A Burano, l’isola dalle casette dai mille colori perla della Laguna di Venezia, si tramanda una leggenda per spiegare la nascita del suo famoso merletto. Si narra che, in un tempo molto lontano, un pescatore mentre navigava verso Oriente fosse riuscito a resistere al canto delle sirene grazie all’amore che provava per la sua promessa sposa. La regina delle sirene, ammirata dalla sua fedeltà, decise così di fargli un dono: colpì il fianco della barca con la coda e usò la schiuma del mare per creare un velo nuziale. Il giorno del matrimonio, il giovane consegnò il regalo alla sua fidanzata suscitando l’ammirazione e l’invidia di tutte le ragazze dell’isola, che da allora cercano di riprodurre il velo incantato realizzando merletti sempre più sottili e delicati. Un’arte antica e di incomparabile valore che viene celebrata anche in un museo dove sono raccolti pezzi unici e che attira visitatori da tutto il mondo.
L’iter
Un patrimonio che ora gode di una protezione in più: il “bollino” Igp (sigla che sta per Indicazione geografica protetta) per i prodotti artigianali e industriali. Se finora il marchio valeva solo per cibo e bevande, da poco è stato allargato a tutti i tipi di produzione. A fine marzo il governo, su proposta di Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che adegua l’ordinamento nazionale al Regolamento Ue sul tema (il 2023/2411). Il provvedimento estende all’artigianato la tutela a livello europeo analoga a quella già prevista per le Igp agricole, con l’obiettivo di valorizzare le eccellenze locali, e introduce sanzioni per contrastare abusi e imitazioni e proteggere in modo più efficace i consumatori, aumentando anche la visibilità all’estero dei nostri prodotti tipici.
Le prime certificazioni
Le prime quattro certificazioni Igp sono già arrivate: insigniti il merletto di Burano, il vetro di Murano, il cammeo e il corallo di Torre del Greco. «Con queste prime quattro indicazioni geografiche – ha festeggiato il ministro Urso – si apre una nuova stagione per la tutela del made in Italy e per la valorizzazione delle nostre produzioni artigianali e industriali d’eccellenza, profondamente radicate nei territori, nelle comunità e nel saper fare italiano».
L’iter prevede che siano le Regioni a individuare le produzioni da tutelare. La palla passa poi al Mimit, che effettua la registrazione e trasmette la pratica all’Euipo (l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale) che provvede a rilasciare la certificazione. Ma quali caratteristiche si devono rispettare per ottenere il “bollino di qualità”? I requisiti per ottenere quello che è a tutti gli effetti un titolo di proprietà industriale sono tre: il prodotto deve essere originario di un determinato territorio; la qualità e la reputazione devono essere attribuibili all’origine geografica; almeno una fase di produzione deve essere svolta in quella zona. Inoltre, è necessario presentare un disciplinare che definisca la provenienza e le caratteristiche dei manufatti.
I prodotti che hanno già ottenuto il riconoscimento sono solo i primi di una lunga serie: sono già state depositate anche le domande per le ceramiche di Vietri, paese della Costiera Amalfitana, e per quelle di Caltagirone, Comune vicino a Catania. Il cardato riciclato pratese ha annunciato l’intenzione di candidarsi.
Il ministro Urso
D’altra parte, come ha sottolineato Urso quando sono arrivati i primi riconoscimenti, «l’Italia, per il numero e la qualità delle sue produzioni di eccellenza, può guidare in Europa questo percorso, tutelando un patrimonio manifatturiero e artigianale unico, contrastando la contraffazione e rafforzando la presenza delle nostre eccellenze sul mercato».
Lo studio che incorona l’Italia
Come sottolinea uno studio preliminare condotto dall’Euipo, il nostro Paese è quello che potrebbe trarre maggiori vantaggi dalle nuove regole: l’Italia infatti vanta ben 92 produzioni potenzialmente classificabili come Igp, con un netto distacco rispetto a Spagna (48), Germania (39), Francia (29) e agli altri Stati Ue. Si tratta di una lista più contenuta rispetto alle 200 referenze che erano emerse in passato, ma dalle Regioni potrebbero arrivare ulteriori proposte. Entrando nel dettaglio dei singoli settori, il posto d’onore spetta alla ceramica con 62 produzioni candidabili. Gli altri comparti interessati dalla novità vanno dagli strumenti musicali (ad esempio, la liuteria di Cremona), alla gioielleria (basti pensare alla filigrana sarda e all’oreficeria di Vicenza), dai marmi (a Carrara) ai mobili (Bassanese), dalle borse (con la Catana di Tolfa, nell’entroterra laziale, un tempo usata dai butteri maremmani e poi diventata icona di stile) alla la coltelleria (con gli artigiani di Frosolone, in Molise) e alla lavorazione delle pietre nel Cuneese.
L’esempio a tavola
Nel campo agroalimentare, le certificazioni Dop e Igp hanno fornito un assist al made in Italy, dando vita a un giro d’affari da oltre 20 miliardi (tenendo conto anche del vino), cresciuto del 52% in dieci anni. Come dimostra una ricerca condotta dalla Luiss Business School, il 28% degli italiani dichiara di prestare una notevole attenzione alle denominazioni in fase di acquisto. La stragrande maggioranza dei consumatori (oltre il 76%) racconta inoltre di comprare almeno un prodotto Dop o Igp nell’arco di un mese.
Per la maggioranza dei consumatori le denominazioni rappresentano un riconoscimento significativo di autenticità (81%) e di qualità superiore (69%). E per il 62% degli intervistati ha un forte peso la connessione tra il pregio di questi prodotti e la loro precisa origine geografica.
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