seguire le cronache finanziarie dell’estate l’attenzione è stata monopolizzata dalle banche. Il futuro di Mediobanca, quello delle Generali e le altre battaglie del credito hanno riempito gli spazi e spinto Piazza Affari ai massimi da 18 anni. Eppure, tra la scorsa primavera e la fine di agosto, si è combattuta un’altra storica battaglia di mercato, che ha visto protagonista una grande e popolare azienda italiana impegnata nello scacchiere europeo: con un’offerta pubblica da 3 miliardi lanciata in Germania, Mediaset ha conquistato il controllo di Prosiebensat1, prima tv commerciale tedesca.
«Per costruire ciò che ancora manca in Europa – ha spiegato Pier Silvio Berlusconi, artefice dell’operazione e ceo del Biscione – Ovvero un gruppo forte, con radici locali e una scala dimensionale adeguata per competere a livello globale».
Moneta ripercorre qui l’intera storia, per svelare come sarà la Mediaset del futuro. O, meglio, come sarà il futuro di MFE, l’acronimo di Media For Europe, holding nata nel 2021 per realizzare i progetti televisivi della famiglia Berlusconi. Un’idea, quella di MFE, portata avanti da Pier Silvio, condivisa illo tempore con il padre Silvio e poi – dopo la scomparsa del Cavaliere nel giugno 2022 – con il pieno appoggio del gruppo Fininvest, per il quale MFE, con i suoi quasi 3 miliardi di ricavi, rappresenta tre quarti del bilancio consolidato. Obiettivo: essere la prima media company d’Europa, con 12.400 dipendenti e un mercato pubblicitario che si rivolge a 300 milioni di consumatori tra Italia, Spagna, Germania, Austria e Svizzera e quasi 6,9 miliardi di ricavi. Comprensibile che in casa Fininvest in questi giorni si respiri grande soddisfazione. Dalla sede milanese di Via Paleocapa, dove risiede la presidente Marina Berlusconi, si plaude all’operato di Pier Silvio e di tutta la sua squadra, per la realizzazione del sogno del Cavaliere.
La strategia che porta nel cuore della Baviera è maturata una decina di anni fa, quando il gruppo francese Vivendi, con il pretesto di rilevare Mediaset Premium (la pay tv creata in quegli anni), si rimangiò i patti e provò a scalare la casa madre. Da quell’assalto, dopo averla vista brutta, Mediaset riuscì a difendersi, ma nel gruppo si comprese che la strada del consolidamento europeo era obbligata. E che per non essere di nuovo preda bisognava dare vita a un progetto aggregante. Così nacque a Cologno l’idea di creare una media company multimediale, con sede ad Amsterdam, di natura generalista e con una massa di spettatori e inserzionisti tale da poter competere con i big americani dello streaming a livello di sostenibilità e risultati. Impresa possibile solo a condizione di operare su una pluralità di mercati, ma contando su centri di costo e piattaforme tecnologiche comuni. Così da sviluppare sinergie autentiche e indispensabili per far tornare i conti e remunerare gli azionisti. In questa chiave, dopo la Spagna, storica presenza del Biscione, serviva anche il mercato continentale numero uno: la Germania.
