L’IA continua la sua corsa e si moltiplicano le profezie, più o meno ottimiste, su come cambierà i destini dell’umanità. Ma mentre si magnifica il sol dell’avvenire, l’intelligenza artificiale rischia di impantanarsi per la mancanza di energia: i data center necessari a farla funzionare infatti non sono mai sazi. Secondo Goldman Sachs, il loro fabbisogno di elettricità crescerà del 160% entro il 2030. Basti pensare a un paradosso: a Santa Clara, nel cuore della Silicon Valley e vicino alla sede del colosso dei chip Nvidia, due grandi data center sono rimasti inattivi perché non è possibile alimentarli.
La scarsità non riguarda solo l’energia: manca anche l’acqua necessaria per raffreddarli. Nel 2025, secondo Mordor Intelligence, le forniture idriche potabili hanno rappresentato il 56,12% dei consumi totali dei data center. Entro il 2050, un report di S&P global prevede che circa il 45% dei data center a livello globale si troverà in una condizione di elevata esposizione allo stress idrico, rispetto al 43% del 2020. Gli Stati più a rischio sono i Paesi del Medio Oriente, Belgio, Grecia, Spagna, Cile, Messico e Perù. Singapore, per non far esplodere il bubbone, ha imposto ai data center temperature più alte rispetto alla media, creando un nuovo standard “green”.

Ma le soluzioni escogitate finora ricordano un cerottino applicato su una ferita infetta. La Terra, semplicemente, potrebbe non essere abbastanza e così Cina e Stati Uniti hanno iniziato a puntare allo Spazio e agli abissi. Nuove frontiere che aprono un’ennesima trincea nella guerra fredda dell’innovazione.
Come al solito, quando si parla di progetti avveniristici, a guidare le danze è Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo (e il primo a valere più di 800 miliardi di dollari) da tempo sostiene che il futuro dei data center è in orbita: una soluzione che permetterebbe di sfruttare l’energia solare per alimentarli e le basse temperature per raffreddarli. A fine gennaio, a Davos, aveva ribadito: «Il posto meno costoso per mettere l’IA sarà lo spazio e questo sarà vero entro due anni. Forse tre al massimo». Dalle parole ai fatti: pochi giorni fa il suo colosso SpaceX ha comprato xAi, la startup di intelligenza artificiale sempre controllata da Musk, dando vita a un campione da 1,25 trilioni di dollari. Le nozze sono soltanto l’antipasto della maxi quotazione che avverrà a giugno, con cui SpaceX punta a raccogliere 50 miliardi.
Costellazioni di satelliti
La nuova società darà vita «al più ambizioso motore di innovazione verticalmente integrato sulla Terra (e non solo), unendo intelligenza artificiale, razzi, internet spaziale, comunicazioni dirette verso dispositivi mobili e la piattaforma di informazione e libertà di parola più avanzata al mondo», spiegava una nota del gruppo che sottolineava anche: «Gli attuali progressi nell’intelligenza artificiale dipendono da grandi data center terrestri, che richiedono enormi quantità di energia e raffreddamento. La domanda globale di elettricità per l’intelligenza artificiale semplicemente non può essere soddisfatta con soluzioni terrestri, nemmeno nel breve termine, senza imporre difficoltà alle comunità e all’ambiente. A lungo termine, l’intelligenza artificiale basata sullo spazio è ovviamente l’unica via per crescere». L’obiettivo è «il lancio di una costellazione di un milione di satelliti che operano come data center orbitali».

E se Musk corre, i concorrenti non stanno certo a guardare: Google ha lanciato il programma Suncatcher per testare in laboratorio i data center spaziali. L’idea è quella di creare una costellazione di satelliti alimentati a energia solare e dotati di Google Tensor Processing Unit, chip che offrono prestazioni elevate con consumi ridotti. I satelliti, volando in formazione stretta, manterrebbero comunicazioni a banda ultralarga e bassa latenza trasmettendo dati attraverso fasci di luce e quindi senza cavi, fibre o altri supporti fisici. Progetti simili vengono portati avanti anche dalla startup americana Starcloud, parte del programma Nvidia Inception, da Blue Origin di Jeff Bezos e dalla texana Axiom.
Gli Usa però sentono il fiato sul collo della Cina, che non ha nessuna intenzione di farsi seminare dal grande rivale: Pechino è certa di poter lanciare data center nello spazio nei prossimi cinque anni. Secondo Cctv, il principale appaltatore spaziale del Paese, la China Aerospace Science and Technology Corporation ha promesso di «costruire un’infrastruttura di intelligenza digitale spaziale di livello gigawatt», come indicato nel piano di sviluppo quinquennale. I nuovi data center spaziali «integreranno funzionalità cloud, edge e terminali» e consentiranno una «profonda integrazione di potenza di calcolo, capacità di archiviazione e larghezza di banda di trasmissione», permettendo l’elaborazione dei dati terrestri direttamente nello Spazio per creare uno Space Cloud su scala industriale entro il 2030.
Il Dragone
Il Dragone rivolge anche lo sguardo agli oceani: pochi mesi fa a Shanghai è stato inaugurato il primo data center sottomarino al mondo (negli scorsi anni Microsoft aveva lanciato il progetto sperimentale Natick, poi però abbandonato). Un’opera dal valore di 195 milioni di euro, interamente alimentata a energia eolica e con una capacità totale di 24 megawatt. L’impianto sarebbe in grado di ridurre il fabbisogno energetico per il raffreddamento a meno del 10% grazie alla capacità dell’acqua di dissipare il calore.
E l’Ue? Rischia di rimanere indietro e di finire stritolata nella sfida fra le grandi potenze, come sottolinea uno studio dell’Istituto europeo per la politica spaziale (Espi), che spiega: «L’Europa ha tecnologie spaziali di livello mondiale e istituzioni forti. La questione è se le useremo per guidare questa rivoluzione o se guarderemo gli altri definire il futuro dell’informatica».
L’Europa
Pure nel Vecchio Continente però qualcosa inizia a muoversi: lo studio di fattibilità Ascend guidato da Thales Alenia Space e finanziato dall’Ue ha dato risultati positivi sui data center nello Spazio. Grandi manovre anche in Italia, dove lo scorso aprile D-Orbit ha comprato Planetek per rafforzare la sua capacità di sviluppare e implementare soluzioni per l’elaborazione e l’analisi dei dati direttamente nello Spazio invece di affidarsi esclusivamente alle infrastrutture terrestri.
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