Il campanello d’allarme era suonato già con i licenziamenti di Meta, ma le conferme sono arrivate una settimana fa, quando OpenAI ha chiuso Sora, l’applicazione per generare video artificiali che aveva debuttato solo due anni fa. Lo ha comunicato Sam Altman con un post sui social e in questo modo – anche se Altman non lo esplicita – la casa madre di ChatGPT ha rinunciato all’accordo da 1 miliardo di dollari con Disney sottoscritto nel dicembre scorso. Sora ha infatti dovuto presto fare i conti con la realtà di tutti i suoi limiti strutturali, come l’uso illecito di contenuti protetti da diritto d’autore, il dilagare di deepfake e i lunghi tempi di realizzazione dei video. Una fonte più di spesa che di introiti. Ma non è più il momento di spendere in sogni e intuizioni da pionieri.
«I modelli linguistici di base di grandi dimensioni rappresentano un modello di business radicalmente nuovo e il dibattito su dove si collocheranno i vantaggi competitivi duraturi è ancora aperto» spiega a Moneta Achille Monnet, Equity Analyst di UBS Global Wealth Management. «Ciò che non è in discussione è il valore che questi modelli creano, come dimostra la loro rapida adozione in settori come lo sviluppo di software e le applicazioni di consumo ampiamente utilizzate. Tuttavia, la capacità di creare valore non coincide necessariamente con quella di appropriarsene».
Finora, l’IA aziendale sembra offrire un quadro economico più chiaro e attraente rispetto all’IA rivolta ai consumatori: «Le aziende sono più disposte a pagare per strumenti che offrono ritorni misurabili, in particolare attraverso una maggiore produttività e un uso più efficiente della forza lavoro, con conseguenti rendimenti del capitale più elevati oggi. Nel tempo, è probabile che anche l’IA per i consumatori sviluppi flussi di entrate significativi, potenzialmente attraverso modelli come la pubblicità, ma si prevede che questi emergano più gradualmente» prosegue l’esperto.
Ce ne stiamo accorgendo: l’intelligenza artificiale è entrata in una nuova fase, in cui si abbandonano i progetti più ambiziosi, volti a stupire e intimorire la concorrenza, per concentrarsi maggiormente sul profitto e su ciò che funziona. È finita l’era dello spettacolo, ora servono margini. Sora bruciava circa 1 milione di dollari al giorno in costi computazionali, secondo il Wall Street Journal, a fronte di poco più di 2 milioni di dollari di ricavi complessivi lungo l’intero ciclo di vita del prodotto, secondo stime di mercato. Dopo un picco di circa 3,3 milioni di download nel novembre 2025, l’interesse degli utenti si è rapidamente raffreddato, con un calo nell’ordine del 60% nei mesi successivi. Virale sì, ma quasi nulla remunerativo. Persino la direttrice finanziaria Microsoft Amy Hood, secondo Bloomberg, dando un occhiata ai numeri dell’azienda ha avuto qualche mal di pancia. Il gigante guidato da Stya Nadella è stato tra i primi a credere nel sogno dell’intelligenza artificiale, investendo in OpenAI quando era solo un’idea nella mente di Altman. Ma oltre al coraggio Hood ha dovuto tirare le redini dei costi licenziando circa 26 mila persone negli ultimi anni e riducendo il budget di spesa. Per questo a differenza di altre aziende – come ad esempio Oracle che è stata costretta a bruciare liquidità – i margini di Microsoft sono rimasti stabili. Questo non è bastato al mercato: le azioni di Microsoft hanno subito un forte calo nelle ultime settimane per le crescenti preoccupazioni di una bolla.
Il periodo in cui stiamo entrando è diverso dagli albori della corsa all’intelligenza artificiale. L’energia sta emergendo come il vero vincolo fisico allo sviluppo di nuovi modelli e gli investitori iniziano a interrogarsi sulla sostenibilità dei ritorni. «Le quattro grandi aziende del settore – Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta – stanno già attraversando una netta transizione verso modelli di business ad alta intensità di capitale e con un maggiore impiego di asset» spiega l’analista. «Le recenti previsioni di spesa in conto capitale del gruppo indicano che una quota sostanziale del flusso di cassa disponibile verrà reinvestita nelle infrastrutture. Sebbene il costo di erogazione di servizi basati sull’intelligenza artificiale sia significativamente più elevato – ad esempio, la generazione di output di IA rispetto a un tradizionale clic su una ricerca web – anche le potenziali opportunità di mercato sono notevolmente maggiori. L’IA amplia il mercato potenziale complessivo e crea le condizioni per una crescita significativa dei ricavi, che non sarebbe stata possibile con i modelli precedenti, più leggeri».
OpenAI sembra aver iniziato a battere cassa. A gennaio 2026 ha avviato i primi test pubblicitari su ChatGPT, inizialmente per gli utenti gratuiti e per il piano base, nel tentativo di diversificare le fonti di ricavo e. Secondo le stime di Reuters, la base utenti supera gli 800 milioni settimanali, ma la monetizzazione resta limitata, rendendo la pubblicità una leva sempre più centrale per il modello di business. E Meta non se la passa meglio. La divisione per la realtà aumentata, Reality Labs, sta subendo o un drastico ridimensionamento. Negli ultimi mesi l’azienda guidata da Mark Zuckerberg ha licenziato circa 700 persone e circa mille posti sono stati tagliati dall’inizio dell’anno nello stesso comparto. E pensare che doveva essere quello il laboratorio del futuro di Zuckerberg. Il sogno a lungo inseguito era abolire gli schermi grazie a visori per la realtà virtuale, occhiali intelligenti. Non è andata così: l’azienda ha deciso di interrompere lo sviluppo della piattaforma in realtà virtuale – l’app di Horizon Wolrds – che è stata rimossa dagli store a fine marzo e, dal 15 giugno, non sarà più accessibile dai visori, pur continuando a esistere in forma ridotta su mobile e web
C’è poi un’altra angolatura del problema. Nonostante i mercati siano in apprensione per il rischio di una bolla dell’IA, è probabile che le aziende tecnologiche faticheranno a spendere i loro enormi budget per il 2026 in modo efficace. Secondo Morgan Stanley, Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta spenderanno circa 630 miliardi in data center solo nel 2026: più di quattro volte il dato del 2023, pari al 2,2% del Pil degli Stati Uniti. Includendo anche i fornitori di infrastrutture e cloud computing, la cifra salirebbe ulteriormente. I quattro giganti gestiscono oggi circa 600 data center e ne hanno altri 544 in pianificazione o costruzione. Ma trasformare questi investimenti in reale potenza di calcolo sarà una sfida complessa, come lo sarà trovare lo spazio fisico dove costruire le infrastrutture del futuro.
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