Nel 2019 l’obiettivo viene individuato in Prosiebensat1, anch’essa rete generalista, e MFE comincia a comprare azioni arrivando nel tempo fino a possedere il 29,9% del capitale, senza però riuscire condizionare il management. L’emittente bavarese va male, diversifica in business non core, si indebita e nello stesso tempo perde quote di ascolto, di mercato e soldi. Ma per superare il 30% del capitale, la legge impone il lancio di un’Opa. Il dado è tratto nel marzo scorso, con un’offerta mista di cash e carta a cui è seguito il decisivo rilancio sul prezzo del 28 luglio, quando per ogni azione della tv tedesca MFE offre 4,47 euro e alza la quota in titoli da 0,4 a 1,3 azioni MFE (tipo A), per un controvalore intorno a 8 euro, sbaragliando il disturbo dell’offerta non totalitaria lanciata nel frattempo da Ppf. Il gruppo finanziario ceco, partendo dal proprio 15,68%, ha offerto a sua volta 7 euro in contanti ma limitatamente al raggiungimento del 30% di Prosieben. Al termine del primo periodo d’offerta, chiuso il 13 agosto, PPF si è però fermata al 18,39%, mentre MFE ha raggiunto il 43,57%: in pratica già così il gruppo italiano controllava l’assemblea dei soci. Ma il 27 agosto PPF ha deciso di aderire anch’essa all’Ops, conferendo il suo 15,68%, a cui seguirà anche il resto raccolto sul mercato. Per questo la quota in mano a MFE è già ora oltre la maggioranza assoluta, al 62%. Per conoscere i numeri finali bisognerà attendere l’ultimo giorno dell’Ops, lunedì 1 settembre. In base alle stime degli analisti, MFE chiuderà l’Ops con una quota del capitale Prosieben tra il 70 e il 75%, con un esborso massimo nell’ordine di 470 milioni. Di conseguenza, per effetto delle nuove azioni MFE A da consegnare ai soci che hanno aderito all’offerta, cambierà anche la quota di Fininvest su MFE: dall’attuale 50% dei diritti di voto potrebbe scendere fino al 47,5%, senza dunque incidere sul controllo. Mentre PPF entrerà nel capitale di MFE con una quota intorno al 3% dei diritti di voto.
L’operazione, con la regia finanziaria del cfo Marco Giordani, ha ricevuto fin da subito l’appoggio del sistema bancario: un pool di banche guidate da Unicredit e Intesa Sanpaolo ha raccolto le adesioni di istituti europei e ha messo a disposizione di MFE una linea di 3,4 miliardi, che include anche la capienza per fare fronte, se sarà necessario, ai 2,1 miliardi di debito lordo di Prosieben.
Dopodiché partirà il vero e proprio cambio di controllo, che avverrà con la nomina in assemblea dei 9 membri del Consiglio di sorveglianza; che a loro volta determineranno il numero dei membri e le deleghe del cda. L’assise verrà convocata a ridosso del regolamento dell’Ops del 14 settembre, entro l’ultimo trimestre del 2025, salvo una procedura accelerata dalle eventuali dimissioni anticipate dell’attuale management. In ogni caso, da fine anno MFE consoliderà l’intera Prosieben nel suo bilancio, con un balzo dei ricavi da 2,95 a 6,87 miliardi (numero uno in Europa), un’ebitda di 1,37 e un debito netto di 2,13 miliardi. Il superamento della maggioranza assoluta configura poi lo scenario economico più virtuoso. MFE prevede sinergie al 2029 per risparmi compresi tra 183 e 419 milioni, con efficienze totali stimate tra 261 e 315 milioni a regime, con un aumento dell’utile per azione MFE fino al 69%. Sono i «vantaggi oggettivi sul fronte di costi e ricavi» di cui ha parlato più volte Pier Silvio Berlusconi.
Così il secondogenito del Cavaliere, classe 1969, dal 2015 ai vertici del Biscione, dove lavora dal 1992 e dove si è fatto le ossa, tra l’altro, in Publitalia e Rti, ha messo a segno un colpo finanziario che, vista la posta in palio, forse meritava più attenzione da parte della stampa italiana. Anche per l’abilità nel trattare con le istituzioni bavaresi, decisive nell’autorizzare l’operazione, convinte dal progetto industriale italiano e dall’approccio utilizzato. «Nei Paesi in cui opera – ha dichiarato di recente – MFE ha sempre garantito il rispetto dei valori fondanti», tra cui «pluralismo e tutela occupazionale». Parole apprezzate sia dal governo statale della Baviera, sia a Unterfohring, il sobborgo di Monaco dove ha sede Prosieben. Ora toccherà a Berlino, dove il ministro della Cultura, Wolfram Weimer, ha invitato Pier Silvio per spiegare i piani di MFE al governo guidato da Friedrich Merz. Una visita, dall’esito scontato, già in calendario per la prima settimana di settembre.
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