padre il dubbio, chi lo ha convinto davvero è Howard Lutnick, come spiega a Moneta Elham Makdoum, analista di crypto-intelligence e blockchain analytics: «Gli è stato mostrato il peso della crypto community a stelle e strisce – oltre sessanta milioni di persone. Aveva bisogno di quei voti e li ha ottenuti facilmente. Promettendo deregulation, libertà e una riserva strategica in Bitcoin ha probabilmente vinto la maggior parte di quei voti».
Lutnick, attuale segretario al Commercio, ma soprattutto ex ad della società finanziaria Cantor Fitzgerald, era presente al meeting di Nashville e da anni è uno dei più influenti crypto entusiasti, ma non è il solo ad aver sussurrato all’orecchio di The Donald. È il caso di Elon Musk e soprattutto David O. Sacks, imprenditore eclettico collega di Musk ai tempi di PayPal e autore di un saggio anti Woke nel 1995 con un altro membro della PayPal Mafia, il miliardario Peter Thiel. Sacks è stato nominato dallo stesso Trump “Zar” dell’amministrazione addetto alle Ai e delle criptovalute. Lui, Lutnick e Musk hanno poi «messo in contatto Trump con le più importanti figure del criptoverso, come Michael Saylor e Paolo Ardoino». Oltre il bottino elettorale a Trump fanno gola i potenziali guadagni personali, come dimostra il piccolo impero crypto che la sua famiglia sta costruendo. Sotto altri aspetti, però, il tycoon ha capito che il criptoverso può essere utile anche all’economia americana.
Debito pubblico
l primo punto è quello legato al debito pubblico e alla sua ristrutturazione. Al momento gli Usa hanno un debito che tocca i 37.000 miliardi di dollari ed è in aumento. Nei piani della Casa Bianca le crypto potrebbero essere molto utili per renderlo meno pericoloso. Ne è convinto il segretario al Tesoro Scott Bessent che a giugno scriveva su X: «Un ecosistema fiorente di stablecoin stimolerà la domanda di titoli del Tesoro Usa. Questa nuova domanda potrebbe ridurre i costi di indebitamento del governo e contribuire a contenere il debito nazionale».
Per capire le parole di Bessent bisogna parlare della legge che il Congresso ha licenziato a luglio, il Genius Act. Un provvedimento che regolarizza le stablecoin, cioè le crypto “agganciate” a valute stabili, come il dollaro. Tra le norme del Genius Act ce n’è una che intreccia le crypto con le banche e soprattutto con i guadagni che gli istituti possono fare. Un cliente che vuole ottenere stablecoin effettua un deposito in contanti in una banca e ottiene in cambio una riserva crypto di pari valore. Il consumatore può quindi utilizzarli per inviare denaro o fare bonifici a basso costo. Dal lato bancario il meccanismo permette profitti garantiti. Il Genius Act, infatti, impone alle banche di investire il denaro ricevuto e convertito in stablecoin in titoli di Stato e asset simili. Questi titoli, al loro volta, generano profitti che la banca può trattenere.
Si capisce che questo meccanismo dovrebbe portare un ricambio nei possessori del debito americano, incentivando l’acquisizione da parte di istituti americani a discapito di altri detentori del debito, come entità straniere, la Cina in particolare. Bill Hagerty, senatore repubblicano del Tennessee e tra i firmatari del Genius Act, si è detto convinto che entro il 2030 gli emettitori di stablecoin diventeranno i maggiori detentori di titoli di Stato Usa. Una mossa che almeno in teoria potrebbe limitare impennate sospette dei tassi di interesse.
Al di là dei normali entusiasmi la strada è lunga. Per la Fed il mercato delle stablecoin per ora vale 250 miliardi di dollari, poco se comparato coi 29 trilioni di dollari di titoli di stato Usa presenti sul mercato. Ma Bessent è fiducioso che nei prossimi anni il mercato delle stable crescerà a 2 trilioni.
