La tensione internazionale accelera il riarmo della Cina, che punta a un esercito sempre più connesso: droni, intelligenza artificiale, veicoli che si guidano da soli. Una necessità per colmare il gap con gli Stati Uniti, ma anche un modo per cercare di aggirare uno dei suoi principali punti deboli, ovvero la mancanza di esperienza sul campo di generali e ufficiali. Un cambio di passo che per molti esperti sarebbe l’antipasto dell’invasione di Taiwan, che secondo l’esercito Usa Pechino pianifica per il 2027.
Finanziamenti su del 7%
Solo per il 2026, Pechino ha previsto un aumento della spesa militare del 7%, che salirà a circa 1,90 trilioni di yuan (pari a circa 238 miliardi di euro). Ma la strategia non si basa solo sui soldi, visto che dall’inizio dell’anno sono in corso una serie di purghe che stanno rivoluzionando i vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione (Pla), fra generali che scompaiono dalla scena pubblica e l’annuncio di indagini per “gravi violazioni”.
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Per accelerare la modernizzazione militare, Pechino ha incoraggiato l’Esercito Popolare di Liberazione e i conglomerati statali della difesa a collaborare più strettamente con il settore civile attraverso la strategia di fusione militare-civile. Favorendo un coordinamento più stretto tra il settore della difesa e quello civile, i leader cinesi ritengono che il Pla possa eguagliare e, alla fine, superare le capacità militari degli Stati Uniti.
La centralità dell’IA
In questo quadro, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per usi bellici ha un ruolo sempre più fondamentale: come dimostra la guerra in Iran i conflitti del futuro si giocheranno sempre più sulla potenza di fuoco dell’algoritmo, che ha scatenato attacchi su una scala finora impensabile.

Lo sviluppo dell’IA per scopi bellici, però, costituisce un potenziale tallone d’Achille per la Cina, visto il bando imposto dagli Stati Uniti sull’export di chip e sulle aziende militari che tradizionalmente riforniscono l’esercito. Ecco quindi che Xi Jinping ha cambiato strategia in modo da aggirare il blocco.
Lo studio
Come dimostra uno studio del centro di ricerca Cset della Georgetown university, “per accelerare la modernizzazione militare, Pechino ha incoraggiato l’Esercito Popolare di Liberazione (Pla) e i conglomerati statali della difesa a collaborare più strettamente con il settore civile attraverso la strategia di fusione militare-civile”.
Lo studio si basa sull’analisi di 2,857 contratti collegati all’IA assegnati dal Pla fra gennaio 2023 e dicembre 2024. E quello che si scopre indica chiaramente il cambio di strategia: “Il dataset rivela che una nuova classe emergente di imprese e università sembra svolgere un ruolo significativo negli appalti militari cinesi legati all’IA. Quasi tre quarti delle 338 entità analizzate in questo rapporto sono fornitori non tradizionali (Ntv), cioè aziende senza legami dichiarati di proprietà statale.

Gli Ntv hanno ottenuto 764 contratti, il numero più alto tra le tre categorie analizzate. La maggior parte di queste aziende è stata fondata relativamente di recente, con circa due terzi create dopo il 2010.
Sui loro siti web, gli Ntv sottolineano spesso la loro attenzione allo sviluppo di tecnologie a duplice uso (dual-use), indicando che queste imprese vedono sia il settore civile sia quello della difesa come opportunità di crescita.
Infine, il dataset mostra che alcuni istituti di ricerca, senza collegamenti ben documentati con il settore della difesa cinese, partecipano attivamente alle gare e ottengono contratti per fornire al Pla prodotti legati all’IA con chiare applicazioni militari”.
Pericolo sottovalutato
Ma perché la nuova strategia è così rischiosa per gli Usa? Perché nasconde un trucco per aggirare le sanzioni americane. Le aziende tradizionalmente non legate all’esercito cinese spesso hanno accesso a tecnologie e chip vietati a quelle che invece da sempre riforniscono il Pla.
Come spiega lo studio, “l’apparente diversificazione della base industriale della difesa cinese legata all’IA presenta diverse sfide. Innanzitutto, potrebbe complicare la capacità degli Stati Uniti di ostacolare la modernizzazione militare della Cina, limitando l’accesso di alcuni attori tradizionali della difesa a tecnologie e finanziamenti critici.
Inoltre, i nostri risultati potrebbero indicare che la Cina è riuscita, almeno in parte, a promuovere la concorrenza all’interno del suo settore della difesa, storicamente inefficiente”.

Ma ci sono anche altri pericoli: “Questa dinamica complica le procedure di due diligence degli Stati Uniti in materia di finanziamento della ricerca, concessione di licenze per l’esportazione e controllo degli investimenti in uscita.
La stragrande maggioranza degli Ntv e degli istituti di ricerca presenti nel dataset non è soggetta a sanzioni statunitensi. Man mano che i confini tra tecnologie civili e militari diventano sempre più sfumati, gli Stati Uniti dovranno affrontare difficili compromessi tra il mantenimento dell’apertura necessaria all’innovazione e la riduzione dei rischi per la sicurezza nazionale”.
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