Lo spettro di una inflazione di secondo livello si aggira sull’Europa, ma l’Italia presenta elementi di resilienza che Francia e Germania non hanno nella stessa misura. Una sorta di linea di difesa con cui far fronte a un eventuale shock dei prezzi e che potrebbe fare la differenza nei prossimi mesi.
La probabilità di una fase 2 per l’inflazione – quella in cui energia e materie prime si trasferiscono ai prezzi domestici, ai servizi e ai salari – è aumentata sensibilmente. E non tanto perchè l’indice complessivo dei prezzi sia tornato a livelli elevati sotto la spinta dell’energia, siamo infatti lontanissimi dal dato del 2022 quando i prezzi al consumo hanno registrato una crescita in media annua dell’8,1%, segnando l’aumento più ampio dal 1985.
Il vero elemento da osservare è un altro: la revisione al rialzo delle prospettive per l’inflazione di fondo, quella che esclude energia e alimentari e che quindi permette di capire meglio quanto uno shock esterno stia penetrando nel sistema economico. Le nuove proiezioni dello staff della Banca centrale europea indicano numeri da osservare attentamente: se l’inflazione complessiva è data al 3% nel 2026, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028, quella core, invece, è stimata al 2,5% nel 2026, al 2,6% nel 2027 e al 2,3% nel 2028. Il confronto con le precedenti stime di giugno è significativo: per il 2027 la previsione core è stata portata dal 2,5% al 2,6%, mentre per il 2028 è salita dal 2,2% al 2,3%.
Conti in ordine
In questo contesto, quali economie sono pronte? Roma, pur avendo uno dei debiti pubblici più elevati dell’Eurozona, ha costruito negli ultimi anni alcuni cuscinetti che oggi possono fare la differenza: una traiettoria dei conti pubblici più credibile, una maggiore diversificazione delle fonti energetiche, capacità di intervento fiscale sulle accise e, soprattutto, una percezione dei mercati che è cambiata profondamente. Negli ultimi anni il deficit italiano è progressivamente rientrato e la traiettoria di bilancio è diventata più prevedibile. Fitch ha confermato per l’Italia il rating BBB+ con outlook stabile, sottolineando la capacità del Paese di mantenere il consolidamento fiscale: per il 2026 l’agenzia ha previsto un deficit intorno al 2,9% del PIL. Quindi, se è vero che l’Italia non ha un bilancio pubblico leggero, ha però oggi una maggiore credibilità sulla traiettoria del deficit. «Miglioramento della performance fiscale, stabilità del quadro politico e una maggiore credibilità della programmazione pluriennale», sono alcuni degli aspetti messi in luce dall’agenzia di rating.
Una seconda linea di difesa può essere individuata nell’energia. L’Italia ha una vulnerabilità evidente: dipende molto dal gas e quest’ultimo pesa enormemente sulla formazione del prezzo dell’elettricità. Ma negli ultimi anni il Paese ha anche diversificato rapidamente le proprie fonti di approvvigionamento. E, non solo, a questo si sono aggiunti gli stoccaggi, che rappresentano una vera assicurazione contro gli shock di offerta. Come raccontato nel numero di Moneta del 5 settembre, l’Italia è al sicuro per l’inverno con riserve oltre l’84% che avvicinano, a giorni, l’obiettivo del 90% di riserve piene.
Non significa che l’Italia sia immune dall’aumento del gas. Al contrario: sarebbe sbagliato sostenerlo. Il Paese resta fortemente esposto al prezzo internazionale dell’energia. Ma grazie agli stoccaggi uno shock dell’offerta non si tradurrà automaticamente in una crisi di approvvigionamento. E questa distinzione, in una fase geopolitica estremamente instabile come quella attuale, vale oro ed è la migliore delle “assicurazioni di Stato”. Così come la possibilità, adottata in questi mesi, di ridurre temporaneamente la componente fiscale per interrompere una parte della catena di trasmissione dell’inflazione. Non è una politica gratuita e non può essere utilizzata indefinitamente. Ma in presenza di uno shock eccezionale può diventare uno strumento di stabilizzazione. Così vanno lette le mosse fiscali sui carburanti. Nel 2026 l’Italia ha già utilizzato più volte la leva delle accise per attenuare l’impatto dell’impennata dei prezzi alla pompa, con proroghe e riduzioni temporanee. Il costo complessivo delle misure ha superato i 2,6 miliardi di euro, ma è una scelta dal doppio effetto: da una parte riduce immediatamente il prezzo pagato da famiglie e imprese e dall’altra limita il trasferimento dello shock energetico nel resto dell’economia.
Se il gasolio aumenta violentemente, il problema non è soltanto il pieno dell’automobile. A salire sono anche i settori collaterali: trasporti, logistica, agricoltura, distribuzione e quindi i prezzi finali di un’enorme quantità di beni.
Insomma, a oggi l’Italia non è più la Cenerentola d’Europa. «A proposito di crescita economica, seppur in un contesto molto difficile e incerto, l’economia italiana regge bene e i dati dei primi sei mesi dell’anno potrebbero portare ad una crescita 2026 dell’1 per cento, in linea se non superiore a quella dell’area euro», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni consapevole che i mercati non stanno più trattando automaticamente l’Italia come il problema dell’Eurozona.
Parigi e Berlino arrancano
Anzi, il confronto si è rovesciato a sfavore della Francia. Parigi arriva in questo incerto contesto con una posizione fiscale molto più fragile. I cugini d’Oltralpe hanno appena dovuto ammettere che l’obiettivo di un deficit al 5% del PIL nel 2026 non è più raggiungibile. La crescita prevista è stata ridotta allo 0,5% e il costo del servizio del debito è salito a circa 65 miliardi di euro, diventando la voce più pesante del bilancio. Nel frattempo il premio di rendimento sui titoli francesi rispetto ai Bund tedeschi è salito ai massimi dal 2012. La Francia dispone di un rating sovrano più elevato dell’Italia, ma sta pagando un prezzo crescente per la propria politica fiscale
Non va meglio alla Germania, per anni Berlino è stata considerata il porto sicuro dell’Europa grazie alla solidità dei suoi conti pubblici. Ma oggi il modello tedesco è sotto pressione. La crescita è debole, l’industria è stata colpita dall’aumento dei costi energetici e dalla concorrenza internazionale, mentre il nuovo ciclo di spesa per difesa e infrastrutture sta facendo salire il fabbisogno finanziario dello Stato. Il risultato è che anche il Bund non è più il simbolo indiscusso della stabilità fiscale europea.
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