Trump pensa anche ad altro per il mondo crypto, come creare un fondo strategico di monete virtuali. «Creare questo tipo di riserva ha senso», spiega ancora Makdoum, «a condizione che includa criptovalute con elevata capitalizzazione e riconoscimento internazionale, come Bitcoin ed Ethereum». Un ordine esecutivo del presidente impone alle agenzie governative competenti di esplorare l’ipotesi. Al momento l’America detiene circa 200mila Bitcoin, che corrispondono a circa 20 miliardi di dollari.
Fermare l’asse del male
La svolta crypto di Trump è legata anche a un aspetto strategico, rompere il fronte dell’asse del male geopolitico composto da Cina, Iran e Corea del Nord, che negli ultimi anni si è costruito una posizione rilevante nelle monete virtuali. «La Corea del Nord e la Russia hanno costruito delle economie parallele e sommerse tra criptoverso e dark web – racconta ancora Makdoum – L’Iran è disseminato di mining farm e i tronchi del suo Albero della resistenza dispongono di crypto exchange, come Hamas, e emining farm come Hezbollah». Il vero obiettivo è contrastare il predominio cinese nel settore. Osservare quello che Pechino ha creato negli ultimi anni, aiuta a capire la mossa del tycoon. Anche se le mining farm sono state abolite nel 2021, la Cina continua a operare nel settore. «Aziende cinesi hanno costruito e investito in mining farm all’estero, Stati Uniti inclusi e in certi casi sono situate vicino a infrastrutture critiche o basi militari». Idem per quanto riguarda le aziende che si occupano dell’estrazione di criptomonete: «Il mercato delle macchine è dominato per oltre l’80% da produttori cinesi». L’ennesimo capitolo di un dossier che le agenzie americane dovranno gestire.
C’è infine un’ultima ragione: l’impatto che le valute digitali stanno avendo sull’economia reale. In questi ultimi anni la “cryptonizzazione” si è diffusa in numerosi settori di un sistema profondamente legato alla finanza. Sempre più società creano un proprio portafoglio digitale o addirittura aprono divisioni che si occupano di criptovalute. Ciò permette di attirare investitori che, dopo essersi tenuti alla larga a lungo, ora dirottano capitali sulle monete virtuali. Un esempio su tutti: David Bailey, uno dei principali a ispiratore della campagna di lobbying che ha avvicinato Trump al settore. Nell’ultimo anno l’hedge fund di Bailey, il 210k Capital, ha portato a casa un rendimento del 640% dopo aver investito in aziende cariche di Bitcoin. Questa operazione, come fa notare Bloomberg, gli ha permesso di «superare persino i guadagni del token stesso». Percorso simile per Cameron e Tyler Winklevoss, i due fratelli che hanno duellato con Mark Zuckerberg per la paternità di Facebook. I due hanno investito parte della mediazione da 65 milioni di dollari con Mr. Meta e scommesso sui Bitcoin. Dieci anni dopo, a luglio, hanno incassato 10 miliardi dalla vendita della crypto.
Una nuova era per gli Usa
Non tutte le società, però, stanno investendo in monete digitali seguendo lo stesso schema. C’è chi si mette ad acquistare a mani basse (Strategy di Michael Saylor e Trump Media & Technology Group Corp) e chi crea veicoli ad hoc per l’acquisto. Ci sono poi società come Google che sono direttamente entrate in accordi multimiliardari con società di mining. In questo quadro va poi sottolineato che dal 7 agosto è caduto anche un altro velo che ha “statalizzato“ gli asset digitali. Con ordine esecutivo il tycoon ha, infatti, autorizzato i piani pensionistici a investire in criptovalute.
Un intero sistema economico si prepara così a fagocitare l’ultima utopia tecnolibertaria. «Il criptoverso è figlio di una gravidanza iniziata negli anni ’80 nel ventre del Movimento Cypherpunk composto da anarcocapitalisti, crittografi, matematici e attivisti aventi il comune obiettivo di trovare soluzioni a quello che all’epoca era un trend emergente: la grande fratellizzazione della società – conclude Makdoum – L’ingresso delle istituzioni nel criptoverso, e il malcelato tentativo di Trump di soffocare il potenziale disruptive di Bitcoin segna la morte del sogno cypherpunk». Ma segna anche una nuova era per l’economia Usa.
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