L’importanza strategica che oggi attribuiamo alla tecnologia e all’intelligenza artificiale è del tutto paragonabile a quella che l’acciaio rivestiva agli albori dell’integrazione europea». Così Marco Simoni, direttore dell’Istituto Affari Internazionali, ha spiegato l’attuale situazione dell’Europa, schiacciata tra Usa e Cina, impegnate nella rincorsa allo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale.
L’intervento, passato quasi in sordina nel corso dell’Assemblea pubblica dell’Anie, contiene un concetto fondamentale per capire di cosa parliamo quando nominiamo le due lettere protagoniste del nostro tempo: IA. La materia prima alla base dell’economia contemporanea. «All’epoca, sei Paesi ebbero la capacità di stabilire una governance comune per gestire risorse, materie prime ed energia. Oggi, l’Europa dispone di una governance analoga per affrontare le sfide tecnologiche della nostra era?». Domanda retorica, a cui la risposta al momento sembra essere negativa.
Zero vendite
Lo dimostra un’inquietante notizia arrivata questa settimana da una delle poche aziende europee gioiello del settore: Asml. La società olandese di macchinari avanzati per la litografia, essenziali per la fabbricazione dei microchip più avanzati, ha lanciato l’allarme sulla domanda europea: nel secondo trimestre del 2026 la società non ha venduto nemmeno un macchinario destinato all’Unione. «L’Europa non sta investendo e non sta costruendo fabbriche di chip», ha detto Frank Heemskerk, vicepresidente esecutivo dell’azienda.
La storia ci insegna che i grandi passaggi d’epoca richiedono visione politico-strategica. «Negli anni Ottanta, per gestire la riunificazione tedesca, la diplomazia di leader come Andreotti e Mitterrand seppe vincolare l’integrazione della Germania a un rafforzamento delle istituzioni comunitarie», ha aggiunto Simoni. Oggi, al contrario, si avverte un profondo vuoto di leadership. «Guardando oltre i confini italiani, il quadro continentale appare frammentato: la Germania esprime una cancelleria fragile, la Francia attraversa una fase di forte instabilità e la Spagna si regge su equilibri di governo precari».
La proposta
Siamo davanti ad un elefante nella stanza impossibile da ignorare. In un working paper pubblicato nel giugno di quest’anno, Jonas Jakob Gebendorfer, ricercatore affiliato alla Technical University di Monaco propone l’ipotesi di una «European Compute Community». Il problema dei Ventisette è che sembrano essere incapaci di decidere e investire collettivamente, pur avendo una visione di cosa sia necessario fare. Per costruire le infrastrutture necessarie all’IA servono decisioni che hanno costi immediati e impopolari, mentre i benefici arriveranno più avanti e saranno distribuiti tra tutti i Paesi. E in un’Unione composta da 27 Stati, con molti governi e istituzioni in grado di bloccare o rallentare le decisioni, alla fine nessuno vuole assumersi quei costi. E le decisioni vengono rinviate. Secondo il paper, questo problema non è risolvibile chiedendo maggior coraggio ai politici. Bisogna invece spostare alcune decisioni a un livello superiore, affidandole a un’istituzione europea indipendente, con un mandato chiaro e definito in anticipo. È quello che l’Europa ha già fatto in passato. Nel 1951, con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), i Paesi fondatori misero in comune il controllo su due settori strategici dell’economia. E, più tardi, con la Banca centrale europea, trasferirono a un’istituzione indipendente una parte importante delle decisioni sulla politica monetaria. L’idea è fare qualcosa di simile con il calcolo necessario all’intelligenza artificiale: creare una European Compute Community (ECC), costruita a partire dall’attuale EuroHPC, il partenariato europeo che coordina lo sviluppo delle infrastrutture di supercalcolo e, oggi, anche delle AI Factories e delle future AI Gigafactories. Il fine sarebbe quello di concentrare risorse, infrastrutture e potere decisionale europeo, con un piano preciso da attuare subito e strumenti straordinari da attivare in caso di crisi.
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