Le proteste degli agricoltori europei cominciano a fare breccia nelle istituzioni comunitarie con la Commissione europea che è arrivata a varare una task force per rafforzare la capacità Ue di garantire che le importazioni alimentari extracomunitarie rispettino le norme imposte da Bruxelles ai produttori comunitari. «Sia che il cibo provenga da vicino o da tutto il mondo, la regola è la stessa: qualsiasi prodotto che entra nell’Unione deve soddisfare i nostri standard, senza eccezioni. Ciò è essenziale per i cittadini e per gli agricoltori, che si aspettano una concorrenza leale», ha affermato Olivér Várhelyi, commissario per la Salute e il benessere degli animali. «La task force serve a verificare che ognuno faccia il proprio dovere, anche come Stati nazionali a cui è attribuita la facoltà dei controlli nelle vie di accesso», ha commentato il ministro per l’Agricoltura, la Sovranità alimentare e le Foreste, Francesco Lollobrigida. Il ministro ha aggiunto che «in Europa non deve entrare nulla che non corrisponda agli standard imposti ad agricoltori, allevatori, pescatori europei». Questo perché «sono costretti spesso ad avere una concorrenza di prodotti che hanno un prezzo inferiore non perché c’è una maggiore efficienza dell’impresa a monte, ma semplicemente perché non rispettano le regole che noi stessi ci siamo dati. L’Italia deve condizionare l’Europa e per questo insieme al ministero degli Esteri e dell’Economia come governo abbiamo candidato la nostra nazione a ospitare l’autorità doganale sui controlli perché riteniamo vantaggioso il nostro modello di controllo».
Coldiretti
Coldiretti, la principale organizzazione agricola in Italia e in Europa, incassa il risultato ma non ferma la mobilitazione da Bruxelles alle principali città italiane con decine di migliaia di agricoltori associati. Dalla carne congelata trattata con ormoni e antibiotici al riso coltivato con pesticidi vietati, Coldiretti chiede infatti un deciso rafforzamento dei controlli su tutti i prodotti alimentari provenienti da Paesi extra Ue con l’obiettivo di tutelare la salute dei consumatori e difendere il reddito degli agricoltori italiani, messi sotto pressione da una concorrenza sleale che appare incredibilmente favorita dall’Unione Europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen. «Oggi i controlli sulle merci agroalimentari extra Ue si fermano mediamente al 3%», afferma la Coldiretti. Un dato che preoccupa, soprattutto alla luce dei risultati: nel 2025 sono stati registrati 230 allarmi alimentari dal sistema di allerta rapida dell’Unione Europea (Rasff), legati alla presenza di residui di pesticidi vietati, microrganismi patogeni, micotossine, metalli pesanti, diossine e additivi proibiti. Il mancato rispetto del principio di reciprocità rappresenta una forma di concorrenza sleale verso le imprese agroalimentari italiane ed europee, con potenziali rischi anche per la salute dei consumatori. Basti pensare, denunciano gli agricoltori, all’uso nei Paesi sudamericani degli antibiotici e di altre sostanze come promotori della crescita negli allevamenti, o al massiccio impiego di pesticidi vietati da anni in Europa. Vale anche la pena ricordare che, a causa dei pochi controlli, la Xylella fastidiosa è giunta nel Salento dal Sud America, con piante infette passando attraverso le rotte commerciali europee, in particolare il porto di Rotterdam, un vero colabrodo.
Cambio di rotta
Il cambio di rotta a livello europeo sembra però confermato dall’ultimo accordo di libero scambio tra Unione Europea e India nel quale carne bovina, latte e zucchero sono stati considerati settori sensibili e sono stati esclusi da una significativa liberalizzazione, mantenendo i dazi attuali. Questa decisione mira a tutelare i mercati interni europei da potenziali effetti destabilizzanti, proteggendo la zootecnia e i produttori. Un segnale di attenzione che però non basta alla Coldiretti che alza il tiro e chiede una norma europea che renda obbligatoria l’etichetta d’origine su tutti i prodotti alimentari commercializzati nell’Unione per dare la possibilità di scelta ai cittadini. Il lavoro delle imprese agricole- spiega l’organizzazione guidata da Ettore Prandini – si tutela anche attraverso la riforma dell’attuale codice doganale, che consente autentici inganni commerciali grazie alla regola dell’ultima trasformazione sostanziale. Un segnale importante è venuto nell’ultimo consiglio dei ministri Agricoli della Ue dove un gruppo di Paesi ha chiesto una maggiore trasparenza sull’etichetta di origine.

È bene ricordare che sulla trasparenza delle informazioni relative alla provenienza degli alimenti l’Italia è leader europeo. Nel nostro Paese infatti è in vigore da un decennio l’obbligo di indicare la provenienza dei prodotti in vendita, dal latte alla passata di pomodoro, dai formaggi ai salumi fino a riso e pasta grazie a decreti interministeriali prorogati nell’ultimo anno da Lollobrigida. Un passo avanti rispetto all’Unione Europea dove il percorso di trasparenza è iniziato dalla carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza nel 2002, mentre dal 2003 è d’obbligo indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca. Dal primo gennaio 2004 c’è il codice di identificazione per le uova e, a partire dal primo agosto 2004, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto. L’etichettatura di origine dell’olio vergine ed extravergine è disciplinata dai regolamenti Ue 2104 e 2105 del 2022 E più recentemente è scattata la super etichetta con l’indicazione del Paese di origine per diversi prodotti come frutta e verdura in busta, noci, mandorle, nocciole e altri frutti sgusciati, agrumi secchi, fichi secchi e uva secca, funghi non coltivati.
sugli scaffali
Il risultato è che il paniere dei prodotti alimentari che sugli scaffali devono indicare obbligatoriamente in etichetta l’origine della materia prima impiegata riguarda in Italia circa 4/5 della spesa, ma non è cosi nell’Ue. Inoltre l’origine, anche nel nostro Paese, resta sconosciuta in diversi casi, dai succhi di frutta ai legumi in scatola, dal pane ai biscotti fino ai surgelati, senza dimenticare l’esigenza di arrivare anche nei ristoranti a indicare la provenienza della carne e del pesce serviti a tavola.
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