Pechino ha fatto della risposta pacata e calcolata la sua cifra distintiva, anche quando gli eventi, come l’operazione Epic Fury in Iran, vanno a colpire fortemente i suoi interessi economici. Per il Dragone, maggior importatore mondiale di petrolio e gas, le ripercussioni sono potenzialmente enormi. Rispetto alla caduta del Venezuela sotto l’influenza statunitense, l’attacco contro l’Iran è molto più impattante in quanto mette a serio rischio la sicurezza energetica del gigante asiatico. Le importazioni cinesi di petrolio dall’Iran pesano per il 13% del totale rispetto al 4% di quelle dal Venezuela. Inoltre, Teheran fornisce greggio alla Cina a prezzi scontati aggirando le sanzioni statunitensi attraverso rietichettature “petrolio misto malese”.
Energia
Sul fronte energetico Xi Jinping si troverà giocoforza costretto a stringere legami ancora più stretti con la Russia di Vladimir Putin, che già è la sua più grande fonte di greggio rappresentando il 20% delle importazioni, sul fronte delle armi finanziarie Pechino trova nella guerra in Iran un’ulteriore forte motivazione per premere sull’acceleratore nella “guerra fredda finanziaria” in atto ormai da anni.
Il lento ma costante allontanamento dal dollaro appare destinato a diventare ancora più convinto, convogliando di pari passo più risorse sull’oro come asset “cuscinetto” non soggetto a potenziali sanzioni o congelamenti in caso di escalation delle tensioni geopolitiche. Ormai da anni Pechino sta proseguendo nella strategia “Sell America”, sforbiciando la quota di debito americano in suo possesso. Un tempo il più grande finanziatore straniero del governo statunitense, dal 2013 in avanti la Cina ha silenziosamente invertito la rotta dimezzando le sue partecipazioni in titoli di Stato Usa. Gli ultimi dati disponibili parlano di circa 683 miliardi di dollari, con la fetta di debito a stelle e strisce in mano a Pechino scesa al 7,3%, il livello più basso dal 2001 e quattro volte inferiore rispetto al picco del 28,8% toccato a giugno 2011. Nell’arco di 15 anni le posizioni della Cina sui bond Usa sono diminuite di circa 627 miliardi di dollari.
Niente scossoni
Lo scoppio del conflitto iraniano ha implicato a stretto giro l’assottigliamento dell’esposizione al debito nell’area del Golfo da parte delle società finanziarie cinesi, cedendo bond di Arabia Saudita, Emirati Arabi e del colosso petrolifero Saudi Aramco. Difficile invece immaginarsi un’accelerazione repentina delle vendite di Treasury, anche se qualche settimana prima dell’inizio della guerra le autorità cinesi si erano mosse invitando le banche locali a ridurre l’entità dei bond statunitensi detenuti (circa 298 miliardi di dollari secondo gli ultimi dati Bloomberg); pressing motivato ufficialmente dalla necessità di ridurre i rischi di volatilità e concentrazione nel debito statunitense. Anche a detta di Giacomo Calef, country head Italia di NS Partners, è più che plausibile aspettarsi che Pechino prosegua nella graduale diversificazione delle proprie riserve, riducendo con cautela l’esposizione ai titoli di Stato a stelle e strisce. «Nessuna mossa aggressiva, ma una strategia di gestione del rischio geopolitico e finanziario già avviata da tempo», spiega Calef che non ritiene scontato che la vendita di titoli di Stato Usa porti automaticamente a un forte aumento degli acquisti di oro. Il metallo giallo «resta uno strumento di riequilibrio strategico nel lungo periodo, ma Pechino tende a calibrare le scelte in funzione di liquidità, stabilità e flessibilità valutaria». Considerando che la Cina anche sul fronte energetico ha comunque le spalle abbastanza solide grazie a scorte e canali di approvvigionamento diversificati, Calef ritiene più che plausibile attendersi che «prudenza, gradualità e diversificazione» resteranno saldamente le linee guida della risposta cinese ai nuovi equilibri globali.
Al posto di Treasury la Cina sta riempiendo i suoi forzieri di oro. A gennaio, la banca centrale cinese ha acquistato 1 tonnellata d’oro, segnando il suo quindicesimo mese consecutivo di acquisti d’oro e rafforzando lo scudo patrimoniale meno esposto a decisioni politiche di altri paesi. Come detto non è una fuga dal dollaro, ma un riposizionamento tattico che riduce la dipendenza da Washington, più autonomia in un contesto in cui le tensioni geopolitiche si riflettono su energia, valute e mercati obbligazionari. «Non si tratta di vendite reattive, ma di un’allocazione intelligente verso lo yuan, l’oro e gli asset in euro che meglio si adattano alla resilienza economica a lungo termine della Cina», asserisce a Moneta Xiaolin Chen, head of international di KraneShares, che rimarca come un ritmo controllato di riduzione delle riserve in asset statunitensi eviti turbolenze finanziarie, anche perché sul mercato non mancano acquirenti – a partire da Giappone ed Europa – pronti ad assorbire le vendite di titoli Usa da parte della Cina – e di altri giganti emergenti quali India e Brasile – mantenendo quindi stabili i rendimenti statunitensi.
Uno smobilizzo graduale quindi, anche per evitare che la vendita massiccia di Treasury inneschi un calo del biglietto verde, non gradito a Pechino in quanto andrebbe ad agire da assist alle esportazioni statunitensi rispetto a quelle del Dragone. «Lungi dall’essere un boomerang – prosegue l’esperta – questo è il modo in cui la Cina converte il rumore geopolitico in un bilancio più forte e più sovrano, posizionandosi come un player stabile in tempi incerti». E c’è da scommetterci che le aziende cinese saranno subito in prima linea nel momento in cui a Teheran dovesse emergere un nuovo assetto politico e si trovasse terreno fertile per la ricostruzione, senza aver pagato il prezzo della guerra.
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