Vogliono “congelare” il mercato, mettere in ibernazione gli investimenti e assiderare l’occupazione. L’effetto boomerang è assicurato, pronto ad abbattersi su uno dei settori chiave per l’Italia e per l’Europa: quello dell’innovazione. Con una lettera del 6 ottobre scorso, Paesi Bassi, Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Lettonia, Slovenia e Spagna hanno chiesto alla Commissione Europea una svolta fortemente restrittiva nella revisione della Direttiva Europea sui Prodotti del Tabacco (TPD). La congrega degli otto ha in sostanza richiesto un vero e proprio “market freeze” per impedire l’ingresso sul mercato di nuovi prodotti contenenti nicotina e di nuovi dispositivi per il loro consumo. Una proposta miope che nasconde un paradosso in realtà piuttosto macroscopico. Le tradizionali sigarette combustibili resterebbero infatti legalmente disponibili, mentre l’innovazione futura verrebbe vietata prima ancora di poter essere valutata.
Il pacchetto proibizionista include restrizioni indiscriminate sugli aromi, tetti alla nicotina, packaging neutro, più potere di divieto nazionale sulle nicotine pouches e nuove strette su vendite e comunicazione. Si sceglie così di vietare il futuro invece di gestirlo: in questo modo, un prodotto verrebbe escluso non per evidenze scientifiche o per un comprovato rischio, ma solo perché “nuovo”. Se questa logica fosse prevalsa nel 2014, molte alternative senza combustione non avrebbero mai visto la luce, forzando i fumatori europei a restare legati al fumo convenzionale. Che notoriamente presenta diversi fattori di rischio. Peraltro, si tratterebbe di un ribaltamento rispetto all’attuale quadro Ue, basato sulla distinzione tra prodotti con e senza combustione, che finirebbe col penalizzare i fumatori adulti passati ad alternative ad esposizione ridotta.
Se proteggere i minori con regole severe su vendite, pubblicità e sicurezza è fondamentale, è altrettanto giusto che i consumatori adulti abbiano la libertà di scegliere tra le varie opzioni sul mercato. In particolare, l’impeto proibizionista evidenzia il paradosso olandese. I Paesi Bassi hanno storicamente adottato, su fenomeni complessi come cannabis e prostituzione tra adulti consenzienti, modelli fondati su regolamentazione, controllo e gestione del rischio anziché sulla sola proibizione. È quindi singolare che proprio l’Aia promuova sui prodotti alla nicotina una logica opposta: vietare preventivamente ciò che ancora non esiste.
L’Italia, ancora una volta, rischia di pagare il prezzo più caro. Il nostro Paese rappresenta infatti il principale polo europeo della filiera dei prodotti innovativi e senza combustione. Nel 2023 il comparto ha garantito 29,6 miliardi di euro di Pil nazionale, 186.200 posti di lavoro e 15,7 miliardi di gettito (accise e Iva), con un export annuo di 2 miliardi. A livello UE, S&P Global stima la filiera a 194,5 miliardi di PIL e oltre 1,5 milioni di occupati. Il “market freeze” colpirebbe duramente investimenti, lavoro qualificato ed export, rispondendo ancora una volta alle richieste di competitività delle imprese con una scure draconiana. Nulla di diverso rispetto a quanto già accaduto con la transizione green.
Ritorna così l’allarme già vissuto lo scorso novembre a Ginevra alla COP11 dell’OMS, dove il mancato accordo tra gli Stati (con l’opposizione dell’Italia) impedì una posizione Ue comune su misure analoghe. Ora la lettera degli otto riapre la strada alle opzioni più restrittive. La partita, dunque, entra ora nel vivo. Dopo la valutazione normativo del 2 aprile scorso e la consultazione pubblica chiusa il 14 agosto (con oltre 120.000 contributi da tutta Europa, Italia in testa, per la gran parte contrari alle strette), la Commissione presenterà la proposta legislativa entro la fine del 2026.
In quel momento si capirà se a prevalere sarà la regolamentazione differenziata o il “market freeze”, prima del negoziato finale al Parlamento e al Consiglio UE, dove l’Italia avrà un ruolo determinante.
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