Il caro bolletta e il tentativo di andare verso modelli energetici indipendenti ha riacceso l’attenzione sulle Cer, le comunità energetiche rinnovabili. Diciamolo subito, non sono la soluzione ai super prezzi, ma possono diventare una sorta di assicurazione collettiva contro la volatilità dei prezzi che, in questa fase, è già un primo passo. Di sicuro le Cer stanno avendo il merito di cambiare il modo in cui cittadini, imprese e territori guardano all’elettricità: non più soltanto una commodity da acquistare sul mercato, ma anche qualcosa che può essere prodotto localmente, condiviso e trasformato in un beneficio economico.
Come funzionano
Ecco come funziona: un gruppo di cittadini, piccole e medie imprese, enti pubblici e altri soggetti come gli enti ecclesiastici si organizzano per produrre e condividere energia da fonti rinnovabili, soprattutto fotovoltaico. L’elettricità non viene necessariamente consumata fisicamente da chi l’ha prodotta: la condivisione è virtuale e viene calcolata sulla base della produzione e dei consumi.
Per entrare in una Cer non è quindi indispensabile avere pannelli sul tetto: è sufficiente avere un’utenza elettrica all’interno dell’area servita dalla stessa cabina primaria. È un modello che in Italia ha ormai superato la fase startup. Al 31 agosto 2026 le Cer erano oltre 4.800, per una potenza complessiva degli impianti di circa 400 MW e più di 51 mila punti di connessione associati. Numeri ancora piccoli rispetto alle dimensioni dell’intero sistema elettrico nazionale, ma sufficienti a mostrare che l’autoconsumo condiviso sta diventando un pezzo della partita elettrica.
I vantaggi
Ma dove sta il vantaggio? L’energia prodotta e condivisa all’interno della comunità beneficia di una tariffa incentivante riconosciuta dal Gse. A questa si aggiunge la valorizzazione dell’energia autoconsumata. Il valore varia in funzione della dimensione dell’impianto e del prezzo di mercato: si parte da una quota fissa di 80 euro per MWh per gli impianti fino a 200 kW, alla quale si aggiunge una componente variabile fino a 40 euro/MWh. Il tetto è quindi di 120 euro/MWh (11-12 centesimi per kWh condiviso), che per il fotovoltaico può salire ulteriormente grazie alle maggiorazioni territoriali, fino a 10 euro/MWh per gli impianti del Nord. Bisogna considerare che il prezzo unico nazionale è di circa 205-215 euro/MWh.
I benefici
Fatti i calcoli, il beneficio viene poi distribuito secondo le regole stabilite dalla singola comunità.
Il meccanismo è importante perché consente di trasformare la produzione rinnovabile locale in un flusso economico. Più energia viene prodotta e consumata nelle ore in cui gli impianti sono in funzione, maggiore è la quantità di energia condivisa e, di conseguenza, il beneficio generato dalla Cer. Non significa, però, che la bolletta venga automaticamente azzerata o che l’utente riceva uno sconto fisso. La Cer non sostituisce il normale contratto di fornitura elettrica: il consumatore continua ad acquistare l’energia che gli serve e riceve invece la propria quota di benefici legati all’energia condivisa.
Per una famiglia può diventare quindi una fonte aggiuntiva di risparmio. E per una pmi un’occasione: un tetto industriale inutilizzato può diventare la superficie per un impianto fotovoltaico; l’impresa può consumare direttamente una parte dell’energia prodotta e condividere quella che non utilizza. In questo modo una voce di costo diventa anche un investimento nella produzione locale. Una piccola barriera contro la volatilità visto che con le Cer si può aumentare la quota di energia prodotta localmente e ridurre, almeno in parte, la dipendenza dall’acquisto di elettricità sul mercato.
Gli effetti sui territori
C’è poi l’effetto sul territorio. Gli incentivi possono essere redistribuiti tra i membri oppure destinati, secondo le regole della comunità, a progetti di interesse collettivo. Nel tempo, il modello sta progressivamente cambiando scala. Se le prime esperienze erano legate a piccoli gruppi di cittadini, condomini o Comuni, oggi l’interesse si sta spostando anche sui distretti produttivi.
La sfida sarà portare il modello fuori dalla dimensione della singola comunità e renderlo economicamente interessante per un numero crescente di famiglie e imprese.
Perché la vera promessa delle Cer non è soltanto quella di produrre energia pulita. È spostare una parte del valore della bolletta dal mercato al territorio: produrre dove si consuma, condividere quando è possibile e distribuire localmente una parte dei benefici.
Grandi operatori in campo
In campo ci sono i grandi operatori energetici. Enel, per esempio, che offre servizi per accompagnare la costituzione e la gestione delle Cer; ma anche A2a, Iren, ed Edison che è attiva sul fronte delle comunità energetiche sia con progetti territoriali sia attraverso iniziative rivolte al mondo dell’abitare e delle imprese.
Vediamo qualche esempio pratico: un nucleo familiare che aderisce alla Cer come puro consumatore, e che ha un consumo annuo ipotizzato di 3.500 kWh, di cui 1.200 kWh coincidono temporalmente con la produzione della Cer (energia condivisa ricevuta), riceve un incentivo Gse distribuito al consumatore su 1.200 kWh: tipicamente il 30-40% della tariffa incentivante totale (circa 48 euro/anno) e un risparmio sulle componenti di rete di ulteriori 15-25 euro. Il beneficio per il consumatore è di 60-80 euro all’anno senza alcun investimento.
Attenzione però, l’incentivo varia a seconda della formula che può essere proporzionale all’energia condivisa (chi condivide di più guadagna di più), proporzionale alla quota di partecipazione (come in una cooperativa), o con una quota fissa uguale per tutti più una variabile proporzionale. Non esiste un strada obbligata: la flessibilità è una delle caratteristiche delle Cer.
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