L’ultima supplica ha il suono di una resa: lo Stato si prenda tutto, subito, senza più rinvii, ha invocato il presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, in visita agli impianti dell’ex Ilva di Taranto. È la fotografia più nitida del fallimento di una serie di procedure di vendita costruite male e gestite peggio, diventate nel tempo un labirinto in cui si sono persi credibilità, investitori e senso industriale. Ma attenzione: trasformare lo Stato nell’acquirente di ultima istanza non può essere l’alibi di chi non è stato capace di adeguarsi al mercato. Può essere, semmai, l’estrema ratio. Non la soluzione ideale. Perché uno Stato che per tredici anni non è riuscito a garantire certezza delle regole, stabilità normativa e coerenza amministrativa, facendosi ricattare di volta in volta da pubblici ministeri, sindacati e forse dal territorio, difficilmente può improvvisarsi imprenditore efficiente senza prima cambiare pelle.
Eppure, nel caos attuale, una linea razionale sembrerebbe esistere. Esiste un’offerta strutturata, riconducibile al gruppo americano Flacks Group, che ha presentato numeri, impegni e una prospettiva industriale apparentemente concreta. Ma è proprio su questo “apparentemente” che occorre esercitare la massima cautela. Perché, di là dell’impianto formale, restano forti interrogativi sulla solidità finanziaria dell’operazione: l’assenza di istituti bancari disposti a fornire garanzie in un contesto industriale così fragile è un segnale che non può essere ignorato. In altre parole, una proposta può anche apparire interessante sul piano industriale, ma senza coperture finanziarie certe rischia di trasformarsi nell’ennesima promessa destinata a infrangersi nel giro di pochi anni. A fronte di questo, la ricomparsa di manifestazioni d’interesse al momento inconsistenti – fogli senza sostanza, privi di piano industriale e copertura finanziaria – è il segno più evidente che anche l’ultimo bando, pur essendo stato organizzato da stimati professionisti, contiene una leggerezza imperdonabile. Si è arrivati al punto che chi non offre nulla può rallentare chi offre qualcosa. Non è concorrenza, ma per come si è presentato somiglia più a un sabotaggio procedurale. E allora il discrimine deve essere netto: pochi interlocutori, solidi, verificabili. Garanzie finanziarie inattaccabili, impegni vincolanti su occupazione e investimenti, responsabilità chiare nel tempo. Chi non è in grado di sostenerli, fuori. Senza ambiguità. Tanto più che, in una situazione così compromessa, lo Stato ha il dovere di esibire il massimo livello di rigidità proprio per evitare di trovarsi, ancora una volta, a gestire le conseguenze di promesse non mantenute.
In questo quadro, è fatale che la tentazione della nazionalizzazione torni. Anche chi scrive non l’ha esclusa in linea di principio. Ma mai si è privilegiato l’intervento pubblico a quello privato, ove esistono le condizioni. Il punto, però, è che il disastro dell’ex Ilva non nasce oggi e non nasce solo da procedure sbagliate. È il prodotto di una lunga catena di responsabilità diffuse, spesso rimosse o raccontate in modo parziale. A cominciare dal territorio. Il Comune di Taranto ha consentito negli anni un’espansione urbanistica che ha eroso le fasce di rispetto attorno agli impianti industriali, violando una delle regole più elementari della pianificazione. Si è costruito dove non si doveva costruire, avvicinando la città alla fabbrica invece di mantenere le distanze. E tutto questo nel silenzio – quando non nella complicità – di chi oggi invoca emergenze sanitarie come se fossero piovute dal cielo. Dov’erano allora i custodi dell’ortodossia ambientale? Dov’erano le Procure? Perché nessuno ha bloccato quell’espansione urbanistica? Il conflitto tra città e fabbrica è stato lasciato incancrenire fino a diventare una bomba sociale. Eppure nel dibattito pubblico continua a dominare una narrazione semplice e comoda: acciaio uguale morte.
E che dire della Regione Puglia, guidata da Michele Emiliano, che ha poi trasformato la vicenda in un campo di battaglia politico permanente? Ricorsi, controricorsi, conflitti istituzionali continui: una strategia più orientata al consenso che alla soluzione. Il risultato è stato quello di aumentare l’incertezza per qualsiasi investitore, rendendo l’impianto sempre meno appetibile e sempre più fragile. In parallelo, il ruolo dei Tribunali – tra Taranto e Milano – ha inciso in modo determinante. Sequestri, prescrizioni, interventi continui di ineffabili pm hanno di fatto reso impossibile qualsiasi pianificazione industriale di lungo periodo. Qui non è in discussione il diritto alla tutela della salute. Ma è legittimo interrogarsi sull’accanimento con cui, per oltre un decennio, si è intervenuti senza una valutazione equilibrata delle conseguenze economiche e sociali.
A questo si aggiunge un altro elemento rimosso dal dibattito pubblico: la selezione delle evidenze scientifiche. Per anni si è costruita una narrazione univoca sulla pericolosità sanitaria dell’area, spesso senza dare spazio a valutazioni differenti. Eppure esistono studi, come quelli richiamati dal professor Alfonso Cristaudo dell’Università di Pisa, che offrono letture più articolate, evidenziando come alcuni indicatori di rischio risultino oggi in linea o inferiori rispetto ad altre realtà urbane. Non verità assolute, certo. Ma elementi che avrebbero meritato di entrare nel confronto, invece di essere sistematicamente ignorati. Quando la scienza diventa selettiva, smette di essere scienza e diventa strumento.
Nel frattempo, mentre politica, tribunali e istituzioni locali si rimpallano responsabilità, l’impianto si spegne. Il mancato dissequestro dell’altoforno AFO1 continua a comprimere la capacità produttiva, mentre le sentenze incombono fino a prospettare scenari estremi di fermata dell’area a caldo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: produzione in calo, perdite crescenti, credibilità industriale evaporata. E con essa il rischio concreto di perdere l’ultima grande acciaieria a ciclo integrale del Paese. Taranto non è una vertenza locale. È un nodo strategico della filiera industriale italiana: acciai piani per automotive, elettrodomestici, cantieristica, meccanica. Senza quella produzione, l’Italia diventa strutturalmente dipendente dall’estero proprio mentre l’Europa parla di autonomia strategica. È una contraddizione che sfiora il paradosso.
Per questo la scelta non può più essere rinviata. O si seleziona con rigore un investitore vero, imponendo condizioni ferree e verificabili, oppure si imbocca la strada dell’intervento pubblico, ma con la consapevolezza dei costi e dei rischi. Quello che non è più tollerabile è la zona grigia attuale: bandi scritti male, offerte dubbie, contenziosi infiniti e responsabilità diffuse che nessuno paga. Se si continua così, la decisione verrà presa dal mercato, non dalla politica. E a quel punto non ci sarà più nulla da salvare.
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