Non c’è nulla di ingenuo in ciò che sta accadendo all’industria europea. C’è piuttosto una convergenza di interessi, silenzi e convenienze che Bruxelles continua a chiamare “mercato”, mentre altri – con maggiore lucidità – lo chiamano “controllo”. I gruppi cinesi sbarcati nel Vecchio Continente in questi mesi, non stanno conquistando l’Europa con colpi di mano: stanno acquistando ciò che l’Europa ha deciso di non difendere, approfittando di un sistema che predica apertura, ma fa ben poco per ottenere reciprocità. Dopo anni di pausa, Pechino ha riaperto il portafoglio in modo selettivo e strategico: non investimenti casuali, non operazioni finanziarie neutre, ma acquisizioni mirate di marchi, tecnologie e nodi chiave delle filiere produttive europee. E mentre la Cina compra con una visione di lungo periodo, Bruxelles continua a rifugiarsi nella retorica della neutralità del mercato, come se capitale, controllo e sovranità fossero concetti astratti e non leve di potere reale.
Equilibri industriali
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Europa discute di regole mentre altri riscrivono equilibri industriali. E quando finalmente reagisce, lo fa sempre troppo tardi, con strumenti difensivi e linguaggio burocratico, mentre le decisioni strategiche sono già state prese altrove. L’ultimo segnale è arrivato pochi giorni fa, quando Anta Sports ha messo le mani sul 29% della tedesca Puma, diventandone il primo azionista. Nessuna Opa, nessuna bandiera rossa. Tutto formalmente legale. Ma chi comanda davvero quando il socio di riferimento siede a Pechino e non a Herzogenaurach?
Copione chiaro
Nel 2025 il copione era già chiaro. La cinese JD.com ha tentato l’assalto a Ceconomy, cuore della distribuzione europea di elettronica. HongShan Capital è entrata nel capitale di Golden Goose, icona del made in Italy trasformata in asset finanziario globale. Luxshare ha preso il controllo di Leoni, snodo cruciale della componentistica automotive tedesca. Operazioni diverse, miliardi che si spostano, un’unica direzione: spostare baricentro, governance e strategia fuori dall’Europa.
Bruxelles
E Bruxelles? Bruxelles osserva. Sempre un passo dopo. Perché il problema non è che la Cina investa; il problema è che l’Europa non sceglie, non distingue, non condiziona. Accetta capitali come fossero tutti uguali, come se arrivassero da economie che giocano con le stesse regole. Non è così. Non lo è mai stato. La Cina non compra per diversificare il portafoglio. Compra per controllare filiere, acquisire know-how, presidiare mercati finali. Lo fa con pazienza strategica, mentre noi rispondiamo con regolamenti difensivi scritti in burocratese difficilmente applicabili.
Il paradosso
Il paradosso è che gli strumenti per frenare questo arrembaggio esistono. Screening sugli investimenti esteri, antitrust, golden power nazionali. Ma Bruxelles li usa come estintori, non come architettura industriale. Interviene quando il fuoco è già alto, mai prima che divampi. L’unica vera eccezione è stata l’Italia. E qui va detto chiaramente. Nel caso Pirelli-Sinochem, Roma ha fatto ciò che Bruxelles non riesce nemmeno a concepire: ha deciso. Ha attivato uno dei golden power più rigidi d’Europa, impedendo la cinesizzazione definitiva di un gruppo strategico, limitando la governance del socio asiatico, bloccando il controllo su tecnologie sensibili, difendendo l’accesso al mercato americano.
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Una scelta dura, ma necessaria. E soprattutto politica, nel senso alto del termine. La reazione europea? Imbarazzata. Silenziosa. Quasi infastidita. Perché ogni volta che uno Stato prova a difendere davvero i propri asset, a Bruxelles scatta l’allarme: «Attenzione al mercato», «Attenzione alla concorrenza», «Attenzione agli investitori». Verso gli interessi strategici, invece, attenzione zero.
Intanto alcuni Paesi giocano una partita tutta loro. Ungheria in testa, ma non solo. Incentivi, corsie preferenziali, controlli blandi. Fabbriche di batterie, impianti automotive, joint venture opache. Tutto pur di portare a casa investimenti a breve termine, anche se questo significa bucare la linea comune europea e creare dipendenze industriali irreversibili. È il dumping geopolitico interno all’Unione. E Bruxelles lo tollera.
Settori chiave
La conclusione? L’Europa soffre carenze produttive in settori chiave – batterie, elettronica, materiali avanzati – e invece di ricostruire capacità industriale autonoma, vende ciò che resta a chi quelle capacità le ha già. Poi ci stupiamo se le catene del valore si spostano, se le decisioni strategiche vengono prese altrove, se l’industria europea diventa subfornitore di se stessa. Il problema non è la Cina. La Cina fa la Cina. Il problema è un’Europa che continua a fare la spettatrice morale di un gioco industriale spietato. Bruxelles parla di autonomia strategica o di sovranità come se fosse a un convegno. Ma l’autonomia e la sovranità non si dichiarano: si esercitano. Con vincoli, condizioni, scelte selettive. Con la capacità di dire sì, ma soprattutto di dire no. Finché l’Unione continuerà a confondere apertura con resa, regolazione con visione, mercato con controllo, il risultato sarà uno solo: un continente ricco di marchi, povero di potere, e privo di futuro industriale. Il Dragone non ruba nulla. Compra ciò che gli viene venduto. Il vero scandalo è che Bruxelles continui a fare finta di non vedere il cartellino del prezzo.
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