C’è un frammento cinematografico di quattro minuti, tornato virale su TikTok, che vale più di molti saggi di geopolitica. È una scena di W., discusso e discutibile film realizzato nel 2008 da Oliver Stone: un consiglio di guerra immaginario all’inizio del secolo, un George W. Bush seduto al tavolo di una Situation Room con i suoi falchi, mentre si discute non solo dell’Iraq ma dell’intera architettura del potere globale. Non è storia, ma è verosimiglianza. In un certo senso, è soprattutto rivelazione.
Certo, il film non fu accolto come tale. Una parte consistente della critica conservatrice lo liquidò come un pamphlet travestito da cinema, un atto d’accusa ideologico più che un tentativo di comprensione. A destra, si parlò apertamente di caricatura: un presidente ridotto a macchietta, uno staff trasformato in una congrega di falchi unidimensionali. Ma anche nel campo liberale – meno incline a difendere Bush ma più attento alle sfumature – emerse un disagio diverso: quello per un film giudicato troppo esplicito, troppo didascalico, incapace di restituire la complessità di un passaggio storico. Eppure è proprio in questa presunta rozzezza che sta la sua forza: Stone non costruisce un trattato, ma scolpisce una traiettoria. Perché in quella sequenza si delinea, con brutale semplicità, un’idea che attraversa la politica americana da più di mezzo secolo: il controllo dell’Eurasia, e in particolare dell’Iran, come chiave dell’egemonia energetica e strategica mondiale. Altro che improvvisazione trumpiana. Qui siamo davanti a una linea di continuità profonda, bipartisan, quasi antropologica.
Perno
L’Iran, in questo schema, non è un nemico tra gli altri, non è solo la fucina di terroristi che conosciamo. È il perno. È il nodo attraverso cui passa una quota decisiva del petrolio globale, è il guardiano dello Stretto di Hormuz, è il crocevia tra Medio Oriente, Asia centrale e subcontinente indiano. Pensare che Washington, soprattutto da Jimmy Carter in poi, non abbia avuto come obiettivo implicito il contenimento – se non la neutralizzazione – di Teheran, significa non capire nulla della logica imperiale americana. L’Iraq di Saddam Hussein nel 1991 fu il primo tassello, l’Afghanistan un corridoio, le primavere arabe un tentativo maldestro di ristrutturazione, il Venezuela una prova generale. Donald Trump non inventa nulla: semmai radicalizza, brutalizza, rende esplicito ciò che altri presidenti suoi predecessori avevano mascherato sotto il linguaggio multilaterale. Ma l’obiettivo è tentare di chiudere un capitolo.
Contraddizione liberale
Ed è qui che si apre la contraddizione, tutta interna a una lettura liberale di destra. Perché il trumpismo economico – quello dei dazi, delle minacce commerciali, delle sanzioni usate come clava – rompe con l’ordine liberale costruito dagli stessi Stati Uniti. Il libero scambio non è un vezzo ideologico: è uno strumento di potenza. Smontarlo significa indebolire le catene del valore che hanno garantito all’America un primato senza precedenti. Secondo l’economista Tommaso Monacelli, collaboratore della Voce.it, i dazi sono una tassa occulta che cade soprattutto sui cittadini americani, una distorsione che protegge inefficienze e punisce innovazione. Peggio ancora, introducono un elemento di imprevedibilità che i mercati non tollerano. Il capitale, per sua natura, fugge dall’arbitrio: lo hanno dimostrato i crolli di Borsa e le impennate di recupero ogni volta che la sbandata veniva corretta.
Decisionismo erratico
E Trump, con il suo decisionismo erratico, più che irritante, ha spesso trasformato la politica economica – anche i suoi più forti estimatori lo ammettono – in una sequenza di shock. Ma liquidarlo come un incidente della storia sarebbe un errore speculare. Perché, sotto la scorza protezionista, c’è una intuizione che molti liberali hanno a lungo rimosso: la globalizzazione non è neutrale, e soprattutto non è gratuita. Giulio Tremonti si è fatto portatore di questa lettura critica. La globalizzazione ha infatti prodotto vincitori e vinti, ha eroso classi medie, ha consegnato a potenze rivali leve strategiche fondamentali. La dipendenza industriale dalla Cina, la fragilità delle filiere e delle supply chain, la vulnerabilità energetica: sono problemi reali. Trump li ha affrontati con strumenti rozzi, spesso controproducenti, ma li ha messi al centro del dibattito. In questo senso, è stato più sintomo che causa.
Pulsioni diverse
Il punto, allora, non è difendere o demolire Trump. È capire che l’America, da almeno cinquant’anni, oscilla tra due pulsioni: quella liberale, fondata su regole, mercati aperti e alleanze stabili; e quella imperiale, che punta al controllo diretto o indiretto dei nodi strategici del pianeta. L’Iran, in questa dialettica, resta l’ossessione permanente. Cambiano i presidenti, cambia il linguaggio, cambiano gli strumenti – dalle guerre tradizionali alle sanzioni finanziarie – ma l’obiettivo di fondo resta sorprendentemente stabile. Trump ha semplicemente tolto il velo, mostrando il volto nudo della potenza. Un volto che molti, in Occidente, fingono ancora di non riconoscere.
Brutale chiarezza
Ed è in questo scenario che la cronaca irrompe a confermare ciò che è nato come una finzione. Nella notte di mercoledì 7 aprile, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo preliminare per una tregua di due settimane, legata alla riapertura dello Stretto di Hormuz – riapertura completa che avverrà sotto condizioni e con forme di controllo e pedaggio concordate tra le parti. Non è la fine del conflitto, né una stabilizzazione definitiva: un grande esperto di petrolio come Paolo Scaroni dubita che si arriverà entro breve a una nuova stabilità dei prezzi. Ma quell’accordo contiene anche elementi rivelatori: la dimostrazione plastica che l’oggetto della contesa non è mai stato soltanto l’arricchimento del nucleare o la sicurezza regionale o l’idea di sferrare un colpo di maglio ai finanziatori del terrorismo islamico, ma è anche e soprattutto il controllo di quel passaggio obbligato attraverso cui scorre una quota decisiva della potenza globale. In altre parole, esattamente ciò che quel frammento di cinema – giudicato rozzo, ideologico, eccessivo e probabilmente non a torto – aveva già mostrato con brutale chiarezza.
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